Una difesa del Tagliamento

febbraio 25, 2020 by

Vi spiego perché, secondo me, sia giusto tutelare il fiume Tagliamento e come credo debba essere fatto

Il fiume Tagliamento è piuttosto famoso fra gli studiosi dell’ambiente fluviale, soprattutto grazie al lavoro di un team internazionale di ricercatori capeggiato dal dott. Klement Tockner, che ha usato alcune porzioni del Tagliamento come casi di studio dell’ecologia delle flood plains.

Ci sono alcuni fraintendimenti riguardo al Tagliamento, sia da parte di chi vorrebbe trasformarlo in un canale artificiale, sia da parte di coloro che desiderano vederlo libero come alla fine dell’ultima glaciazione. Innanzitutto partiamo dal dato di base: la naturalità del Tagliamento.

Se leggete articoli divulgativi scritti dai difensori dell’ambiente non umano, leggerete quasi sempre che il Tagliamento è “l’ultimo fiume selvaggio d’Europa”. Detto così, ci si aspetta che questo corso d’acqua sia del tutto privo di qualunque modificazione da parte dell’uomo, ma non è così. In Europa ci sono fiumi molto più vicini alla totale naturalità, ma fra quelli della tipologia a cui appartiene il Tagliamento, il nostro fiume è quello che maggiormente si avvicina a uno stato “naturale”. Si avvicina maggiormente, non completamente.

Qualunque valutazione deve partire dall’onestà e io, da studioso di ecologia fluviale con 25 anni di esperienze alle spalle, affermo senza tema di smentita che il Tagliamento sia meritevole di tutela per quanto di naturale è rimasto lungo il suo corso, non perché sia completamente naturale.

Lavoro ogni giorno incontrando ingegneri, cavatori di ghiaia, pescatori, appassionati di fuoristrada, cacciatori, derivatori, agricoltori e amministratori locali. Tutti loro, o quasi, sostengono che “tanto ormai non è naturale” e quindi “opera più, opera meno, cambia poco”. Non sono per niente d’accordo. E non lo siete nemmeno voi.

Userò una metafora. Posseggo (ancora per poco spero) un’auto che ha quasi 200.000 km di strada alle spalle. Per lavoro devo necessariamente andare su sterrati, nei boschi, sui monti, nelle piane alluvionali, ma anche lungo autostrade, vie cittadine, nei parcheggi. Durante questi quasi 200.000 km l’auto ne ha subite di tutti i colori. I rami delle piante che crescono lungo le piste forestali possono essere poco gentili con la carrozzeria, ma quando si tratta di rami tagliati con un poco sapiente colpo di machete, diventano veri e propri ceselli, perfetti per incidere un solco sulla carrozzeria. Va beh, graffio più, graffio meno … col cavolo. La differenza fra graffio più e graffio meno è che dopo un paio di anni la mia auto era vendibile per circa 6000€, mentre quelle di chi ha fatto attenzione a non fare il graffio in più poteva essere venduta per 9500€. La quotazione è reale. La filosofia graffio più, graffio meno, fa perdere molto valore!

Ora, trasferiamo il ragionamento sul Tagliamento. Argine più, argine meno. Ponte più, ponte meno. Cantiere più, cantiere meno. Derivazione più, derivazione meno. E avanti di questo passo. Non è indifferente, è come parlare della mia vecchia auto. Ora la sostituirò senza incassare un accidente, perché graffio più o graffio meno fa la differenza.

Ma il Tagliamento per molti di noi non vale nulla. Non voglio entrare nel discorso degli ecological services, perché so che ne uscirei con le ossa rotte: per gran parte di noi il Tagliamento non vale nulla. Lasciarlo così com’è non lo rende produttivo, non lo valorizza, al limite è un problema per la sicurezza dell’abitato di Latisana. Punto. Se il Tagliamento non esistesse, per la maggior parte di noi, non cambierebbe nulla.

Ma non è proprio così.

Esistono persone a cui il fiume piace, non perché è bello sapere che ci sia, ma perché può essere usato. Così com’è oggi, è fruibile.

