Un grillo che fa molto rumore

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No, non si chiama Giuseppe, ma Zeuneriana marmorata e per essere precisi viene definito dai naturalisti un “grillastro”. E’ balzato agli onori della cronaca pochi giorni fa quando un articolo a firma di Giulio Garau su Il Piccolo (il quotidiano di Trieste) ha narrato il 30 marzo scorso la vicenda di come un progetto di ampliamento delle strutture della società Adriastrade, nell’area industriale di Monfalcone (GO), sia stato “bocciato” a causa della presenza di questo insetto.

L’articolo non si spinge molto nei dettagli, non è nemmeno molto chiaro di che tipo di procedura (VIA o VIncA?), ma l’autore mette in evidenza l’importanza dell’iniziativa industriale riservando un tono fra l’indignato e il canzonatorio nei confronti di coloro che hanno posto fine all’iter autorizzativo a causa di un insetto, che rischiava di essere infastidito dalla crescita di un’attività che è presente sul territorio da 30 anni e dà lavoro a circa 100 dipendenti.

Da che parte sto?

E’ una domanda ridicola e indegna di una risposta. Sono convinto che sia perfettamente possibile continuare attività produttive senza per questo interferire in modo pesante con ciò che rimane dell’ambiente naturale. Altrimenti cambierei mestiere. Molti hanno tenuto a sottolineare che nel Lisert, la zona in cui si trova il terreno in questione, di naturale ci sia ben poco. Sarebbe disonesto dire il contrario. L’area del Lisert, un tempo distesa disabitata di paludi salmastre (si dice che Lisért derivi da “disért”), è oggi ampiamente usata dall’industria. L’idrografia e la morfologia del terreno sono state completamente modificate e nella zona trovano sede una cartiera e decine di capannoni e stabilimenti assortiti, oltre al fatto che il tutto viene attraversato dalla strada “statale” Monfalcone – Trieste e ci sono diverse darsene per imbarcazioni da diporto.

Sarebbe altrettanto sbagliato, per lo meno da parte di chi conosce la “natura” e il territorio, affermare che esistano in Friuli Venezia Giulia ampie aree di natura incontaminata. Capiamoci, probabilmente solo le zone montane e solo negli ultimi 50 anni, si sono sottratte al pesante intervento dell’uomo. L’avrò detto e ripetuto qualche migliaio di volte: se cerchiamo un’area dove l’uomo non sia intervenuto negli ultimi 200 anni, non la troveremo se non in qualche grotta inesplorata o lungo le forre. Per quanto riguarda il resto, boscaioli, pastori, carbonai, agricoltori, industriali, esseri umani che hanno tratto sostentamento e benessere dall’uso di territorio e risorse naturali, hanno modificato in modo più o meno pesante ciò che hanno trovato a disposizione.

Torniamo al nostro grillastro costiero. Lui poveretto non ha alcuna colpa, probabilmente c’era già quando arrivarono i primi umani in zona e ci convisse piuttosto tranquillamente fino a quando quelli non decisero di occupare aree piutto ostili per la nostra specie, ma perfette per il grillastro e una folta schiera di altri animali e piante.

La questione che non viene messa in evidenza negli articoli comparsi su Il Piccolo, probabilmente perché il giornalista riporta la eco delle comprensibili reazioni del proponente il progettto, è cosa di interesse generale e ben diversa rispetto alla vita di qualche centinaio di insetti, o la tranquillità di alcune decine di uccelli. La questione è molto più importante e riguarda i limiti all’azione dell’uomo sull’ambiente. Non è cosa da poco, perché la cultura dominante al momento è quella della modificazione limitata solo dai costi e dai problemi tecnici. Appurato che le capacità tecniche dell’umanità sono diventate sufficienti a radere al suolo una montagna, è una pura questione di costi, ovvero di bilancio fra costi e benefici che ne derivano.

Qui entra la questione della cultura, della mentalità e della diversità interna all’umanità stessa. Il grillastro esce di scena perché non è in grado di partecipare al dibattito, non è un grillo parlante. Il confronto è fra umani, che hanno più o meno la stessa psicologia, ma interessi diversi, conoscenze diverse, morali differenti e quindi comportamenti non coincidenti.

Molti miei conoscenti si sono scagliati con veemenza contro il proponente Adriastrade e contro il giornalista Garau. I primi hanno attentato alla vita dell’insetto, il secondo ha ridicolizzato (così appare) il tema della conservazione della biodiversità e sostenuto (così pare) il progetto.

