Benessere e rinunce

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Introduzione a un punto di vista, non nuovo, ma neppure scontato.

Una rinuncia non può fare veramente, o completamente, bene. Nell’affrontare i comportamenti alimentari errati ad esempio è necessario risalire all’origine, comprendere i perché, averne coscienza e quindi correggere il comportamento che ne deriva.

Ve lo dice una persona che combatte con una innata tendenza ad accumulare grasso e ha passato la propria vita dai 18 ai 45 anni fare la famigerata “fisarmonica”, con variazioni di peso mostruose occorse anche nell’arco di pochi mesi. Una lotta continua che ha prodotto sofferenza e insoddisfazione, fino a quando sono diventato “grande” e ho iniziato a farmi e fare delle domande, con l’obiettivo di portare benessere fisico e mentale nella mia vita, almeno per i prossimi 40 anni!

La rinuncia cieca produce sofferenza e, anche se può dare risultati fisici misurabili e positivi per molti aspetti, genera in noi dei fenomeni fortemente negativi, che si innescano ogni volta che la nostra mente percepisce il disagio derivante da una rinuncia non sufficientemente motivata. In linea generale la sofferenza sia fisica che psicologica è un fenomeno non elementare, da evitare.

ll nostro corpo ha un funzionamento estremamente complesso che la biologia e la medicina non riescono ancora a spiegare completamente usando il metodo scientifico, mentre discipline che non riconoscono l’utilità del metodo scientifico forniscono spiegazioni operativamente comode ma del tutto fantasiose.

Ve lo dico chiaro e netto: sono laureato in Scienze Biologiche e credo che il metodo scientifico sia il migliore a nostra disposizione per comprendere le leggi della Natura. Non voglio vendere fumo e illusioni, sono estremamente scettico riguardo alle affermazioni fatte dagli esperti di medicine alternative, che considero per lo più delle fantasiose aprossimazioni, quasi sempre dogmatiche ma confuse, spesso errate. Tuttavia non scarto mai una cosa che funziona se ne ho le prove e ci sono le condizioni giuste per usarla con successo. Il che significa che non troverete in me un atteggiamento chiuso e integralista, ma nemmeno uno disposto a mescolare cose a casaccio pur di convincervi della bontà delle sue teorie.

Il quadro che ho fatto delle conoscenze attuali sul funzionamento del nostro organismo e della mente non sembra molto confortante, ma il fatto di avere una conoscenza parziale di un fenomeno o di disporre solamente di spiegazioni più o meno fantasiose relative a fenomeni osservati nella realtà non ci dovrebbe limitare. Possiamo comunque adoperarci per ottenere il benessere, un vero e duraturo benessere. Capiamoci: la scienza ha dimostrato che la Terra è un pianeta di forma aprossimativamente sferica (in verità un po’ schiacciata), fatto che a un osservatore coi piedi per terra del passato non cambiava per nulla le cose rispetto a un modello di Terra piatta, ovvero un disco piazzato lì nel nulla a galleggiare e circondato da una miriade di lampadine che chiamiamo stelle, un grande falò che chiamiamo Sole e altri corpi celesti ben disposti a decorare il cielo. Tutto questo ha funzionato benissimo, fino al momento in cui non siamo diventati capaci di percorrere enormi distanze in breve tempo. Finché ti sposti a piedi o a cavallo, entro un migliaio di chilometri, che la Terra sia tonda o piatta non cambia le cose. Quando inizi a usare un aereo per spostarti di diecimila chilometri qualcosa cambia. Ma il grandioso cambiamento è avvenuto con l’invenzione delle telecomunicazioni!

Quando la mia (allora) fidanzata ha passato un mese negli USA, comunicavamo usando la connessione internet. Quando io avevo finito di pranzare, lei mi chiamava mentre faceva la sua prima colazione. Se io l’avessi chiamata per dirle “buon giorno” alle mie sette di mattina, l’avrei svegliata all’una di notte.

Questo ci costringe ad accettare l’idea che la Terra sia per lo meno una palla, che poi sia lei a girare su se stessa e non il Sole a ruotarci attorno, a questi fini non ci importa. Vediamo così che a volte una spiegazione aprossimativa di un fenomeno è sufficiente sul piano pratico: non telefonare alla tua ragazza per dirle “Buon giorno” appena ti alzi, se lei si trova in un posto 97° a Ovest rispetto a te, ti amerà di più se aspetterai almeno l’una e mezza.

