Un patrimonio invisibile

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La vita quasi sconosciuta nelle acque interne continentali

Knipowitschia punctatissima

Non ricordo esattamente quanti anni avessi quando a Piani di Luzza, sopra Forni Avoltri (UD), scoprii in un ruscello alcuni bizzarri animaletti. Vedevo dei cilindri bianchi, che sembravano fatti di sassolini minuscoli, da cui sporgeva una testa e delle zampe. Chiesi lumi a mio padre, il quale mi spiegò che erano dei “granchietti” che si erano fatti la casetta per proteggere l’addome. Un po’ come i paguri.

Nel 1995 chiesi al prof. Mario Specchi, ordinario di Zoologia per il corso di laurea in Scienze Biologiche dell’Università degli Studi di Trieste, che mi assegnasse una tesi di laurea sul biomonitoraggio usando gli indici biotici applicati ai macroinvertebrati bentonici delle acque correnti. Il professore accettò di avermi come studente interno e mi dette carta bianca per la scelta dell’area dove fare la tesi. Io scelsi il torrente But, uno dei più importanti corsi d’acqua della Carnia, quello che ha scavato la valle da cui proviene una gran quantità di Moro, guarda caso, e lungo cui correva un’antichissima via attraverso le Alpi fin dalla protostoria.

Scoprii così che i “granchietti” sono in realtà degli Insetti e più precisamente si tratta di Trichoptera. In base ai miei ricordi, ormai sfumati, penso che la mia prima osservazione avesse riguardato delle larve molto ben sviluppate di Limnephilidae, probabilmente pronte a impuparsi. Mio papà è architetto, per cui non gli ho mai rimproverato di avere sbagliato Classe di Artropodi. Il principio che mi aveva comunicato era corretto: i Limnephilidae costruiscono un astuccio che copre completamente l’addome e può coprire in caso di necessità tutto il torace a quasi interamente il capo.

Fin da ragazzino seguivo i miei coetanei appassionati di pesca lungo le rive dei canali irrigui a Sud di Udine. Eravamo nati tutti in mezzo alla pianura asciutta e quindi l’unica acqua disponibile era quella delle rogge medievali e dei canali irrigui moderni. Non grandi ambienti acquatici, ma nemmeno dei peggiori. Per tutti i ragazzini la pesca aveva allora un grande fascino, c’era qualcosa di istintivo nel volere pescare. Mio padre mi diceva che, secondo lui, doveva essere un’attività dei bambini fin dalla preistoria, ma nonostante questo non mi fecero mai fare la licenza di pesca, così mi dovetti limitare a guardare gli altri e a pescare in mare e laguna.
Fortunatamente mio padre aveva una gran passione per fare gite in laguna con un canotto prima e con una barchetta di vetroresina poi. Io non apprezzavo per nulla l’attività nautica, sia per la noia, sia perché mia madre poveretta era molto spaventata, considerando che non ha mai imparato a nuotare.

Per un paio di decenni i pesci per me erano i “go” della laguna (Zosterisessor ophiocephalus), le passere (Platichthys flesus), i cefali imprendibili (Liza sp. e Mugil cephalus) e le trote. Le trote erano ciò che i miei amici pescavano nei canali e io avevo pescato alcune volte negli allevamenti e laghetti di “pesca sportiva”. Si trattava sia di trote fario (Salmo trutta) che di trote iridee (Oncorhynchus mykiss), ma non avevo idea che esistesse un’altra trota in Friuli, Salmo marmoratus: quella friulana sul serio! Per me le due trote alloctone erano le trote tipiche dei nostri corsi d’acqua, ignorando del tutto il fatto che a riempire i canali di questi pesci ogni anno era l’Ente Tutela Pesca del Friuli Venezia Giulia.

Frequentando il laboratorio del prof. Specchi mi trovai fianco a fianco con gli ittiologi, ovvero con chi studia i pesci. In particolare l’attività veniva portata avanti in acque interne da Silvia Vanzo ed Elisabetta Pizzul, che allora era appena diventata ricercatrice strutturata. Fu con loro che iniziai a campionare, ovvero a catturare, riconoscere e misurare pesci, nelle acque della Carnia nel 1997. Va detto subito che la Carnia era abbastanza coerente con la mia visione adolescenziale della fauna ittica: trote, trote, trote, scazzone (Cottus gobio) e solo raramente qualche cavedano (Squalius squalus) nella parte bassa, verso Tolmezzo. Misurammo e pesammo centinaia di trote e l’unica grossa novità per me era lo scazzone, che c’è anche nei canali vicino casa dei miei genitori, ma non lo potevo vedere perché i miei amici non lo pescavano.

