Supramonte

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Era notte, la prima volta in cui ci arrivai e avevo in mente solo idee molto confuse. Come gran parte di coloro che non ci sono mai stati. Anni fa mi interessai al Supramonte fu perché ci sono molte grotte, fra cui alcune decisamente estese.

E se vai all’Hotel Supramonte e guardi il cielo …

La canzone di De Andrè ha reso celebre il Supramonte, sebbene non abbia nulla a che vedere con esso. De Andrè si riferì al nome in codice del luogo dove era recluso durante il suo rapimento, che si trova nel Logudoro. Il Supramonte invece è un’area di rilievi a cavallo fra due sub regioni della Barbagia: l’Ogliastra (Ollastra) e la Barbagia di Nuoro (su Nugorèsu).

Una parte del Supramonte montano

Per la speleologia i rilievi del Supramonte sono estremamente interessanti. Si tratta infatti di un ampio affioramento di rocce carbonatiche (calcari e dolomie) che appoggiano sul basamento cristallino (granitoidi) del batolite sardo-corso. Le rocce carbonatiche, come è noto, sono soggette a corrosione e dunque interessate da quei fenomeni che definiamo, in generale, carsici. I prodotti di questi fenomeni sono osservabili sia in superficie che nel sottosuolo. In quest’ultimo caso le manifestazioni più eclatanti del carsismo sono le cavità naturali che chiamiamo grotte. Fu proprio una grotta ad attirarmi su questi rilievi, così diversi da quelli che considero la mia casa. Attraverso quella grotta venni accompagnato da Ughetta, speleologa cagliaritana che sposai due anni più tardi. Galeotta fu la grotta! Per questo motivo la mia non fu l’ultima visita al Supramonte, dove sono tornato alcune volte negli ultimi anni.

La storia geologica, ecologica e umana della Sardegna sono complesse e lunghissime; ciò che osserviamo oggi nell’area del Supramonte è il risultato di processi iniziati molti milioni di anni fa. Oggi possiamo vedere una serie di altipiani (supramontes) separati da gole profonde e valli contornate da pareti a picco. La quota media degli altopiani si aggira fra 900 e 1000 metri sopra il livello del mare, digradante da Nordovest verso Sudest. Il punto più alto di quest’area corrisponde alla cima del Monte Corrasi (1463 m slm), massima elevazione delle dorsali che delimitano il Supramonte a Nord e Ovest.

Vista dalla sommità del monte Corrasi

È consuetudine suddividere il Supramonte in una parte montana e una marina. La suddivisione fra le due sotto zone corre aprossimativamente lungo il tracciato della Strada Statale 125 Orientale Sarda, sebbene questa si snodi sempre sul lato marino, che confina ad Est col mare Tirreno (Golfo di Orosei). Verso occidente il Supramonte montano si confonde coi rilievi al margine dell’alta valle del Cedrino, oltre la quale si alza il grande massiccio del Gennargentu.

I centri abitati sono tutti localizzati ai piedi del margine degli altipiani, per motivi molto pratici: in alto non c’è acqua. Le precipitazioni in quest’area non sono basse come nella Sardegna meridionale, ma il carsismo fa sì che non ci sia una goccia in superficie, con l’unica eccezione di parte del Supramonte marino, dove colate di basalto, meno permeabili, hanno coperto il calcare. Orgosolo, Oliena, Dorgali, Baunei e Urzulei sono i paesi che circondano le terre alte e sono titolari di porzioni più o meno ampie del territorio.

Così sentirete parlare di Supramonte di un dato paese, con un riferimento che non è sempre morfologico, ma sempre legato all’uso del territorio da parte di un paese, formalmente delimitato dai confini fra Comuni.

Accedere al cuore degli altipiani non è facile, né difficile. Il Supramonte è molto più frequentato di quanto lasci intuire un rapido sguardo alle immagini satellitari, ma è cosa da sardi e per noi continentali si può rivelare una grande trappola, fatta di sentieri non segnalati, pietraie arse dal sole e prive di acqua, gole profondissime che si spalancano all’improvviso, tagliando la strada e costringendo gli sprovveduti turisti a lunghi giri, nei quali spesso si perdono. Perché il Supramonte è un posto duro e non si svela volentieri.

In Supramonte bisogna avere molto senso dell’orientamento e conoscere bene i luoghi. Chi si sa muovere scova passaggi non intuibili, nascosti, attraverso cui gli abitanti della zona si spostano da millenni. Dove il passaggio è sbarrato da pareti troppo ripide, i locali hanno creato scale di rami di ginepro incastrati con sapienza, in modo apparentemente caotico, che vengono chiamate scala ‘e fustes. Conoscere queste scale e avere il coraggio di affidarsi a esse può fare risparmiare ore di divagazione attraverso un terreno ostico.

