Nomi scientifici

maggio 3, 2021 by

Perché si usano e come si scrivono

A ogni oggetto o essere vivente riconosciuto da noi umani, abbiamo assegnato un nome. Ad esempio sedia, quercia, cavallo, sono nomi comuni in lingua italiana. Molto comodi, se parliamo fra persone con una buona conoscenza di questa lingua. Tuttavia nella mia madrelingua si usano cjadree, rôl e cjaval. A pochi chilometri a est di casa mia si dice stol, hrast, konj. Se invece guido per un’ora verso nord trovo gente che usa stuhl, eiche e roß.

È evidente che il problema si ponga solo per chi viva in un crocevia linguistico, come il Friuli, oppure per chi debba comunicare con persone provenienti da paesi lontani. Se dovessi fare capire a un collega cinese che sto parlando del pesce chiamato in italiano carpa, dovrei usare la parola 鯉魚 che non so nemmeno come si pronunci!

La soluzione al problema è stata individuata più di due secoli fa dal naturalista svedese Carl Nilsson Linnaeus, noto in Italia come Linneo. L’idea è piuttosto semplice: attribuire a ogni essere vivente un nome convenzionale che possa essere usato in tutto il mondo.

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365 giorni all’anno

aprile 22, 2021 by

Il mio punto di vista sulla Giornata della Terra

Ho fatto e faccio divulgazione in materia di ecologia, gestione della natura e uso delle risorse naturali. L’ho sempre fatto consapevole di aggiungere un granello, conscio anche del fatto che le più grandi dune sono fatte di singoli granelli di sabbia.

Anche oggi, in una delle tante iniziative per la Giornata Mondiale della Terra verrà trasmesso via web un mio contributo sulla biodiversità. Tuttavia sono contrario alle “giornate” come questa, sono contrario alle raccolte di firme, alle manifestazioni, alle conferenze annuali. Una “giornata” è un po’ come il Natale per tutti coloro che vanno a messa solo una volta all’anno, giusto per potere dire che ci sono andati. Non aumenta la coscienza, né la conoscenza.

Ogni giorno deve essere il giorno in cui siamo consapevoli della complessità del sistema che consente la nostra vita, per potere scegliere di comportarci in modo coerente con il nostro desiderio di sopravvivere (se c’è).

Solo chi conosce può scegliere in modo ragionevole e la conoscenza si acquisisce solamente attraverso processi lunghi. Fino ad oggi abbiamo assistito a ondate di moda, abbiamo visto mescolare ragionamenti fondati e sparate campate in aria.

Bisogna lavorare per fare in modo che ogni persona, ogni umano abitante del nostro pianeta, abbia le conoscenze minime per comprendere quanto la sua vita sia legata in modo indissolubile a quella di tutti gli altri organismi e all’ambiente in cui viviamo. Dobbiamo superare un modo di pensare e agire a “giornate”, a “raccolte di firme” a “movimenti contro”. Dobbiamo essere consapevoli del mondo di cui facciamo parte, 365 giorni all’anno.

Il diplopode si arrangia

aprile 16, 2021 by

Il mio primo binocolo mi venne regalato da una zia in occasione della Prima Comunione, nel maggio 1980. L’ho usato per 30 anni, prima che si rompesse il supporto di un prisma. Non ho mai calcolato quante ore di birdwatching abbia fatto, dal mare fino oltre i 2500 m di quota.

È comico, vengo considerato un “ittiologo”, ma i pesci sono gli organismi che mi interessano meno in assoluto. Mi danno da vivere, anche quando non pesco, ma la mia vera passione è vagare con la mente in uno spazio a N dimensioni, dove posso misurare solo il valore un ristretto numero di grandezze fisiche, senza nemmeno sapere se quelle informazioni possano aiutarci a capire come funzionino sistemi così complessi.

A volte, di fronte a una diffusa passione per analisi univariate, mi sento estraneo all’umanità. Eppure le scienze fisiche, o naturali, sono strumenti per l’umanità. A un diplopode non serve sapere.