Tempo fa mi venne chiesto di partecipare al gruppo di lavoro che stava progettando un grosso intervento di “ricalibrazione” dell’alveo con estrazione di materiali inerti. Ci pensai su, valutai il progetto e rifiutai, affermando che “è come se per cavare marmo smontassimo San Pietro”. In realtà avevo in mente il colonnato del Bernini, ma il materiale lì è quasi tutto travertino di Tivoli. Ad ogni modo, attribuivo un valore intrinseco a questo:

Una porzione dell’alveo del Tagliamento, dal Monte di Ragogna

Ciò che vedete nella foto, per me, è bello. E’ armonioso, mi dà piacere guardarlo, come se contemplassi un bel quadro di van Gogh o di Caravaggio. Ma questa valutazione è puramente individuale, morale, di tipo estetico? No, non lo è. Sappiamo che un Caravaggio può non piacere, ma difficilmente riusciremo a fare passare l’idea che le opere di quell’autore non valgano nulla quindi tanto vale usarle per accendere il fuoco.

Per me, come professionista del campo ambientale, affermare che spianare quell’alveo e farlo diventare come un tavolo da biliardo non è un problema è come se un critico d’arte dicesse che un Caravaggio è una cagata pazzesca ed è meglio usarlo per accendere il fuoco. Puoi anche dirlo, ma qualche milione di persone ti classificherà automaticamente come imbecille. Chi vorrebbe mettersi nelle mani di un imbecille?

In quel tratto il Tagliamento conserva delle forme e dei processi naturali nonostante la somma di pressioni che insistono su di esso. Pressioni determinate da azioni umane, il cui scopo è procurarsi da mangiare. Non è cattiveria, come alcuni pensano.

A monte di questo tratto ad esempio c’è una grossa derivazione di acque, necessaria ad alimentare la rete di canali irrigui che consente un certo tipo di colture nella porzione orientale dell’alta pianura friulana. Se non sottraessimo al Tagliamento quell’acqua, non potremmo irrigare i campi e coltivare alcune piante la cui produzione genera un reddito per centinaia di famiglie friulane.

A monte di questa zona, e al suo interno, viene prelevata dall’alveo la ghiaia, necessaria per la costruzione di opere, attività grazie alla quale viene garantito un reddito ad altre centinaia di famiglie friulane.

Insomma, vorrei togliere il pane di bocca a centinaia di famiglie per lasciare il Tagliamento così com’è? No!

Vorrei lasciarlo così com’è, non chiuderlo in cassaforte: oggi sta già producendo reddito per quelle famiglie. Quello che vorrei è dire vonde, che in lingua friulana significa “basta”, mi accontento di un Tagliamento non naturale ma molto prossimo alla naturalità, ma non vorrei scendere ancora di valore.

Esistono le competenze per continuare a usare una parte del fiume e proteggerne altre. Non è un discorso astratto, astratti è il mio mestiere e so di cosa parlo.

Mi accontento di dare un reddito a quelle centinaia di famiglie che già lo ottengono prelevando risorse dal fiume? No. A dire il vero sarei molto più soddisfatto se, lasciando il fiume così com’è oggi, alterato ma quasi naturale, riuscissimo a creare reddito per qualche decina di famiglie in più.

Che idiozia, come fai a produrre reddito per le famiglie senza prelevare qualcosa da lì?

Oh cari, io intendo prelevare molto da lì. Voglio prelevare un bene talmente prezioso che milioni di persone sono disposti a spendere cifre notevoli per ottenerne un po’: benessere fisico e psicologico.

Ma ce setu, pote? (Ma che sei, scemo?)

Po si po! Pote a me? (Ma figurarsi! Dai dello scemo a me?)

Parte del tratto montano del Tagliamento

Vi racconto mezzo etto di affari miei.

La scorsa estate, alla fine del mese di luglio, sono stato a Bovec (Ita: Plezzo) nell’alta valle dell’Isonzo, che gli sloveni chiamano Soča. Insieme ad alcuni amici abbiamo fatto due discese guidate in kayak nel tratto di fiume fra le località di Čezsoča e Srpenica. Sapete quanto abbiamo pagato? Ciascuno di noi ha sborsato 125 € per due discese di 3 ore ciascuna, con guida e altri 20€ per il noleggio dei kayak, pagaia, giubbotto salvagente, caschetto, salopette in neoprene e giacca impermeabile. 145€ a testa per sei ore di divertimento, è una bella cifra, non trovate?