C’è un aspetto del Supramonte che lo rende però più accessibile, almeno in parte, rispetto a tante zone delle “mie” Alpi: è percorso da una rete intricata di piste forestali. Queste piste sono giustificate non tanto dalle pratiche forestali, come accade sulle Alpi, ma dall’esigenza di rendere più accessibile la montagna per chi pratica la pastorizia. E di pastori ce ne sono ancora, sebbene le cose non stiano come se le immagina il turista continentale. Innanzitutto il Supramonte non brulica di pecore. E’ vero che in Sardegna la pecora è un animale molto allevato, ma non è adatto a tutti i terreni e pascoli. Sui rilievi carsici si alleva molto meglio la capra. E di fatti vagando per questa zona incentrerete molte capre, molti maiali e rare pecore e vacche. Queste ultime sembreranno minuscole a chi proviene dalle Alpi. La vacca ha bisogno di molta acqua e molta erba, la pecora un po’ meno, la capra si arrangia. I maiali, allevati allo stato semi brado, sono altrettanto abili nel trovare cibo nella boscaglia, scavando soprattutto nel terreno alla ricerca di radici e mangiando le ghiande dei lecci. Una cosa colpirà il continentale alpino (come ha colpito me): durante l’estate in montagna restano solo gli animali più rustici, non è la stagione migliore, ma quella in cui l’erba è secca e l’acqua sparisce. Ma anche qui, come sui monti a cui sono abituato, la presenza delle capre ha plasmato in modo evidente il paesaggio, interagendo con la vegetazione.

La vegetazione del Supramonte è un esempio straordinario di interazione fra uomo e natura. Siamo in un’area montana, carsica, ma con precipitazioni piuttosto elevate per un paese mediterraneo. Eppure la vegetazione è per lo più arbustiva. I boschi sono rari, mai molto estesi, più frequenti gli alberi isolati, quasi sempre lecci secolari.

La prima volta in cui vidi il Supramonte era maggio (2012) e la stagione verde stava per volgere al termine. Ma mentre le piante erbacee annuali tendono a seccarsi, lo strato arbustivo e arboreo è sempreverde. I grandi lecci (Quercus ilex) sono affiancati da ginepri (Juniperus sp.), talvolta piccoli e contorti a causa del vento, altre volte svettanti come piccoli alberi. Non sono infrequenti i tassi (Taxus baccata). Più piccoli, ma legati alla presenza di suoli diversi, ci sono cespugli di lentisco (Pistacia lentiscus), di corbezzolo (Arbutus unedo) e di mirto (Myrtus communis). Ancora più piccoli, caratteristici degli ambienti aperti, sono i cisti (Cystus sp.) che i locali chiamano su mudrecu o su mudregu.

Ora una piccola chiosa: qualunque vostro sforzo di usare termini e nomi locali sarà frustrato, perché ogni paese fra quelli che circondano il Supramonte ha una variante propria della lingua sarda, per cui anche entro il logudorese troverete persone che usano termini diversi, per quanto simili, per indicare la stessa cosa. Dato che nella mia lingua madre (friulano) ci sono circa 18 varianti locali, questa varietà linguistica non mi ha stupito.

Lo strato erbaceo della vegetazione è un insieme eterogeneo e meraviglioso di piante mediterranee montane. Ogni volta che ci si ferma a guardare con attenzione, si scopre qualcosa di nuovo, a cui non so dare nome. Gli elementi più facilmente identificabili sono gli asfodeli (Asphodelus microcarpus) e le splendide peonie (Paeonia sp.). Onestamente non so dare un nome alla miriade di piantine dai fiori minuscoli che incontro a primavera in Supramonte, prima o poi mi ci dedicherò in modo sistematico, ma per ora dovete credermi: è un pezzo di mondo a sé.

Del Supramonte probabilmente non ho capito molto, in questi pochi anni e durante le visite sporadiche, però posso dirvi che dovete per forza andarci. Può piacervi o meno, non è un posto “amichevole”. Io in genere amo guardarlo dalla pista forestale e appena inizio a camminarci soffro terribilmente, ma è affascianante. Non c’è nulla di scontato, se vi piacerà ne verrete rapiti, se non vi piacerà ci sono un sacco di belle località balneari nelle vicinanze.

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