Tornando a noi stessi, senza addentrarci nel complesso intrico di processi naturali che si verificano nel nostro organismo, possiamo tranquillamente dire che se è vero mens sana in corpore sano è vero anche il reciproco: il corpo è sano se la mente è sana.

Questa osservazione empirica e apparentemente banale l’ho fatta diverse volte osservando gli ammalati, o anche me stesso in condizioni di malattia. Ho conosciuto persone gravemente malate, afflitte da mali che non siamo ancora in grado di curare, la cui vita si è protratta molto oltre la sopravvvivenza media. Sicuramente queste persone avevano un corpo ancora efficiente, diciamo pure “forte” anche se il termine è improprio, ma avevano anche una fortissima volontà, quella di combattere la malattia e proseguire la propria esistenza. A volte fino a conseguire uno scopo, che poteva essere quello di vedere un nascituro, o semplicemente per tenacia e amore verso la vita.

Il metodo scientifico non è in grado, per ora, di fornirci delle teorie che spieghino questo fenomeno, mentre molte discipline mediche non scientifiche o scuole di pensiero filosofico religioso ci danno una spiegazione semplice: lo spirito controlla il corpo, la mente e lo spirito interagiscono, o addirittura si identificano. Ovviamente qui non sto chiamando “mente” l’organo che indichiamo col nome di “cervello”, ma quell’immateriale entità che è sede del ragionamento, della memoria, dei sentimenti.

Discutere la natura della mente, della psiche, dello spirito, non è quello di cui voglio parlare in questo momento, per quanto siano argomenti meravigliosi. Voglio arrivare col ragionamento alla mia affermazione di partenza: la rinuncia non porta un beneficio completo.

Purtroppo, o per fortuna, nell’interazione fra corpo e mente rientra la generazione di una grande soddisfazione ottenuta assumendo alimenti. Il corpo è una macchina e ha bisogno di energia per funzionare, di materiale per costruire e riparare cellule. Abbiamo bisogno di introdurre alimenti e ossigeno per bruciare questo carburante, in minuscoli reattori meravigliosi che si chiamano mitocondri. Questo vale per noi Homo sapiens sapiens e per tutti i metazoi di mia conoscenza, ovvero i così detti “animali”. Esistono batteri e funghi bravissimi a fare funzionare i loro microscopici corpi senza assumere ossigeno, ma in ogni caso devono avere a disposizione degli alimenti.

Ebbene, il nostro corpo da un certo punto di vista è un po’ ansioso, nel senso che ha una gran paura di restare senza rifornimenti. Quindi, appena può, invia dei segnali al cervello e questo genera un pensiero: ho fame! Si tratta di una delle cose più irresistibili per noi. Sono veramente poche le cose che rappresentano la “base” della nostra esistenza. Mangiare, bere, respirare, riprodurci. Il resto sembra secondario. In effetti sono cose che vengono fatte anche dal più semplice degli organismi viventi, è veramente la base della vita. Ci rendiamo conto quindi che l’introduzione di alimenti è qualcosa di talmente importante e fondamentale da influire in modo pazzesco sulla nostra vita, non solo fisica.

Il nostro corpo dicevamo è un po’ ansioso e si preoccupa molto per il rifornimento e la disponibilità di cibo. Per stare tranquilli quasi tutti gli organismi che mi vengono in mente hanno adottato una strategia molto interessante: se c’è più alimento rispetto a quello immediatamente necessario, lo assumiamo comunque, lo trasformiamo in sostanze di riserva e ne teniamo un gruzzolo al sicuro.

Nel nostro caso, come in molti altri organismi, ci sono delle cellule specializzate in questa funzione di riserva, gli adipociti. Queste fantastiche botticelle che si affollano sotto la nostra pelle, prediligendo alcune zone del corpo rispetto ad altre, sono ben felici di ricevere grassi dal nostro laboratorio chimico, chiamato fegato, e immagazzinarli in goccioline di grasso che rimarranno lì a disposizione qualora si presentasse la necessità di disporre di energia, ma non ci fosse dell’alimento fresco da utilizzare.

