Acqua tema complesso

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Traggo lo spunto dall’approvazione del Progetto di Legge regionale del Friuli Venezia Giulia n.135 in materia di “Organizzazione delle funzioni relative al servizio idrico integrato e al servizio di gestione integrata dei rifiuti urbani”. Non parlerò di rifiuti perché non sono competente in materia, limitandomi a quanto riguarda l’acqua, perché è l’ambito in cui opero a partire dal tempo in cui preparai la mia tesi di laurea.

Acquadimontagna

Il senso di un servizio idrico integrato è quello di gestire qualcosa di complesso in modo organico. L’acqua ha un ciclo che gran parte di noi conoscono, ma di cui molti sottovalutano l’importanza in termini di connessioni e consequenzialità di cause ed effetti. In sostanza, quasi tutti abbiamo capito che l’acqua delle nubi proviene dal mare e che la pioggia alimenterà poi i fiumi e le falde acquifere, per scorrere quindi più o meno rapidamente verso il mare.

Questo miracoloso ciclo, messo in moto dall’energia solare, ci sembra inalterabile e immutabile. Così non è, come dimostra il così detto cambiamento climatico, ovvero il mutare del comportamento di acqua e aria rispetto a quanto costituiva la norma di qualche decennio or sono.

Ma un’altra cosa ci ha insegnato il tempo: l’acqua è una risorsa rinnovabile ma non illimitata, rinnovabile ma non inalterabile. In sostanza, va gestita, perché la nostra richiesta di acqua è aumentata enormemente, di pari passo con la nostra capacità di inquinarla, ma non con la capacità di essere più efficienti nel suo uso.

Per anni mi sono occupato di qualità delle acque superficiali, ovvero di valutare quanto i corpi idrici superficiali fossero integri rispetto a uno stato “naturale” e capaci di sostenere i processi ecologici che vi trovavano sede prima dell’intervento dell’uomo. Questo studio ovviamente implica anche la valutazione della capacità dei corpi idrici superficiali di fornire acqua all’uomo, non limitandosi alla parte non umana dell’ecosistema.
Un fiume, un torrente, un lago, possono in effetti essere la casa di una miriade di organismi, ma anche la fonte da cui attingere acqua potabile, o idonea all’irrigazione dei campi, necessaria per il funzionamento di un impianto di itticoltura o per una centrale idroelettrica. Allo stesso tempo un corpo idrico superficiale può essere produttivo in modo indiretto, ospitando ad esempio una comunità di organismi che possono essere pescati e usati per l’alimentazione umana. Un’altra funzione importante dei corpi idrici, nella nostra cultura attuale, è quella di fornire servizi turistici, o in generale di svago. Prendiamo ad esempio attività come la discesa in kayak lungo i fiumi, il torrentismo, il rafting, la pesca sportiva. Tutte queste attività richiedono acqua in abbondanza e acqua il più possibile prossima alle caratteristiche originarie dei corpi idrici naturali. Attività che danno divertimento ad alcuni, procurando reddito ad altri.

Ma la funzione di un corpo idrico è anche quella di essere recettore, dei reflui urbani e industriali. La parte umana del ciclo dell’acqua prevede il suo prelievo, uso e restituzione, come ogni altra parte del ciclo.
L’acqua che ingerisco ogni giorno, circa due litri e mezzo, se ne va in buona parte sotto forma di vapore, quando espiro o sudo, in parte sotto forma di urina e nelle feci. Ogni giorno l’acqua che espello in questo modo viene mescolata a quella che scende dallo sciacquone quando tiro la catenella (oggi pigio un grande tasto) e viaggia attraverso delle condotte verso un recettore, che può essere superficiale o sotterraneo, ma è comunque un corpo idrico, le cui caratteristiche vengono modificate dai reflui che produco.

Ecco che entra in gioco il tema interessantissimo della raccolta dei reflui e della loro gestione. L’idea di scaricare dal wc direttamente in fiume sarebbe pratica ed economica, ma ha il difetto enorme di trasformare il fiume stesso in un depuratore. Qualcuno di voi berrebbe dalla vasca di un depuratore? O ci farebbe una gita con la canoa? O anche soltanto si fiderebbe a usare quell’acqua tal quale per irrigare i campi dove cresce il nostro cibo di domani? Usereste l’acqua di una vasca di depuratore per allevare i pesci che darete da mangiare ai vostri figli? O semplicemente, trovereste piacevole fare una passeggiata sulle passerelle attorno alla vasca del depuratore?