Su questo non ho riflettuto per molti anni, mentre scoprivo grazie alla dottoressa Pizzul, che personalmente chiamo “Betta”, l’esistenza di una marea di specie di pesci di cui non avevo mai sentito parlare. A lei interessavano in particolare i Cyprinidae, pesci non amati dai pescatori ma estremamente importanti nell’ecologia dei nostri ambienti acquatici. Sono in fondo i pesci più diffusi, numerosi e con il maggior numero di specie in Italia.

Nel 2000 venni inviato dall’Università al Laboratorio Regionale di Idrobiologia dell’ETP ad Ariis di Rivignano. Località bellissima e pacifica sulle rive del fiume Stella, uno dei più bei fiumi di risorgiva del Friuli, dove l’ETP aveva costruito oltre a un laboratorio anche un acquario dedicato esclusivamente ai pesci di acqua dolce del Friuli Venezia Giulia. Lì mi trovai a essere “il biologo” e dovetti iniziare a usare seriamente quello che mi aveva insegnato Betta, scoprendo di avere imparato assai poco in fatto di nozioni, ma almeno di avere un metodo.

E così mi passarono per le mani centinaia, migliaia di pesci di tutte le specie presenti in regione, imparai a riconoscerli e potei apprezzare le differenze che ci sono fra una popolazione e l’altra. Il terribile inganno dei colori, che cambiano molto facilmente, le forme diverse fra chi vive in pianura e chi abita in montagna, l’indole degli individui destinati a fare mostra di sé in acquario e le difficoltà di adattare a questa situazione alcune specie.

Scoprii, in senso personale ovviamente, diverse specie che mi erano totalmente sconosciute. Ad esempio il panzarolo (Knipowitschia punctatissima) e il cobite mascherato (Sabanejewia larvata). Il panzarolo in particolare è diventato per me un simbolo. Questo piccolo pesce, direi anzi minuscolo pesce, è strettamente bentonico e se ne sta sempre sul fondo dei corsi d’acqua di risorgiva della nostra bassa pianura, spesso nascosto fra le fanerogame acquatiche, altre volte in bella mostra su un fondale ghiaioso ma comunque invisibile all’occhio umano. Gli esemplari più grandi raggiungono la lunghezza di 5 cm, ma la maggior parte di quelli che ho visto finora è più piccola. Ovviamente nessuno pesca un pesce così usando la lenza e anche con reti e bertovelli può essere catturato solamente per un caso, dato che passa tranquillamente attraverso le maglie della rete idonea alle anguille, quella più diffusa in pianura.

Il panzarolo c’è, è sempre stato sotto il nostro naso, ma noi non ce ne siamo accorti. Venne descritto nel 1864, ma la sua esistenza era nota solo ad alcuni naturalisti, quelli che oggi chiamiamo ittiologi. Per me, specializzato nello studio dei macroinvertebrati, era qualcosa di assolutamente nuovo e affascinante, soprattutto un piccolo tesoro che correva e corre un pericolo notevole: scomparire senza che nessuno si preoccupi di lui. Occhio non vede, cuore non duole. In fondo chi si preoccupa di un minuscolo pescetto che non si mangia, non si fa vedere, non dà fastidio a nessuno, ma nemmeno è decorativo. Non esiste già, perché temere per la sua sopravvivenza?

Questo pesciolino mi ha insegnato una cosa importante: se esiste indubbiamente un motivo ci deve essere, ma se noi non cerchiamo bene, non lo troveremo mai e quindi ci mancherà un pezzo nel puzzle degli ecosistemi acquatici della pianura. Guardando il puzzle da lontano forse nemmeno ce ne accorgeremmo, ma il quadro non sarà completo. Ci accorgeremmo se mancasse una tessera da uno dei mosaici della basilica di Aquileia? Direi di no. Ma saremmo contenti se sapessimo che manca una tessera e uno splendido mosaico non è completo? No, non lo saremmo.

Ecco allora che il panzarolo va cercato, studiato e compreso esattamente come le voraci trote e le sguscianti anguille, perché se abbiamo la presunzione di gestire e usare il mondo a nostro vantaggio, è necessario sapere come è fatto questo mondo e anche un minuscolo pesciolino ne fa parte.

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