E qua entriamo nel campo dei problemi di “linea” e di salute, perché il deposito di grasso negli adipociti è indubbiamente utile, ma può creare dei problemi di cui il nostro corpo sembra fregarsene altamente.

Uno dei problemi più evidenti è che, se l’accumulo di grasso è eccessivo, il nostro peso corporeo aumenta troppo. Aumentare il peso corporeo significa determinare un maggiore carico sul sistema osteo articolare, lungo l’intera catena che va dal capo ai piedi. Chi scrive ha provato l’emozione di pesare 110 chilogrammi e posso garantirvi che schiena, ginocchia e caviglie non erano per niente contente di questa situazione.

Non ne era contenta nemmeno la mente, a dire il vero, per una serie di ottimi motivi. Innanzitutto pesare tanto significava avere dei fortissimi limiti nella capacità di muovermi. Spostare 110 chili è ben diverso da spostarne 80, per essere chiari. Se avete un peso corporeo nell’ambito del “normale” provate a caricare, con estrema cautela e con l’aiuto di un assistente, sulle vostre spalle uno zaino che abbia un peso complessivo pari al 25% del vostro peso. Ecco, in questo modo sperimenterete la mia vita a 110 kg, ovvero con un peso che eccedeva del 25% circa il mio così detto “peso forma”.

Certo, dato che non si ingrassa in pochi secondi il peso non cresce in modo istantaneo, come quando ci si carica uno zaino sulle spalle. Nel periodo di aumento di peso i nostri muscoli cercano di adeguarsi e questo significa che alla fine riusciremo ancora a fare le scale dignitosamente. Se la nostra vita si limita a compiere il percorso letto – tavola – auto – ufficio – auto – divano – tavola – divano – letto, il disagio percepito è minore rispetto a quello che provavo io. Già, perché fra i miei difetti c’è quello di avere una irrefrenabile voglia di praticare attività all’aria aperta, o comunque fuori casa, che richiedono capacità fisiche superiori a quelle necessarie per passare il pomeriggio di domenica sul divano facendo zapping fra i canali tv.

Faticare e avere grossi limiti nel praticare attività come l’escursionismo, l’arrampicata, la speleologia, la pesca in torrente o lo sci alpino era per me fonte di dispiacere e frustrazione. Quindi se la mente era al sicuro dall’insistenza di richieste di energia da parte del corpo, era continuamente tormentata dall’infelicità prodotta dal non riuscire a fare sport come desideravo.

Va beh, molla lo sport accidenti! Eh no, vedrete che lentamente ci arriveremo, ma vi anticipo da subito che il così detto “sport“, ovvero fare fatica senza un’apparente necessità, è uno degli ingredienti necessari per il benessere di una persona. Ovviamente anche in questo caso ci sono i pro, i contro e dei limiti da considerare.

Un altro aspetto spiacevole dell’essere molto sovrappeso, o come nel mio caso obesi, è che difficilmente ci si piace. I nostri canoni estetici non prevedono la ciccia. Questo per lo meno vale per noi europei, perché altre culture del mondo sono decisamente più benevole da questo punto di vista. Tanto per fare un esempio, considerate il fisico asciutto di coloro che vengono ritratti nell’arte sacra europea. Il nostro povero amico Gesù è magrissimo sulla croce, non solo perché è stato da poco torturato e poi messo al martirio in quel modo orribile, ma perché nella mente dell’artista europeo Gesù deve essere per forza figo: insomma Dio non si è preso un corpo fatto male! Prendete ora le statue che raffigurano il Buddha Siddharta Gautama (quello principale per capirci) o qualche Bodhisattva. Sono spesso ben in carne, sebbene Siddharta Gautama avesse passato un tempo lunghissimo a meditare e fare una vita decisamente ascetica, che indubbiamente deve avere prodotto un estremo dimagrimento del suo corpo. Ma per molti artisti orientali un corpo con un po’ di ciccia è bello e il Buddha deve per forza essere figo, almeno quanto il nostro Gesù.