Io ho letto due articoli scritti da Garau su Il Piccolo e li ho trovati molto fastidiosi “a pelle”, ma poi mi sono costretto a pensare. E’ vero che quanto espresso è l’esatto opposto dei fondamenti della mia professione di biologo ambientale e l’opposto dei principi su cui baso la mia morale. E’ anche vero che ne ho piene le tasche della sufficienza con cui persone incompetenti deridono il mio lavoro e quello dei colleghi, ridicolizzando il tema fondamentale dell’uso e conservazione della “natura” (con questo termine includo in modo generico e improprio tutto ciò che è non umano). Tuttavia capisco perfettamente che la lettura che viene data della vicenda sia quella di chi non ha gli strumenti per interpretarla in altro modo. Se un collega mi dicesse che se ne strafrega di una specie rara con distribuzione frammentata e popolazioni che rischiano di scomparire al primo alito di vento umano (no, non quel vento), sarei molto indignato, ma se a strafregarsene dell’insetto e di ciò che ci sta attorno sono industriali, operai, giornalisti o casalinghi più o meno disperati, mi sento in dovere di spiegare. Non il punto di vista del grillastro, che oltre a non essere parlante è pure ignaro di tutto quello che sta accadendo, ma il punto di vista di chi usa il pollice opponibile e la corteccia cerebrale per difendere il grillastro, e con esso la propria specie.

“La Zeuneriana marmorata non serve a niente, i capannoni danno lavoro”. E’ un’affermazione duplice e falsa, almeno per una parte, forse per tutte due. Lascio perdere il fatto che i capannoni non portino necessariamente lavoro, considerando mestamente la distesa di capannoni vuoti che costellano il FVG con disoccupazione in crescita, non certo per questioni ambientali ma per incapacità di chi avrebbe dovuto gestire le attività in un periodo di crisi epocale. Parliamo di Zeuneriana marmorata. Se c’è, evidentemente un ruolo ce l’ha. Per noi ecologi (ecologi, non ecologisti!) ogni parte di un sistema ha un ruolo, dato che ha relazioni e interazioni con tutte le altre. Ogni elemento dell’ecosistema fa parte di meccanismi che noi possiamo conoscere in parte o per nulla, ma stiamo certi che una ruolo ce l’hanno tutti, dal “nobile” uccello da preda al più minuscolo dei batteri, passando per gli Anatidi (papere per i non addetti ai lavori) e per i grillastri e i loro “simili”. Simili per modo di dire, perché è pur vero che gli insetti sono insetti, ma nella Classe che chiamiamo Insetti stimiamo l’esistenza di molti milioni di specie diverse (qualcuno parla di oltre 7 milioni probabilmente esistenti) diverse fra loro quanto lo sono una balena e un canarino.

Ma abbiamo bisogno di tutti sti insetti? A cosa servono? In realtà la domanda che si fanno tutti è “a cosa ci servono”, pensiamo ai fatti nostri. Difficile a dirsi, perché siamo appena agli inizi nella comprensione dei meccanismi della natura. Tuttavia voglio fare un discorso di tipo generale.

L’uomo è comparso su un pianeta abitato da un certo numero di specie di animali e vegetali, che nella loro interazione hanno determinato la presenza di una serie molto articolata di sistemi, quelli che chiamiamo ecosistemi. L’uomo ci si trova bene, in questo mosaico di ecosistemi, che sia comparso per evoluzione da una scimmia o creazione da parte di una divinità, si è trovato nelle condizioni migliori per prosperare. Tant’è che si è diffuso un po’ dovunque, anche grazie alla capacità di adattarsi ad ambienti diversi e di modificare questi ambienti a proprio vantaggio. E qua arriviamo ai capannoni. L’uomo industriale vive beato e prospera grazie al fatto che sa trasformare un pezzetto di terra in un capannone, lo sa riempire di macchine e attrezzi, per produrre beni utili alla propria specie e guadagnare gran quantità di rettangoli di carta coperti di strani disegni.

A essere felici, con la pancia piena e soddisfatti non ci trovo niente di male. Anzi!

Capiamoci, io sono perfettamente conscio del fatto che se ieri sera ho potuto mangiare un piatto di purpuzza preparata da mia moglie (si cucina a turno), è perché esistono allevamenti di maiali, che vengono nutriti con prodotti derivati dall’agricoltura, da cui derivano anche lo scalogno e il vino che sono entrati in padella per ottenere un risultato di grande soddisfazione. So che ogni forchettata di quella leccornia ha il costo di una certa superficie di territorio trasformata da bosco a campo, da prato a capannone o strada. Ho coscienza di questo e riesco ad accettarlo, ma non riesco ad accettare l’idea che per tutto questo la mia specie debba trasformare ogni centimetro quadrato di territorio, modificare ogni ecosistema e uccidere ogni altra specie di viventi, dalla lattuga al bovino (che trova sulla brace la sua massima espressione).

