Piccole osservazioni sul Tagliamento

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Ci sono fiumi grandi e piccoli, poi ci sono i grandi fiumi. Il Tagliamento, sebbene sia un fiume medio-piccolo se confrontato con gli altri nel mondo, è indubbiamente un grande fiume.

Lower Tiliment river - Winter 2018

La mia potrebbe essere un’opinione personale, dettata dal fatto che il Tagliamento, il cui nome nella mia lingua è Tiliment, è la colonna vertebrale del Friuli e quindi il mio giudizio potrebbe essere viziato dai sentimenti. Tuttavia non sono l’unico a pensarla in questo modo. Da anni molti ricercatori stanno studiando il Tagliamento, perché questo fiume è (purtroppo) considerato l’ultimo fiume alpino europeo ad avere ancora caratteristiche naturali per lunghi tratti. Tutti gli altri fiumi alpini, sia sul versante meridionale che su quello settentrionale delle Alpi, sono stati fortemente modificati dall’uomo, rettificati e costretti fra argini fino ad assomigliare più a dei canali artificiali che a dei veri e propri fiumi.

Questa foto è stata scattata durante una sessione di campionamento nel tratto inferiore del Tagliamento, all’altezza di Varmo. Si tratta di uno dei segmenti di fiume più belli in assoluto, con un alveo molto ampio e caratteristiche morfologiche splendide. Lo stesso nome del paese di Varmo, che si chiama in reatà Vildivâr, deriva dal fiume. In lingua friulana infatti vâr significa “guado” e deriva direttamente dalla parola latina vadum, mentre la parola vile significa “paese”, dal lativo vicum. Il nome originale di Varmo dunque è Paese del Guado. Qui in effetti il Tagliamento ha un alveo molto ampio, ma il flusso è suddiviso in più canali la cui profondità non è mai molto elevata. Certo ci sono tratti in cui la corrente è particolarmente rapida e buche con acqua profonda oltre un metro, ma trovare il modo per guadare è sempre possibile, in particolare al limite fra una lunga placida lama (glide per i tecnici) e l’inizio di un tumultuoso raschio (riffle), si trova spesso una zona di acqua particolarmente bassa e con corrente moderata.

Quello che colpisce attraversando l’enorme alveo è la grande diversità di habitat che si osservano, anche se da lontano tutto sembra uguale. A parte l’ovvia differenza fra habitat come glide, pool e riffle, sono molto interessanti le transizioni e il modo in cui la velocità della corrente controlla alcuni aspetti dell’ecologia del fiume.
In particolare ci accorgiamo che ci sono zone più colorate, in genere giallastre o marroncine, e zone dove i colori sono tendenti al grigio chiaro. Le zone “colorate” e quelle “sbiadite” hanno lo stesso substrato, in termini di composizione dei clasti, ma quello che cambia è la frequenza con cui ogni ciottolo viene messo in movimento dalla corrente. Dove i ciottoli rimangono fermi per un certo periodo di tempo, sulla loro superficie si sviluppa una sottilissima patina di Diatomee bentoniche, che li rende particolarmente scivolosi, ma molto attrattivi per un gran numero di animali la cui alimentazione si basa su questi organismi vegetali unicellulari.
In questo ambiente, nella grande distesa ghiaiosa, i filoni attivi del fiume sono molto spesso lontani dalla vegetazione riparia. Alcune isole vegetate riescono a fornire un po’ di materiale organico all’ecosistema acquatico, ma per il resto la vita di chi vive in queste acque dipende dalla produzione primaria delle Diatomee e dal detrito organico trasportato da monte. A volta questo giunge da molto lontano, tant’è che non è raro riconoscere fra i tronchi abbandonati da una piena quelli di alberi che non vivono nel tratto medio e inferiore del fiume, come l’abete bianco e quello rosso, o il faggio.

La grande massa di foglie che alimenta i detritivori sminuzzatori nei torrenti montani qui non c’è, se non in pochi canali laterali circondati da salici e pioppi, mentre le foglie donate al fiume dai boschi alpini sono state ormai ridotte in poltiglia finissima, vantaggio di filtratori e detritivo raccoglitori. Questo gran lavoro di trasformazione, che trasferisce energia a suon di milioni di Joule dai boschi montani e dalle patine di fitobenthos agli ecosistemi acquatici planiziali e marini, è tutto a carico di miliardi di invertebrati, fra cui i più visibili sono i così detti macroinvetebrati bentonici.

Pensate che in un metro quadrato di fondo si possono trovare ben più di un centinaio di questi minuscoli invertebrati, taltolva un migliaio. Raramente di più nel grande alveo, dove la densità è limitata dal fatto che anche le risorse alimentari sono rarefatte. Immaginate circa 500 invertebrati per un metro quadrato, su una sezione di un canale largo 50 metri, affiancato da altri canali che portano la sezione complessiva del flusso attorno ai 200 metri circa. Ebbene, in questo caso avremo per ogni metro di alveo (longitudinalmente) almeno 100.000 invertebrati e dunque 100.000.000 per ogni chilometro. Cento milioni di animaletti per chilometro, che la gran parte di noi non ha nemmeno mai preso in considerazione. Ci sono molte cose da scoprire nell’alveo del grande Tagliamento.

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