Una difesa del Tagliamento

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Vi spiego perché, secondo me, sia giusto tutelare il fiume Tagliamento e come credo debba essere fatto

Il fiume Tagliamento è piuttosto famoso fra gli studiosi dell’ambiente fluviale, soprattutto grazie al lavoro di un team internazionale di ricercatori capeggiato dal dott. Klement Tockner, che ha usato alcune porzioni del Tagliamento come casi di studio dell’ecologia delle flood plains.

Parte dell’alveo del Tagliamento dal Monte di Ragogna

Ci sono alcuni fraintendimenti riguardo al Tagliamento, sia da parte di chi vorrebbe trasformarlo in un canale artificiale, sia da parte di coloro che desiderano vederlo libero come alla fine dell’ultima glaciazione. Innanzitutto partiamo dal dato di base: la naturalità del Tagliamento.

Se leggete articoli divulgativi scritti dai difensori dell’ambiente non umano, leggerete quasi sempre che il Tagliamento è “l’ultimo fiume selvaggio d’Europa”. Detto così, ci si aspetta che questo corso d’acqua sia del tutto privo di qualunque modificazione da parte dell’uomo, ma non è così. In Europa ci sono fiumi molto più vicini alla totale naturalità, ma fra quelli della tipologia a cui appartiene il Tagliamento, il nostro fiume è quello che maggiormente si avvicina a uno stato “naturale”. Si avvicina maggiormente, non completamente.

Qualunque valutazione deve partire dall’onestà e io, da studioso di ecologia fluviale con 25 anni di esperienze alle spalle, affermo senza tema di smentita che il Tagliamento sia meritevole di tutela per quanto di naturale è rimasto lungo il suo corso, non perché sia completamente naturale.

Lavoro ogni giorno incontrando ingegneri, cavatori di ghiaia, pescatori, appassionati di fuoristrada, cacciatori, derivatori, agricoltori e amministratori locali. Tutti loro, o quasi, sostengono che “tanto ormai non è naturale” e quindi “opera più, opera meno, cambia poco”. Non sono per niente d’accordo. E non lo siete nemmeno voi.

Userò una metafora. Posseggo (ancora per poco spero) un’auto che ha quasi 200.000 km di strada alle spalle. Per lavoro devo necessariamente andare su sterrati, nei boschi, sui monti, nelle piane alluvionali, ma anche lungo autostrade, vie cittadine, nei parcheggi. Durante questi quasi 200.000 km l’auto ne ha subite di tutti i colori. I rami delle piante che crescono lungo le piste forestali possono essere poco gentili con la carrozzeria, ma quando si tratta di rami tagliati con un poco sapiente colpo di machete, diventano veri e propri ceselli, perfetti per incidere un solco sulla carrozzeria. Va beh, graffio più, graffio meno … col cavolo. La differenza fra graffio più e graffio meno è che dopo un paio di anni la mia auto era vendibile per circa 6000€, mentre quelle di chi ha fatto attenzione a non fare il graffio in più poteva essere venduta per 9500€. La quotazione è reale. La filosofia graffio più, graffio meno, fa perdere molto valore!

Ora, trasferiamo il ragionamento sul Tagliamento. Argine più, argine meno. Ponte più, ponte meno. Cantiere più, cantiere meno. Derivazione più, derivazione meno. E avanti di questo passo. Non è indifferente, è come parlare della mia vecchia auto. Ora la sostituirò senza incassare un accidente, perché graffio più o graffio meno fa la differenza.

Ma il Tagliamento per molti di noi non vale nulla. Non voglio entrare nel discorso degli ecological services, perché so che ne uscirei con le ossa rotte: per gran parte di noi il Tagliamento non vale nulla. Lasciarlo così com’è non lo rende produttivo, non lo valorizza, al limite è un problema per la sicurezza dell’abitato di Latisana. Punto. Se il Tagliamento non esistesse, per la maggior parte di noi, non cambierebbe nulla.

Ma non è proprio così.

Esistono persone a cui il fiume piace, non perché è bello sapere che ci sia, ma perché può essere usato. Così com’è oggi, è fruibile.

Tempo fa mi venne chiesto di partecipare al gruppo di lavoro che stava progettando un grosso intervento di “ricalibrazione” dell’alveo con estrazione di materiali inerti. Ci pensai su, valutai il progetto e rifiutai, affermando che “è come se per cavare marmo smontassimo San Pietro”. In realtà avevo in mente il colonnato del Bernini, ma il materiale lì è quasi tutto travertino di Tivoli. Ad ogni modo, attribuivo un valore intrinseco a questo:

Una porzione dell’alveo del Tagliamento, dal Monte di Ragogna

Ciò che vedete nella foto, per me, è bello. E’ armonioso, mi dà piacere guardarlo, come se contemplassi un bel quadro di van Gogh o di Caravaggio. Ma questa valutazione è puramente individuale, morale, di tipo estetico? No, non lo è. Sappiamo che un Caravaggio può non piacere, ma difficilmente riusciremo a fare passare l’idea che le opere di quell’autore non valgano nulla quindi tanto vale usarle per accendere il fuoco.

