Passaggi per i pesci: perché e a cosa servono?

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Strutture importanti ma spesso mal congegnate

Molte specie di pesci, fra cui alcune di rilevante interesse commerciale, si spostano di molti chilometri nel corso della propria vita per svolgere attività differenti in ambienti diversi fra loro. Credo che tutti abbiano in mente la famosa migrazione dei salmoni (qui l’articolo di Wikipedia che riguarda il salmone atlantico), che risalgono dall’oceano lungo i fiumi per raggiungere piccoli corsi d’acqua montani dove depongono le uova. Ovviamente i loro giovani devono compiere il percorso inverso, raggiungere il mare, alimentarsi fino a crescere e diventare adulti, quindi tornare a risalire il fiume per deporre le uova.

Una briglia che costituisce un ostacolo insormontabile per la migrazione dei pesci.

Questo meccanismo era ben noto fin dalla notte dei tempi, tant’è che l’uomo, analogamente agli orsi che vediamo in certi documentari, si appostava in passaggi obbligati lungo la via di migrazione, per intercettare i grossi salmoni diretti verso le zone di riproduzione. Un tipo di pesca che, per quanto ridimensionato dall’allevamento intensivo di varie specie di salmone, continua a essere esercitato in molte aree del mondo, dando reddito a diverse migliaia di famiglie.

Capirete che se lungo il percorso del salmone piazziamo un ostacolo insuperabile, questo non potrà raggiungere il luogo in cui si riproduce e dunque morirà senza figli, ovvero senza generare quella prole che non solo serve a perpetrare l’esistenza della popolazione, ma anche a sostenere l’attività di pesca da parte dell’uomo. Di questo furono consci diversi governi e amministrazioni pubbliche già nell’800, tant’è che le prime leggi del neonato Stato della California prevedevano già norme specifiche per garantire la continuità idrobiologica dei fiumi che scendono verso l’Oceano Pacifico.
La stessa consapevolezza si sviluppò in Europa, in particolare nelle aree dove la pesca del salmone atlantico era importante dal punto di vista economico, come le isole britanniche e la scandinavia.

In Italia la specie migratrice più importante dal punto di vista economico è l’anguilla, che ha uno “stile di vita” opposto rispetto a quello del salmone: si riproduce nell’oceano e cresce nelle acque dolci. In ogni caso, raggiungere le zone dove è possibile alimentarsi, crescere e maturare è importante.

La creazione di ostacoli alla migrazione dei pesci ha avuto inizio, come si può immaginare, fin da quando l’uomo ha iniziato a interagire con i corsi d’acqua. I primi ostacoli artificiali erano rappresentati dalle opere accessorie dei mulini, ma a dire il vero raramente risultavano realmente insormontabili. I mulini hanno salti piuttosto piccoli, dato che non richiedono potenze elevate, e non è infrequente che nei periodi di morbida il salto idraulico reale sia così piccolo da essere superabile dai pesci in risalita, mentre in discesa nessun pesce riporta danni saltando giù da una traversa alta un metro e mezzo.

I guai cominciarono quando si crearono sbarramenti più alti, ad esempio le dighe per creare invasi, o anche con lo scopo di deviare il fiume verso un “mulino” molto potente, come potevano essere tanti vecchi impianti idroelettrici. Proprio in questo contesto, dove i pesci migratori costituivano un’importante fonte di reddito e cibo, si svilupparono i primi passaggi per i pesci, quelli che in Inglese si definiscono in generale fishways e in italiano assumono spesso il nome fuorviante di “scale di rimonta”.

Nel corso del XX secolo, divenne evidente che l’effetto delle discontinuità era pesante per diverse specie di pesci, anche quelle che non avevano un diretto uso commerciale. Finché non si sviluppò una “coscienza ambientale” questi effetti vennero considerati irrilevanti, ma lentamente emersero nuovi interessi, anche economici.

Nei nostri fiumi, intendo quelli alpini, ci sono ad esempio alcune specie che effettuano migrazioni a breve raggio come la trota marmorata (Salmo marmoratus) e il temolo (Thymallus thymallus).

Il valore naturalistico di questi pesci è ovviamente elevato, ma quello commerciale si è accresciuto notevolmente nel corso degli ultimi decenni, ovvero con la diffusione di una cultura della pesca “sportiva” o meglio “di diletto” che è fortemente influenzata dalla tradizione britannica.
La pesca delle trote e dei temoli è particolarmente interessante per chi pratica la pesca a mosca, ovvero adotta un insieme di tecniche il cui scopo è catturare i pesci utilizzando come esca imitazioni di organismi acquatici o anfibi, che appartengono normalmente alla loro dieta.

