Acque senza pesci

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Non tutti gli ambienti acquatici sono popolati da pesci, né possono esserlo.

Questa affermazione può sembrare banale, ma fino a qualche tempo fa sarebbe sembrata rivoluzionaria. Quando mi laureai in Scienze Biologiche (1997) ci trovavamo in una fase di transizione fra due modelli culturali, in relazione alla gestione della fauna ittica delle acque interne continentali.
Per oltre un secolo l’uomo aveva messo in atto sforzi immensi per incrementare la consistenza delle popolazioni ittiche e la loro diffusione nel territorio. Mentre stavo terminando il mio corso di studi, abbiamo iniziato a renderci conto che questi sforzi non solo erano frustrati, a fronte di una generalizzata diminuzione della numerosità delle popolazioni ittiche in molti ambienti a Sud delle Alpi, ma erano anche discutibili su un piano etico, dato che si stava alterando in modo significativo la distribuzione naturale di moltissime specie di pesci (e non solo) per scopi tutto sommato velleitari, generando un enorme e inutile rischio per la conservazione delle stesse specie che ci interessavano.
Stavano finendo i tempi in cui gli enti gestori e i concessionari di molte regioni italiane organizzavano addirittura immissioni di pesci in ambiente montano trasportandoli anche con l’uso di un elicottero.

Un piccolo torrente alpino, in Friuli definito spesso col termine “rio”.

Esaminando la distribuzione della fauna ittica del Friuli Venezia Giulia alla fine del XX secolo ci accorgeremmo che una specie era talmente diffusa da risultare la più frequente: Salmo trutta. Si tratta ovviamente di una specie introdotta, quella che fu oggetto di tanti sforzi nel passato. La trovavamo dovunque e solo recentemente la sua frequenza negli ambienti di pianura è scemata, grazie all’interruzione della sua immissione da parte dell’ente regionale che gestisce la fauna ittica. In collina e montagna la trota fario atlantica è dovunque, a volte rappresenta l’unica specie presente, e occupa ambienti incredibilmente frammentati, remoti, instabili.

Chi viveva in origine in questi ambienti terribilmente “scomodi”?

Sappiamo che il salmonide certamente autoctono dei nostri bacini, Salmo marmoratus, è un pesce che predilige i grandi torrenti di fondovalle e i fiumi profondi, mentre colonizza a fatica gli ambienti frammentati dei piccoli rii montani. Quindi, se in passato quegli ambienti fossero stati popolati di pesci, probabilmente ci avrebbe vissuto qualche altra specie.

Vent’anni fa pensavamo che questa specie dovesse per forza essere una “trota”, semplicemente perché nella zonazione ittica classica di Huet la parte alta dei corsi d’acqua è la “zona della trota”. Così avevamo studiato nei testi di ecologia, così ci suggeriva una situazione in cui trovavamo trote fario in tutti i più piccoli e remoti torrentelli delle Alpi Orientali. Ma forse così non era: stavamo cercando di giustificare i nostri preconcetti?

Per molti anni noi biologi, nel tentativo di piazzare per forza una specie di pesci nei torrentelli montani, ci siamo interrogati sull’eventuale esistenza di popolazioni di trota “fario mediterranea” in Friuli Venezia Giulia. La nostra attenzione era concentrata soprattutto su quei torrenti in cui si trovavano solo trote fario, mentre di trota marmorata non c’era nemmeno l’ombra. Ricordo lunghe disquisizioni su questo argomento col mio maestro, il professor Specchi. Alla fine ci convincemmo che quei siti dovessero per forza essere stati abitati da una “fario mediterranea”, successivamente inquinata geneticamente dalle immissioni di “fario atlantica”. Ma questo avrebbe potuto essere scoperto, perché se la presenza passata della trota marmorata veniva rilevata osservando ibridi fra questa specie e la fario introdotta, tecniche di analisi genetica avrebbero potuto farci scoprire ibridi fra fario “atlantiche” e fario “mediterranee” nei nostri piccoli torrenti collinari e montani. All’epoca le popolazioni più interessanti ci sembravano essere quelle dei torrenti But (presso Timau), Judrio e Cellina.

Un individuo ibrido fra Salmo marmoratus e Salmo trutta. Torrente But, Sutrio (UD).

Le analisi eseguite dai genetisti smentirono le ipotesi e stroncarono ogni nostra aspettativa: non è stata trovata traccia di trote fario non atlantiche nei bacini del Friuli Venezia Giulia.

La conoscenza degli ambienti limite per i pesci è stata, per lungo tempo, frammentaria. Per la redazione della prima Carta Ittica Regionale del Friuli Venezia Giulia vennero effettuati campionamenti di pesci anche in alcuni rii montani, che vennero classificati come acque a trota fario più eventuale scazzone, in contrasto con i fondovalle che erano definiti acque a trota marmorata più eventuale temolo. Eravamo alla fine degli anni ’80 (1986 – 1990), quindi un decennio prima delle mie elucubrazioni sull’esistenza di una fario autoctona friulana. Lo scazzone comunque aveva già assunto una certa importanza.

Un esemplare di Cottus gobio dal torrente But presso Sutrio (UD).

Cottus gobio, chiamato gjavedon in sinistra Tagliamento e Carnia, marson in destra Tagliamento, è un piccolo pesce della famiglia dei Cottidae, di cui è l’unico rappresentante nelle nostre acque. I Cottidae, a dispetto della loro somiglianza con i ghiozzi, sono in effetti degli Scorpaeniformes, ovvero più vicini a uno scorfano che a un ghiozzo (i Gobidae sono Perciformes).
Lo scazzone è una specie la cui distribuzione è stata modificata meno di altre, sicuramente meno di quella delle trote. Non che sia esente da manipolazioni e trasferimenti: spesso mi è stato raccontato da persone che erano anziane già vent’anni fa, che quando erano ragazzini lo scazzone era stato portato “dai vecchi” dal fondovalle ad alcuni tratti alti dei torrenti carnici. All’epoca lo scazzone veniva catturato a scopo alimentare, usando il piron, ovvero una rudimentale fiocina, oppure con le mani, analogamente a quanto si faceva coi gamberi.