Sapete quanta gente lavora nei paesi lungo il Soča grazie ai turisti che scendono in kayak il fiume? Non lo so di preciso, ma nel centro sportivo a cui ci siamo rivolti ho visto ogni giorno una decina di dipendenti al lavoro. I centri del genere sono numerosi. Suppongo che fra personale delle scuole, dei noleggi e dei negozi di attrezzatura ci siano almeno due o trecento persone che lavorano grazie a kayak, rafting e hydrospeed. In un territorio che interessa due comuni piuttosto piccoli. Mica stiamo parlando di Cortina d’Ampezzo, Corvara o Breuil! Ma da tutta Europa (e anche dal Nordamerica) la gente viene a scendere il Soča. Perché è un fiume bellissimo, a tratti facile, a tratti cattivo.

Un’altra cosa dovete sapere sul mio fine settimana sloveno, abbiamo dormito presso un affittacamere e abbiamo consumato una colazione, due cene e due pranzi lì nella valle. Oltre a qualche birra extra, che ci sta sempre bene.

Penso che il nostro gruppetto di amici abbia lasciato in quella valle, in un solo fine settimana, quanto basta per garantire lo stipendio a una persona per un mese. Perché il fiume è bello, perché ha tanta acqua limpida, perché attorno ci sono i boschi, perché sulle sue sponde vive gente capace di tirare fuori soldi da acqua, pietre e alberi, senza spostarli da dove sono. Sono scemi? Non direi.

Altra gente lavora accogliendo i pescatori a mosca, che arrivano da tutto il mondo, attratti dalla bellezza del Soča e dai pesci speciali che ci potete pescare. Se chiedete in giro tutti vi diranno che solo lì si pesca la mitica marbled trout, detta in sloveno soška postrv. Non conta il fatto che io abbia pescato questo pesce, chiamandolo trute marmorade, in tutto il bacino del Tagliamento: per i turisti c’è solo lì, sul mitico Soča. Sapete quanto costa un permesso di pesca giornaliero sul Soča, rilasciato dalla Ribiška Družina Tolmin? Il loro sito dice che si pagano 64€ al giorno per potere praticare la pesca catch and release. Ovvero, migliaia di persone pagano 64€ al giorno per il piacere di catturare un pesce e liberarlo subito dopo.

Anche queste persone devono dormire in qualche struttura, mangiare tre volte al giorno e magari portano con sé i familiari che non pescano, ma dormono, mangiano e bevono dando denaro alla gente del posto.

Continuate a pensare che io sia scemo?

Si, continuate a pensarlo, perché il Tagliamento mica è figo come il Soča, dai.

Ammetto che trovare dei tratti in cui ci sia una portata sufficiente per fare del kayak decente fra giugno e settembre sia piuttosto difficile, perché in stagione irrigua preleviamo una grossa quantità di acqua, ed ammetto anche che i tratti belli e cattivi del fiume sono pochi e lontani dalla pianura. In effetti mi viene in mente un solo tratto di Tagliamento che potrebbe competere in bellezza e selvaticità col Soča, ma ci sono andato a piedi e non ho esperienza per stabilire se sia appetibile per chi fa kayak sul serio.

Tuttavia, credete che la maggior parte delle persone sul Soča vada a scendere il tratto di IV e V grado di difficoltà, oppure che la maggior parte dei turisti facciano quello di I e II grado come noi? Dai, la risposta è facile. Pensate alle Tre Cime di Lavaredo. Quanti sono saliti in cima alla Cima Grande per la via normale? Molte migliaia di persone. Quanti per la Cassin alla parete Nord? Centinaia di persone. Quanti sono arrivati in auto al parcheggio del rifugio Auronzo, poi sono andati a piedi a Focella Lavaredo e al rifugio Locatelli (dislivello quasi zero) per farsi una foto con le tre celebri vele di roccia alle spalle? Milioni di persone!

Cosa succederebbe se facesse figo farsi i selfie dal belvedere sul Monte di Ragogna con la flood plain del Tagliamento alle spalle? Per qualche centinaio di idrobiologi e geomorfologi è già figo, ma non facciamo mercato. Siamo poche centinaia di nerd svalvolati. Pochi meno di quelli che salgono la parete Nord. Se il Comune di Auronzo facesse pagare il dazio solo a quelli, le sue casse sarebbero tristemente vuote.

Il Tagliamento, lasciato così com’è e venduto in modo adeguato a milioni di amanti dello sport e della natura, vale molto più di quanto renderebbe se lo devastassimo. Però ogni cosa ha un valore se si usa, perché il valore intrinseco non sposta un decimale nel bilancio delle nostre famiglie. Io ad esempio dai fiumi cavo un reddito aiutando gli industriali e i pescatori a cavarci un reddito.