I pesci migratori in zona alpina e prealpina hanno in generale bisogno di spostarsi dalle zone in cui trovano abbastanza cibo e acque profonde, ovvero le condizioni ideali per crescere e produrre gran quantità di uova, a tratti di corso d’acqua con acque più basse, cibo adatto ai più giovani, scarsità di predatori. Ciò che dei bravi genitori fanno, fra le trote e i temoli è analogo a ciò che fanno i salmoni: cercano di raggiungere un posto dove le uova si sviluppino bene e i piccoli trovino condizioni ideali per crescere. Se noi umani piazziamo una briglia alta sei metri nel mezzo, è ovvio che i bravi genitori non potranno portare a termine il loro viaggio nuziale e si troveranno di fronte a due possibilità: non deporre le uova o deporle in un ambiente poco adatto.

Sebbene capiti che una femmina non deponga in assenza di habitat idonei, la seconda ipotesi è la più frequente e porta a un grosso guaio: meno uova si svilupperanno e schiuderanno, molti meno avannotti sopravviveranno al primo mese di vita, molti meno giovani riusciranno a crescere e iniziare il percorso per diventare a loro volta adulti riproduttivi.

Questo crea ovviamente un altro problema dal punto di vista della popolazione, perché se la capacità riproduttiva cala, la mortalità infantile aumenta e quella nelle età successive rimane costante, il numero di pesci finirà per diminuire! Diminuire il numero di pesci significa sia mettere a rischio la sopravvivenza della popolazione (a lungo andare potrebbe scomparire) sia avere a disposizione molti meno pesci per la pesca, professionale o sportiva che sia.

Per decenni ci siamo illusi che questo effetto negativo fosse compensabile immettendo in laghi e fiumi gran quantità di pesci adulti ottenuti in allevamento, oppure immettendo avannotti nelle zone più alte dei fiumi, ma l’esperienza ci ha dimostrato che questo sistema ha dei limiti enormi: funziona per tappare una carenza temporaneamente, ma gli allevamenti non riescono a compensare la perdita di riproduzione naturale su scala di bacino.

Di questo sono piuttosto sicuro, considerato un lungo studio (17 anni) che ho condotto sulla riproduzione della trota marmorata nel fiume Natisone, ovvero su una specie di enorme interesse per la pesca sportiva in una delle zone che ha (o aveva) enormi potenzialità per questo tipo di attività. Negli anni “buoni” del passato in un tratto piuttosto breve del Natisone contavo fino a 150 “nidi di frega” di trota marmorata. Non ho mai voluto contare le uova nei nidi per non correre il rischio di danneggiarle, ma sappiamo che una femmina adulta di 1 kg di peso produce circa un migliaio di uova, arrivando a numeri molto più alti in allevamento dove viene sovralimentata. Se immaginiamo la deposizione di 150.000 uova in un tratto così piccolo (ed è evidentemente una sottostima) ci rendiamo conto che nel solo bacino del fiume Isonzo servirebbero alcuni milioni di uova provenienti da allevamento per sostituire la riproduzione naturale.

Ora qualcuno mi dirà ciò che ho sentito dire spesso in questi anni: per quattro pesci, chi se ne frega!

Dovreste visitare la valle dell’Isonzo, in Slovenia, e provare a calcolare quanto denaro affluisca in questa valle alpina grazie al turismo della pesca. Se visitate il sito della Ribiška Družina Tolmin (a questo link) scoprirete che oggi un permesso di pesca giornaliero costa 78€. Ma sia chiaro, nessuno paga 78€ al giorno per pescare pesci appena liberati da un allevamento come in un laghetto artificiale! Per incassare 78€ a persona al giorno dovete garantire al turista l’emozione di catturare un temolo e una marmorata selvatici.

Immaginate che il pescatore che spende 78€ solo per il permesso debba anche alloggiare da qualche parte, mangiare, magari acquistare elementi dell’attrezzatura per sostituire parti rotte o semplicemente perché è partito da casa senza avere già tutto. Sommate tutti questi introiti per le attività locali e scoprirete che quei “quattro pesci” valgono molto più di quanto possiamo immaginare. Da questo discende un elemento ulteriore di interesse per la fauna ittica: se non ci basta il desiderio di preservare gli elementi naturali del nostro territorio, se non c’è un mercato per la trota selvatica affumicata, per lo meno sappiamo che la pesca sportiva può portare milioni di Euro in una valle alpina, dove non ci sono molte risorse oltre al turismo.

Ecco dunque che siamo alla quadratura del cerchio, ovvero giunti a concludere che se un passaggio per i pesci ben fatto può costare come una villetta, la sua presenza può generare per le comunità locali redditi che sono ben superiori al suo costo.

Non tutti sono capaci di progettare passaggi per i pesci adeguati, nel corso della mia attività professionale ho visto per lo più passaggi fatti malissimo e inutili. Di come si affronta la progettazione e gestione di un passaggio per i pesci parlerò in un prossimo articolo.

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