Come essere umano consapevole credo che sia essenziale aumentare la nostra conoscenza del mondo, degli altri viventi, degli ecosistemi e dei loro meccanismi. E’ essenziale per evitare di fare qualche stupidaggine più grande di noi, la classica cosa che si fa in buona fede, perché siamo ignoranti, ma finisce per danneggiarci molto più di quanto ci abbia giovato. Il problema è che ce ne accorgeremmo quanto sarebbe troppo tardi.

Ora voi mi direte, cari critici severi, che nemmeno io sarei in grado di dimostrare un legame fra la Zeuneriana marmorata e la sopravvivenza, o il benessere, della nostra specie. Avete ragione, tuttavia prenderei in considerazione quanto sviluppato da Edward Norton Lorenz, famoso per la dissertazione su “Può, il batter d’ali di una farfalla in Brasile, provocare un tornado in Texas?”. Nel caso di Lorenz si parla della teoria del caos e di come una minuscola perturbazione possa, in linea teorica, produrre effetti giganteschi.

A dire il vero per i biologi dovrebbe essere piuttosto familiare come concetto, se consideriamo che la teoria evoluzionistica generalmente accettata prevede un meccanismo di mutazione e selezione e che le mutazioni non sono altro che la conseguenza di minuscoli incidenti nella duplicazione di una catena di DNA. In ultima analisi, per chi non sia un creazionista convinto, diventa difficile affermare che l’interferenza su qualunque parte della biosfera sia certamente priva di conseguenze per noi stessi.

Come risolviamo la questione?

Ho già chiarito che siamo agli inizi dello studio dei meccanismi che reggono la vita sul pianeta Terra. A molti non addetti ai lavori sembrerà di sapere molto, ma per noi ecologi è chiara la nostra ignoranza. Quello che abbiamo capito, e proponiamo al resto dell’umanità, è un principio di precauzione. L’idea di base è quella di non esaurire completamente ecosistemi, specie, risorse, ma cercare di farne un uso “sostenibile”, intendendo questa sostenibilità come la capacità di conservare l’oggetto e usare la sua capacità di autorigenerarsi.

Per fare un esempio molto umano, pensate alla legna da ardere. Per molti secoli i nostri antenati hanno tagliato il bosco in modo che questo continuasse a rigenerarsi. Il bosco così usato non era uguale alla foresta vergine, ma nemmeno era destinato a scomparire. Se avessero sbagliato, si sarebbero trovati senza legna, dunque senza riscaldamento e senza capacità di cuocere i cibi, il che avrebbe significato morire ed estinguersi, per lo meno qui in Europa.

Il problema è come arrivare a questo modo di agire. Per farlo serviamo noi ecologi applicati. Mi sono scoperto, sto facendo pubblicità alla mia attività? In verità ho scelto una professione perché ritenevo che fosse utile fornire questo tipo di servizio alla comunità. Ovvero, credo sia utile aiutare la società a cui appartengo a individuare quali siano le azioni a basso rischio e quali quelle da evitare assolutamente, individuare i problemi e trovare soluzioni, stabilire se una data area sia idonea a un certo progetto prima di spendere tempo e denaro per avviarlo, aiutare a migliorare il progetto perché divenga “sostenibile”, contribuire a sorvegliare lo stato del territorio e delle risorse note o ignote che contiene.

La via esiste, sento dire spesso che “costa troppo”, ma nell’affermarlo si tiene conto solo della necessità di pagare qualcuno sul momento, senza un evidente vantaggio immediato per chi paga. Come società, come umanità, dovremmo invece essere consapevoli del fatto che chi ci aiuta a capire che non è il caso di consumare una certa porzione di territorio, sta facendo l’interesse comune.

Ma dobbiamo decidere qualcosa di più. Ovvero se la collettività debba accettare di accollarsi i costi che derivano da vicende come quella che è stata motivo per scrivere questo articolo. Se un’azienda fornisce servizi e prodotti, dà lavoro a membri della nostra società e decidiamo di limitarne l’espansione in un sito, siamo disposti ad andare oltre il semplice “no”? Secondo me è giusto fornire a questa azienda (o altre in casi analoghi) il supporto necessario per trovare soluzioni alternative, per continuare a operare, fornire beni e servizi, dare lavoro alle persone, senza fare estinguere un insetto o qualunque altra specie o ecosistema.

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