Collaboro con chi deriva acqua, con chi estrae ghiaia, ma anche con chi protegge specie e habitat, perché le competenze di un ecologo servono a usare e tutelare in modo efficace l’ambiente complesso del fiume. Per questo motivo, ho una visione completamente diversa da quella di gran parte dei cittadini del Friuli Venezia Giulia, ma non penso che la mia sia sbagliata. Forse è un po’ troppo razionale? Serve fare pianificazione, avere capacità di comunicare e “vendere” l’ambiente, non è banale ma può essere un ottimo affare. Pensateci.

Epidemie

febbraio 23, 2020 by

Farsela sotto con dignità

Al momento la polmonite da coronavirus di Wuhan ha determinato 2 decessi in Italia.

Dal 1 gennaio a oggi sono morte in Italia 217 persone a causa dell’influenza stagionale (fonte Flu-News).

La malattia provocata dal coronavirus cinese è seria, finora ha ucciso circa il 3% degli ammalati, il che non è poco. Certo è poco rispetto alla peste nera o a Ebola, ma non è una mortalità di poco conto, se si considera che l’influenza in Italia ha finora ucciso circa il 0,004% degli ammalati.

Dunque abbiamo capito che in termini assoluti l’influenza sta facendo più vittime, ma la polmonite virale di Wuhan è più letale.

Quello che dobbiamo imparare ora è come rallentare la diffusione della malattia e come ridurre la mortalità nei casi conclamati.

Per la prevenzione, in assenza di vaccino, bisogna essere disciplinati, rigorosi e non agire in modo emotivo.

Impazzire di paura peggiora le cose, minimizzare anche. Qualunque idiozia venga in mente a chi cerca visibilità deve essere scartata. È una situazione in cui l’unico modo per difendersi è usare bene la parte razionale della nostra mente, ordine e disciplina.

Risorgive

febbraio 15, 2020 by

Cosa crea la parte (molto) acquatica del Friuli

Le chiamiamo risultivis, in lingua friulana, per descrivere il fenomeno dell’emersione della falda freatica nella pianura fra le Prealpi e l’Adriatico.

Le risorgive non sono nient’altro che un insieme di punti in cui, nel bel mezzo della pianura, l’acqua esce copiosamente dal terreno, facendo nascere fiumi apparentenente dal nulla. In verità i geologi hanno svelato da molto tempo i segreti di questo fenomeno, che ha influenzato per decine di secoli la vita dei friulani; molto prima di sapere di potersi definire “friulani” oltre tutto.

Cosa si cela dietro l’emersione delle acque, lungo una fascia che si estende per decine di chilometri fra Polcenigo, ai piedi del Cansiglio, e Monfalcone, ai margini del Carso?

[NdA: culturalmente parlando Monfalcone non è in Friuli]

Idrografia della pianura friulana, viene indicata la linea superiore della fascia delle risorgive (clicca per una versione ingrandita)

Cansiglio e Carso sono due aree carsiche, ma in questo caso il fenomeno è in buona parte slegato dal destino delle acque carsiche. Ai piedi delle Prealpi Carniche e Giulie, allo sbocco delle valli, si aprono a ventaglio dei grandi conoidi alluvionali, creati con pazienza da Cellina, Meduna, Tagliamento, Torre, Natisone e Isonzo, oltre ad una serie di loro tributari.

Questi conoidi altro non sono che grandi mucchi di ghiaia e ciottoli, depositati dai corsi d’acqua nella zona in cui, a causa della diminuzione di pendenza, l’acqua rallenta. Più l’acqua è veloce, maggiore è la sua capacità di trascinare detriti, anche di grandi dimensioni. Viceversa, una corrente debole permette solamente il trasporto di sedimenti fini. Più ci si avvicina al mare, più lento è lo scorrimento e minore la dimensione dei granuli dei sedimenti trasportati.

Immaginate di essere di fronte a un mucchio di ghiaia su un piazzale asfaltato e di rovesciarvi sopra un bicchiere d’acqua. Che fine farà l’acqua?

