Quando la natura fa da sé – il caso di Chondrostoma nasus nel Natisone

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Alla fine degli anni ’60 del secolo ormai passato, nel fiume Vipacco, in territorio allora jugoslavo, venne introdotto un pesce originario del bacino del Danubio: Chondrostoma nasus. Il “naso”, così chiamato per la bizzarra forma del suo muso (sembra veramente un naso), si diffuse rapidamente nel corso d’acqua, poi nel fiume Isonzo e, prima che ci si rendesse conto di quanto stava accadendo, aveva già invaso gran parte del bacino.

Quando iniziai ad occuparmi di idrobiologia, nel 1995, il naso era considerato l’invasore più terribile delle nostre acque. Nel fiume Isonzo presso Sagrado questa specie costituiva la maggioranza della fauna ittica presente, sia in termini numerici che di peso. Nello stesso periodo iniziai a guardare al fiume Natisone in un’ottica scientifica, così decisi di tenere d’occhio l’evoluzione della popolazione di naso, in un tratto che frequentavo con una certa assiduità, quello fra Premariacco ed Orsaria. Per avere idee chiare riguardo alla consistenza della popolazione, bisognerebbe effettuare delle catture con metodi quantitativi, chiudere un tratto di fiume con le reti e stimare, attraverso catture ripetute, il numero di pesci presenti. Io non disponevo delle autorizzazioni e dei mezzi necessari per fare questo, ma provai ad individuare un metodo di lavoro alternativo. Se un osservatore, capace di riconoscere i pesci anche da lontano, effettua delle osservazioni in condizioni più o meno paragonabili fra loro, può ottenere dati credibili, se non altro per comprendere l’evoluzione di una comunità ittica nel tempo.

L’osservazione deve essere effettuata con scrupolo e seguendo criteri scientifici. Non potevo quindi affidarmi alle “sensazioni” degli altri pescatori. Dovevo necessariamente fare da solo, oppure coinvolgere qualcuno che accettasse di seguire i miei standard operativi. All’epoca non avevo alcuna possibilità in tal senso, così optai per il “fai da te”.
Il metodo che ho utilizzato per oltre dieci anni è stato quello definito “visual census”, ovvero osservazione in natura senza cattura. In genere il visual census si fa in immersione, ma nel caso di tratti fluviali a bassa profondità, acqua limpida ed in presenza di operatori addestrati, si può fare anche dall’esterno. Nel mio caso decisi di riconoscere e contare i pesci dai due ponti di Premariacco (Ponte Romano) ed Orsaria. Il secondo punto di osservazione si rivelò il migliore, così abbandonai il primo, dove l’acqua è troppo profonda per ottenere stime credibili.

Da un decennio, ogni anno, in tutte le stagioni, cammino lungo il ponte di Orsaria, osservo i pesci e conto quelli che vedo in una fascia di circa 2 metri di larghezza, sotto la verticale del parapetto, sia verso monte che verso valle. E’ un lavoro che richiede pazienza e va fatto nelle ore giuste (per questione di intensità luminosa), lavorando sempre nella stessa fase del giorno, per ovviare alle variazioni dovute all’attività del pesce, influenzata dall’intensità della luce e dalla trasparenza dell’acqua.

I risultati all’inizio erano sconfortanti: dal ponte rilevai la presenza di un numero limitato di specie: cavedano (Leuciscus cephalus), vairone (Leuciscus souffia), barbo comune (Barbus plebejus), naso (Chondrostoma nasus), trota iridea (Onchorhyncus mykiss). Sapevo che nel fiume c’erano anche il ghiozzo padano (Padogobius martensii) ed il cobite comune orientale (Cobitis taenia bilineata), ma per vederli avrei dovuto immergermi ed osservare il fondo. Cosa che non intendevo fare né d’inverno (per via del freddo), né d’estate (per via dell’acqua non sempre pulita).
All’inizio il naso faceva numero in modo impressionante. Contavo in media circa 200 pesci, di cui il 90% era rappresentato da nasi (sono medie pluriennali aprossimate). Tutto sembrava più o meno stabile fino ai primi anni del XXI secolo, poi le cose presero a mutare.

Il professor Specchi, mio relatore e “capo” all’università, mi diceva sempre “te vedarà Bepo, che ‘l calarà da solo”. Io a dire il vero ero, ingenuamente, propenso ad una soluzione cruenta del problema: peschiamo tutto! Soluzione idiota ed irrealizzabile, perché il Natisone non è del tutto accessibile, a tratti scorre in una forra, con fondi di più di dieci metri; anche usando le bombe sfuggirebbe qualcosa. Ovviamente usare le bombe sarebbe illegale.

Proseguii le mie osservazioni ed iniziai a notare una flessione nelle conte attorno al 2003. Fu l’anno della grande siccità e tutti i nostri corsi d’acqua ne risentirono. Stranamente però, sembrava che a soffrire maggiormente fossero le specie introdotte dall’uomo, quelle alloctone. Le trote fario morivano a decine nell’alto Judrio e nel Cornappo, sul Natisone trovavo nasi spiaggiati con estese infezioni su tutto il corpo. Il 2004 fu un anno di tregua, ma nel 2005 si ripresentò la siccità. Sebbene le temperature fossero più basse che nel 2003, durante il 2005 sul bacino del Natisone piovve molto poco. Ricordo che, per la prima volta in vita mia, vidi i boschi delle valli soffrire della siccità: su molti alberi le foglie ingiallirono ad agosto. Nel fiume, ancora una volta, la specie che soffrì maggiormente fu il naso.

Dopo il 2005 il numero totale di pesci che conto sotto il ponte è diminuito nettamente e sebbene il naso sia ancora presente, non raggiunge più la metà del numero totale di pesci osservati. Ieri, durante uno dei miei giri di controllo, ho contato sotto il ponte 53 pesci, di cui ben 21 cavedani e 15 barbi. Il resto erano vaironi, solo 3 nasi si sono fatti vedere.

E’ ovvio che cantare vittoria sarebbe anti-scientifico, pertanto non lo farò, ma l’osservazione sembra suggerire un andamento decennale di diminuzione della numerosità di popolazione del naso. Ignoro se vi saranno cicli con periodo più lungo, ma il dato di fatto è che oggi la presenza del naso, ad Orsaria, in questa stagione, è irrisoria rispetto a dieci anni fa. Le mie osservazioni continueranno, fintanto che avrò la possibilità di effettuarle, l’esperienza mi ha insegnato che la natura non si può comprendere con pochi dati e tanta fretta. Le cose sono sempre più complesse di quanto possano apparire; ciò che distingue coloro che hanno la presunzione di definirsi “studiosi”, rispetto ai sedicenti “esperti”, è proprio la pazienza.

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