Quando interpretiamo i dati attuali sulle comunità ittiche dei rii montani dobbiamo sempre tenere in mente il fatto che l’uomo ha effettuato introduzioni e transfaunazioni, mentre la colonizzazione naturale di quegli ambienti ha seguito necessariamente dinamiche ben precise. Innanzitutto: è possibile per un pesce X salire fino a quel punto?

Oggi i corsi d’acqua montani sono fortemente frammentati dalla costruzione di migliaia di briglie, ma la loro colonizzazione da parte dei pesci risale a migliaia di anni prima della creazione di quegli ostacoli.

Migliaia di anni? Non è troppo poco? No, non sulle Alpi. Ricordiamoci della storia di questo territorio, sopratutto ricordiamoci che durante le glaciazioni quaternarie i nostri monti erano coperti di nevi perenni fino a quote relativamente basse e le valli alpine completamente invase dalle lingue dei ghiacciai. A tal proposito suggerisco di leggere il libro Glacies a cura di Corrado Venturini (lo trovate qui).

Quando i ghiacciai coprivano i monti e le valli, ovviamente impedivano ai pesci di vivere in quelle porzioni del territorio. Con la fusione del ghiaccio i torrenti “liquidi” conquistarono nuovo spazio e i pesci iniziarono a espandersi nel nuovo territorio disponibile. Ma i pesci non volano, né camminano o si arrampicano. Per spostarsi i pesci possono solo nuotare e saltare. Non tutti i pesci comunque sono potenti saltatori come i grandi salmoni che vediamo nei documentari sul NordAmerica. Le trote marmorate sono abbastanza grandi e potenti per fare salti di poco inferiori a quelli del salmoni, ma per uno scazzone un gradino di 20 cm è un ostacolo insuperabile.

Una cascata lungo un torrente prealpino. Slap Kot, San Leonardo (UD).

Quando tentiamo di capire se una popolazione ittica sia naturalmente presente in un certo tratto di corso d’acqua o meno, è utile ricordare che la presenza di salti naturali potrebbe avere prevenuto la colonizzazione di quell’ambiente. Chi ha dimestichezza con la geologia sa che in realtà i ghiacciai tendono a “spianare” il fondo delle valli che scavano: le cascate si formano spesso dopo il ritiro dei ghiacci. Ma in alcuni casi le valli glaciali sono pensili, in altri casi la cascata si forma molto rapidamente subito dopo l’arretramento del fronte glaciale e, in ogni caso, i pesci vivono malvolentieri a ridosso di esso.

Per quanto riguarda gli ambienti prealpini, in gran parte non glacializzati, bisogna considerare che la storia dei corsi d’acqua è stata comunque tormentata. Se anche i pesci hanno potuto colonizzare un tratto di torrente prima che una cascata isoli la popolazione da quelle a valle, è frequente che episodi catastrofici la annientino. E’ successo spesso e in molti torrenti che eventi alluvionali intensi abbiano letteralmente annullato il popolamento ittico, anche se siamo portati a ritenere troppo vulnerabili questi animali e a vedere ogni piena come “catastrofica”. I pesci sono bravissimi a superare gli eventi di piena, altrimenti non esisterebbero pesci nei corsi d’acqua montani e tutti vivrebbero in mare, ma quando l’alveo viene invaso da una gran quantità di detriti in movimento, resistere è molto più difficile.

Mi è capitato spesso di cercare pesci in torrentelli apparentemente perfetti per la vita di piccoli Salmonidi e dello scazzone, ma non trovare nulla. Per venire a capo di questi misteri bisogna rivolgersi a un bravo geologo specializzato in geomorfologia, perché analizzi la valle e individui eventuali tracce di eventi catastrofici. Molto spesso questi rii sono un ambiente “limite” per i pesci, ma risultano molto graditi ai Crostacei Decapodi. Non per nulla, tradizionalmente si parla di “rii da gamberi”, per distinguerli da quelli dove vivono anche i pesci.

Le conoscenze riguardo ai corsi d’acqua privi di fauna ittica sono tutt’ora limitate, dato che l’impegno di noi biologi si è concentrato soprattutto sugli ambienti in cui ci sono popolazioni ittiche, la cui conservazione richiede misure di gestione basate su dati oggettivi. Il tema tuttavia è diventato di estremo interesse, da quando abbiamo capito che i cambiamenti climatici in atto renderanno probabilmente inabitabili alcuni corsi d’acqua, per le specie che fino a oggi ci hanno vissuto. Capire quali siano le caratteristiche degli ambienti “no fish” e quali i meccanismi che hanno portato alla formazione di popolazioni stabili in altri ambienti è strategico per concentrare i nostri sforzi di conservazione e la gestione sui siti dove ha senso farlo, evitando quelli dove le condizioni per la vita di certe specie sono venute meno, o scompariranno nei prossimi decenni.

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2 Risposte to “Acque senza pesci”

  1. Nicola Says:

    Proposi all’epoca a Specchi di chiamare il tratto iniziale di alcuni rii, subito dopo la sorgente: “tratto a Salamandra”, per la naturale occupazione delle piccole acque da parte delle larve di questo anfibio, prima ancora che dei gamberi (e poi, proseguendo) dei pesci.
    Ottimo articolo 🙂

  2. magicamente73 Says:

    Articolo molto interessante

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