Di gente malata a cui piace girare per depuratori ne conosco, non nego che io stesso li trovi impianti affascinanti, ma diciamolo chiaramente, un fiume carico di reflui non piace a nessuno ed è quasi inutilizzabile. Non fornisce più servizi di alcun tipo.

Ecco allora che bisogna organizzare la raccolta e trattamento dei reflui, nel tentativo di fare si che il recettore non sia troppo distante da ciò che era prima di riceverli. Vi dico subito che l’effetto zero è utopia pura. L’effetto di uno scarico c’è sempre, quello che cambia è la sua entità, durata nel tempo e diffusione nello spazio.

C’è un difetto nelle vecchie norme relative alla tutela dei corpi idrici: imponevano solo limiti allo scarico e non guardavano al risultato. In sostanza, ciò che contava (e per molti tecnici conta ancora) è la concentrazione di qualche sostanza nelle acque scaricate, non l’effetto che si produce sul recettore. Se l’acqua scaricata “sta in tabella” (le tabelle che riportano i limiti di concentrazione per determinate sostanza) quello scarico è a posto!

Non è così. Vi faccio un esempio banale. Immaginate di avere un buon depuratore, che è capace di abbattere del 90% la concentrazione della sostanza organica disciolta e sospesa in un refluo. L’acqua che uscirà da quel depuratore avrà appena il 10% della sostanza organica rispetto all’acqua che è partita dal vostro gabinetto, il che è un bel risultato. Il problema può però essere che il 10% dell’originale (decisamente puzzolente) è comunque molto. Ma qui entra in gioco il recettore. Forse nella nostra acqua di scarico non fareste il bagno, né vorreste mangiare un pesce pescato lì dentro, forse il pesce nemmeno ci vivrebbe. Ma fuori c’è il recettore, fiume o lago che sia. Siamo sicuri che il recettore possa ancora fornirci i suoi servizi dopo avere ricevuto lo scarico? Tabella o no, le cose nei fatti sono ben lontane da una situazione ideale, oltre che complesse.

Vediamo come funziona l’effetto di diluizione. Supponiamo che il nostro scarico abbia una portata di 200 litri al secondo, mentre il fiume recettore abbia una portata di 5000 litri al secondo. Non è un gran fiume, è più o meno la portata naturale di magra in molti fondovalle della Carnia. Ebbene, ammesso che il vostro fiume faccia arrivare “acqua potabile” all’altezza dello scarico, riceverà 200 l/s di refluo, che ha una concentrazione di organico pari al 10% del vostro water, facciamo finta (attenzione, non è così, è solo un esempio comodo) che si partisse da 100, ci rimangono 10 unità/litro di “sporco”. A valle dello scarico avremo la mescolanza fra scarico e acqua del fiume, con una diluizione del primo che modificherà le caratteristiche della seconda.

Con un semplice calcolo scopriamo che a valle dello scarico ci sarà

[(200 x 10) + (5000 x 0)] / 5000 + 200 = 0,38 unità sporcizia / litro di acqua

partendo da 100 unità di sporcizia per litro di acqua che c’erano nello scarico del vostro wc. Un bel risultato, anche se non è mica detto che in 0,38 di queste unità inventate vi piaccia fare una nuotata.

Ora ipotizzate che il nostro fiume sia un torrentello e che porti appena 500 l/s. Rifacciamo il calcolo e scopriamo che la concentrazione di sporcizia passa a

[(200 x 10) + (500 x 0)] / 500 + 200 = 2,8 unità sporcizia / litro d’acqua

Diluizione del medesimo scarico in recettori di diversa portata

Notate bene, stesso wc di partenza, stesso depuratore, stessa efficienza dell’impianto, ma recettore diverso. Il recettore grosso vi farà nuotare in 0,38 mentre quello più piccolo in 2,8! Vi sembra indifferente?

Direi di no. Le cose poi si complicano perché il recettore, oltre a sapere diluire lo scarico, lo sa anche “digerire”, se mi si passa il termine. Semplificando si parla di autodepurazione, ovvero della capacità di un ecosistema fluviale di fare il lavoro del depuratore senza chiederci ci mettere energia e denaro per farlo. In un fiume ci sono dei processi naturali che sono analoghi a quelli della vasca di ossidazione del depuratore, per cui la nostra dose di unità sporcizia diminuirà man mano che passa il tempo.