Ora, lungi da me l’idea di farmi torturare e mettere in croce, ma nel retrobottega della mia mente il fisico asciutto è sicuramente più gradevole rispetto a quello rotondo da Buddha. In fondo nessun supereroe dei fumetti e del cinema è sovrappeso, anzi li vediamo tutti magri e con muscoli ben scolpiti. Gli unici esempi di eroi forti e invincibili dotati di una ragguardevole pancia erano quelli rappresentati al cinema da Bud Spencer, che però altri non era che Carlo Pedersoli, un nuotatore fortissimo andato un bel po’ sovrappeso dopo la fine dell’attività agonistica. Nei fumetti abbiamo invece l’incredibile Obelix. Ma se ci fate caso, sia i personaggi interpretati da Bud Spencer che Obelix sono eroi positivi, ma comici. Credetemi, Superman con dieci o venti chili di più rimarrebbe sempre superfortissimo, ma a noi di cultura europea (quindi inclusi i nordamericani) piace così, come le statue greche rappresentavano gli atleti olimpici dell’antichità e gli dei.

Preferisci assomigliare a un Buddha sovrappeso o a un dio greco?

Personalmente troverei interessante assomigliare a una divinità vichinga, più che altro per il clima del Valhalla, che mi sembra adeguato alle mie aspirazioni alimentari. Ecco che il corpo continua a inviare segnali contrastanti al cervello e la mia mente si confonde. Posso scolarmi litri di birra, mangiare cinghiali a più non posso e assomigliare a Thor invece che a Obelix?

Si. Posso, ma devo volerlo sul serio e accettare le condizioni che questo comporta.

Credo che mia moglie apprezzerebbe il tentativo di acquisire una somiglianza con Thor, oltre tutto. Obelix è molto più simpatico secondo me, ma a quanto pare non basta.

In definitiva quello che abbiamo capito, che ho intuito in questi anni, è che il benessere possa derivare solamente da un compromesso fra l’istinto primordiale e biochimico di introdurre cibo, quello di risparmiare energia e la necessità di essere veramente soddisfatto del funzionamento del mio corpo sotto tutti gli altri aspetti. Dobbiamo integrare realmente mente e corpo, non possiamo permetterci di maltrattare né l’uno, né l’altra.

Alt, mi direte voi, ma quando invecchierai? Mica potrai andare ad arrampicare o scendere nelle grotte fino alla vecchiaia?! Perché no? Mio padre ha continuato ad andare in montagna facendo dislivelli e tempi di percorrenza a volte migliori dei miei, di 35 anni più giovane. Ho conosciuto climber di 80 anni che salivano su vie di 6c senza eccessivi problemi e ricordo che il grande Riccardo Cassin ripetè all’età di 78 anni la via che aveva aperto sul Pizzo Badile nel 1937, ovvero all’età di 28 anni! Ricordo anche che nel 2004 per celebrare il 50° anniversario dell’ascensione al K2, Lino Lacedelli andò in Pakistan e raggiunse a piedi il campo base da cui era partito per la salita 50 anni prima, aveva 79 anni.

Ora, chiediamoci quanto sia stata soddisfacente la vecchiaia di persone che sono riuscite a fare le cose che avevano amato per tutta la vita fino ad età molto avanzata. Non vorremmo tutti fare lo stesso? Io si, ma per farlo, devo capire quali siano le cose giuste da fare, al netto di un’evidente predisposizione genetica che probabilmente non ho, dato che porto in me solo il 50% del genoma di mio padre, mentre il 50% da parte materna non è testato sull’attività sportiva. Tiriamo fuori tutto ciò che è possibile da noi stessi, ne saremo soddisfatti. Non dobbiamo cadere nel tranello degli obiettivi non raggiunti, perché questo genera frustrazione e dunque sofferenza, dannosa anche per il benessere fisico. Non conosciamo i nostri limiti, ma abbiamo la libertà di fare tutto il possibile per raggiungerli e dunque ottenere il massimo benessere possibile. E’ molto meglio che rinunciare, non trovate?

Per stare bene, fisicamente e mentalmente, devo curare il corpo e la mente, ma senza introdurre nella mia vita la sofferenza che deriva da una rinuncia cieca, il cui unico risultato sarebbe quello di produrre malessere mentale, con conseguenze fisiche che non posso che immaginare. Se la mente è capace di influire sul nostro corpo in senso positivo, ovvero contribuendo a combattere una malattia o a prolungare certe facoltà fisiche nel tempo, può fare anche l’opposto, ovvero renderci più vulnerabili alla malattia e accelerare la decadenza dell’organismo.

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