L’acqua si infiltra in un mucchio di ghiaia, passando nella miriade di spazi liberi (interstiziali) fra un sassolino e l’altro. Dopo pochi istanti vedremo solamente una chiazza di ghiaia umida, che si asciugherà più o meno rapidamente. Che fine ha fatto l’acqua? È scesa fino a incontrare l’asfalto. Questo è pressoché impermeabile e quindi l’acqua non potrà attraversarlo. Ma dato che un bicchiere è un quantità piuttosto piccola, il nostro esperimento non ci dirà nulla sul destino dell’acqua, buone congetture a parte.

Se inizieremo a versare altra acqua, lentamente, questa finirà per scivolare sull’asfalto fino a uscire dai margini del mucchio. Questo è lo schema (troppo) semplificato del fenomeno che si verifica nella pianura friulana su una scala molto più ampia: ci sono decine di chilometri fra la zona di carica (dove l’acqua arriva sulla ghiaia) e le risorgive (margine del mucchio di ghiaia).

Descrizione schematica del fenomeno delle risorgive nella pianura friulana, clicca per una versione ingrandita

Il nostro esperimento col mucchio di ghiaia ci potrebbe insegnare un’altra cosa interessante: quando smettiamo di versare acqua, questa continua per un po’ a uscire dai punti di risorgenza. Viceversa, l’acqua non esce esattamente al ritmo con cui la versiamo sul mucchio. Anche questo accade, su scala molto più grande, nella nostra pianura alluvionale. Le risorgive continuano ad essere attive anche dopo molte settimane dall’ultima pioggia e lo farebbero anche se i fiumi alpini fossero del tutto asciutti per un po’ di tempo. Allo stesso modo, grandi piogge fanno aumentare lentamente la portata delle risorgive. Insomma la pianura, con la sua grande massa di ghiaia e ciottoli, funziona come un “volano” idrologico.

Il nostro esperimento non ci insegnerà però un’altra proprietà straordinaria delle risorgive: la scarsa variabilità della temperatura dell’acqua.

In un fiume alpino, al suo arrivo in pianura, l’acqua passa da circa 5 – 6°C in gennaio a 18 – 20°C in agosto. A volte la massima supera i 20°C nel pomeriggio. Se misuriamo la temperatura dell’acqua di risorgiva, nel punto in cui emerge, troveremo valori fra 12 e 13°C in tutti i mesi dell’anno, a meno che non arrivi acqua superficiale in quantità.

Il sottosuolo, dove l’acqua scorre lentamente fra la zona pedemontana e la fascia delle risorgive, non si scalda col sole estivo, né viene raffreddato dai gelidi venti invernali. La fisica si fa un po’ complessa e non ne parlerò ora, ma ci basta capire che la grande massa di acqua contenuta nella pianura ha una temperatura quasi costante, che possiamo misurare nei pozzi o alla risorgiva.

Questa caratteristica delle risorgive è molto importante dal punto di vista ecologico, perché da un lato garantisce acqua fresca anche in estate, dall’altro fa sì che non si scenda sotto i 10°C d’inverno. Le risorgive, per gli animali acquatici, sono luogo dove, dal punto di vista termico, ci sono solo le mezze stagioni!

Coronavirus

febbraio 9, 2020 by

Cos’è sta “roba”?

Dato che mi sono specializzato in ecologia, le mie conoscenze relative ai virus risalgono al 1996. Sono cioè antichissime, però ho scoperto di essere ancora molto più informato del cittadino medio. Quindi vi racconto qualcosa.

Innanzitutto il coronavirus è un virus. Grazie …

I virus sono strane “cose” enigmatiche. Non è nemmeno tanto scontato definirli “organismi viventi”, dato che un virus non respira, non mangia, non ha proprio un metabolismo. Immaginatelo come una sorta di scatola in cui sono contenuti i progetti per costruire altre scatole uguali all’originale.

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Resilienza

gennaio 13, 2020 by

Un termine divenuto di moda, ma sappiamo cosa significhi?

Nella teoria, per noi ecologi, la resilienza è una proprietà dei sistemi, una di quelle “magiche”, che la semplice somma delle proprietà delle parti (del sistema) non permetterebbe di ottenere.

Una delle cose straordinarie dei sistemi è che

1+1+1+1

non fa per forza 4!

La resilienza è la capacità di un sistema di tornare a uno stato di equilibrio dopo una perturbazione.

Diversamente la resistenza del sistema è la sua capacità di opporsi al cambiamento, ovvero di evitare o ridurre una perturbazione.

La faccenda però non è così semplice e, se proseguiamo oltre, saremo costretti a usare qualche concetto fisico.

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