Ovviamente mentre il tempo passa, il fiume scorre, quindi voi avrete sempre tanta porcheria vicino allo scarico e sempre meno allontanandovi verso valle, fino quasi a scomparire. Ecco perché i fiumi non sono diventati dei deserti puzzolenti durante gli anni in cui si scaricava senza pensare troppo agli effetti. Ci sono zone abbastanza lontane dagli scarichi dove le cose vanno tutto sommato bene. Ma non sono tutte e non bisogna ragionare sul singolo scarico, singolo recettore. Semplificare porta a sbagliare, in questo caso.

C’è un altro problema, che forse alcuni di voi avranno già intuito: se l’acqua scorre portando con sé la sporcizia dello scarico, andrà verso un altro scarico? O verso un altro uso? Si, verosimilmente andrà verso un altro scarico, perché non ce n’è mai uno solo sul percorso fra la cima della montagna e il mare. C’è un cumulo progressivo, il carico messo sulle spalle del nostro fiume aumenta sempre più. Non solo, per come è abitata l’Europa, finisce che la maggior quantità di persone vive in pianura e vicino al mare, mentre le montagne sono poco abitate, quindi più si scende e più scarichi ci saranno, con più carico, sia civile che industriale. Alla foce il fiume arriva esausto, incapace di digerire tutto ciò che gli abbiamo scaricato dentro, e lo consegna al mare così com’è.

Autodepurazione e scarichi in sequenza

Oh bene, direte voi, il mare è grande, quando arriva lì l’acqua inquinata si diluisce moltissimo e gli effetti non sono sensibili. Mica vero.

Considerate che questo non è vero quando un fiume sfocia in un grande oceano. Certo, se valutassimo gli effetti degli scarichi nei fiumi dell’Europa e del Nord America misurando certi parametri nelle acque in mezzo all’Atlantico settentrionale, probabilmente ci accorgeremmo di poco o nulla. Ma noi di solito usiamo la fascia costiera, quella più vicina alle foci dei corpi recettori, veicolatori di inquinamento. Inoltre molte aree scaricano direttamente in mare. Sotto costa, dove i bagnanti sguazzano e i pescherecci prelevano una buona parte di ciò che mangiamo, o ci sono gli allevamenti di pesci e molluschi, è massimo l’effetto dell’inquinamento che arriva dal continente.

Consideriamo infine che ci sono mari più o meno chiusi, o meglio aree di mare che sono più o meno confinate rispetto alla massa enorme d’acqua che ricopre il globo. Non è per niente vero che l’acqua che vediamo oggi a Venezia si mescoli facilmente con quella che bagna una spiaggia del Portogallo, ma nemmeno con quella che c’è fra le isole meravigliose della Dalmazia. Se così non fosse non si spiegherebbe perché l’acqua dei canali di Venezia sia così ricca di plancton e quella presso le coste dalmate così povera.

Noi biologi chiamiamo “ricca di plancton” quella che gli altri chiamano “sporca”. Il termine “sporco” indica che c’è qualcosa di sgradito, nel caso specifico, qualcosa che rende l’acqua non limpida e cristallina. Noi umani siamo portati a valutare come “buona” l’acqua limpida, perché il nostro istinto ci suggerisce che berla o mangiare ciò che ci vive sia abbastanza sicuro, per la nostra salute. Al contrario, dove l’acqua è torbida, potrebbero esserci problemi.

Per un biologo marino il blu del mare è il colore del deserto. [l’ho detto!!! … scusate, è una cosa fra biologi, gli allievi dell’Università di Salvore capiranno]

Insomma, le cose sono molto complesse e una gestione integrata nell’uso dell’acqua è fondamentale per permetterci di continuare a usarla, disporre di acqua di buona qualità, permettere agli altri esseri di viverci, approfittare tutti insieme dei servizi che un corpo idrico fornisce. In questo senso, il concetto di servizio idrico integrato è perfettamente in linea con quanto ho spiegato finora. Certo, bisogna vedere come viene tradotto in azioni questo concetto, ma di base la strada è quella.

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