Trasformazioni

aprile 12, 2021 by

Esplorando i corsi d’acqua della Bassa Pianura friulana, si percorrono quasi solamente canali dall’andamento rettilineo, evidente prodotto dell’azione umana. Esistono però ancora i resti, spesso frammentati, dei fiumi naturali che drenavano un tempo questa porzione della pianura.

Residuo di meandro della Roggia Corgnolizza

Gran parte degli indizi relativi alla presenza, distribuzione e morfologia degli alvei dei fiumi scomparsi non sono facilmente riconoscibili.

Qui sopra potete vedere una parte del corso attuale (artificiale) della Roggia Corgnolizza, mentre la prima immagine dell’articolo ritrae un frammento di meandro naturale, ormai escluso dal flusso principale, ma rimasto intatto in mezzo a un piccolo bosco gestito a ceduo.

Le azioni di rettifica e drenaggio, attuate nel corso di alcuni secoli, unite alla riduzione progressiva della campagna a siepe e radura (cjarande in lingua friulana), rende difficile la lettura del territorio. Un aiuto importante viene però dalla disponibilità del modello digitale del terreno, in particolare quello con celle di 1m di lato.

Elaborazione del modello digitale del terreno (dati Regione FVG), si osserva il tracciato artificiale rettilineo della Roggia Corgnolizza e la sede originaria dell’alveo meandreggiante.

Nonostante l’alterazione prodotta dal drenaggio, rimangono ben riconoscibili le sedi originarie degli alvei di molti piccoli corsi d’acqua, che solcavano quest’area ancora in epoca storica, dunque molto più tardi della fine dell’ultimo episodio glaciale. Esaminando il profilo del terreno lungo una linea che tagli la pianura approssimativamente da Est a Ovest (segmento rosso) si osservano i solchi creati per il drenaggio dell’area durante le bonifiche, ma risultano ancora evidenti due elementi morfologici preesistenti.

Si nota innanzitutto la sede dell’alveo, che rappresenta una zona a quota nettamente più bassa rispetto a quella del terreno ai suoi lati. Al margine del solco dove scorreva naturalmente il fiume e dove si trova gran parte del tracciato artificiale, la quota del terreno cresce rapidamente, per poi digradare dolcemente. Questo permette ancora oggi di riconoscere un modesto dosso fluviale. Trattandosi di un corso d’acqua di risorgiva, il trasporto di sedimenti grossolani è scarso, quindi il dosso fluviale è meno alto rispetto a quello generato da un fiume di origine montana. I minimi di quota che vedete ai lati dell’alveo sono in gran parte canali creati per il drenaggio delle zone palustri che si trovavano negli avvallamenti fra i dossi fluviali.

Per una nuova tutela della natura

aprile 7, 2021 by

La Direttiva 92/43/CEE è vecchia.

Ha 29 anni, ma si fonda sulle conoscenze di 40 anni fa e si vede.

Io credo che, fatti salvi i principi, nessuna norma a carattere tecnico debba avere una vita così lunga.

Dobbiamo riformare la protezione degli ecosistemi, integrando la tutela delle componenti abiotica e biotica, usando le conoscenze più recenti, tutte quelle acquisite fino a oggi.

Oltre tutto, le liste di habitat e specie degli allegati devono essere integrate. Nel 1992 vennero trascurati taxa ed ecosistemi che si sono rivelati in seguito più vulnerabili di quanto si ritenesse allora.

È necessario che il monitoraggio venga eseguito in modo uniforme ed efficace, è inammissibile che per alcune ZSC si legga ancora “data deficient” in relazione allo stato di un taxon di Allegato II.

La UE inoltre dovrebbe rivedere la politica di finanziamento delle azioni di tutela (vedi ad esempio LIFE) e prevedere un forte sostegno alla ricerca a tutti i livelli. Senza ricerca, non c’è conoscenza, quindi non c’è protezione efficace. Troppo viene lasciato agli Stati, o all’iniziativa dei ricercatori, che sono però presi nella morsa fra scarsità di finanziamenti e il meccanismo del publish or perish.