Per me, come professionista del campo ambientale, affermare che spianare quell’alveo e farlo diventare come un tavolo da biliardo non è un problema è come se un critico d’arte dicesse che un Caravaggio è una cagata pazzesca ed è meglio usarlo per accendere il fuoco. Puoi anche dirlo, ma qualche milione di persone ti classificherà automaticamente come imbecille. Chi vorrebbe mettersi nelle mani di un imbecille?

In quel tratto il Tagliamento conserva delle forme e dei processi naturali nonostante la somma di pressioni che insistono su di esso. Pressioni determinate da azioni umane, il cui scopo è procurarsi da mangiare. Non è cattiveria, come alcuni pensano.

A monte di questo tratto ad esempio c’è una grossa derivazione di acque, necessaria ad alimentare la rete di canali irrigui che consente un certo tipo di colture nella porzione orientale dell’alta pianura friulana. Se non sottraessimo al Tagliamento quell’acqua, non potremmo irrigare i campi e coltivare alcune piante la cui produzione genera un reddito per centinaia di famiglie friulane.

A monte di questa zona, e al suo interno, viene prelevata dall’alveo la ghiaia, necessaria per la costruzione di opere, attività grazie alla quale viene garantito un reddito ad altre centinaia di famiglie friulane.

Insomma, vorrei togliere il pane di bocca a centinaia di famiglie per lasciare il Tagliamento così com’è? No!

Vorrei lasciarlo così com’è, non chiuderlo in cassaforte: oggi sta già producendo reddito per quelle famiglie. Quello che vorrei è dire vonde, che in lingua friulana significa “basta”, mi accontento di un Tagliamento non naturale ma molto prossimo alla naturalità, ma non vorrei scendere ancora di valore.

Esistono le competenze per continuare a usare una parte del fiume e proteggerne altre. Non è un discorso astratto, è il mio mestiere e so di cosa parlo.

Mi accontento di dare un reddito a quelle centinaia di famiglie che già lo ottengono prelevando risorse dal fiume? No. A dire il vero sarei molto più soddisfatto se, lasciando il fiume così com’è oggi, alterato ma quasi naturale, riuscissimo a creare reddito per qualche decina di famiglie in più.

Che idiozia, come fai a produrre reddito per le famiglie senza prelevare qualcosa da lì?

Oh cari, io intendo prelevare molto da lì. Voglio prelevare un bene talmente prezioso che milioni di persone sono disposti a spendere cifre notevoli per ottenerne un po’: benessere fisico e psicologico.

Ma ce setu, pote? (Ma che sei, scemo?)

Po si po! Pote a me? (Ma figurarsi! Dai dello scemo a me?)

Parte del tratto montano del Tagliamento

Vi racconto mezzo etto di affari miei.

La scorsa estate, alla fine del mese di luglio, sono stato a Bovec (Ita: Plezzo) nell’alta valle dell’Isonzo, che gli sloveni chiamano Soča. Insieme ad alcuni amici abbiamo fatto due discese guidate in kayak nel tratto di fiume fra le località di Čezsoča e Srpenica. Sapete quanto abbiamo pagato? Ciascuno di noi ha sborsato 125 € per due discese di 3 ore ciascuna, con guida e altri 20€ per il noleggio dei kayak, pagaia, giubbotto salvagente, caschetto, salopette in neoprene e giacca impermeabile. 145€ a testa per sei ore di divertimento, è una bella cifra, non trovate?

Sapete quanta gente lavora nei paesi lungo il Soča grazie ai turisti che scendono in kayak il fiume? Non lo so di preciso, ma nel centro sportivo a cui ci siamo rivolti ho visto ogni giorno una decina di dipendenti al lavoro. I centri del genere sono numerosi. Suppongo che fra personale delle scuole, dei noleggi e dei negozi di attrezzatura ci siano almeno due o trecento persone che lavorano grazie a kayak, rafting e hydrospeed. In un territorio che interessa due comuni piuttosto piccoli. Mica stiamo parlando di Cortina d’Ampezzo, Corvara o Breuil! Ma da tutta Europa (e anche dal Nordamerica) la gente viene a scendere il Soča. Perché è un fiume bellissimo, a tratti facile, a tratti cattivo.

Un’altra cosa dovete sapere sul mio fine settimana sloveno, abbiamo dormito presso un affittacamere e abbiamo consumato una colazione, due cene e due pranzi lì nella valle. Oltre a qualche birra extra, che ci sta sempre bene.

Penso che il nostro gruppetto di amici abbia lasciato in quella valle, in un solo fine settimana, quanto basta per garantire lo stipendio a una persona per un mese. Perché il fiume è bello, perché ha tanta acqua limpida, perché attorno ci sono i boschi, perché sulle sue sponde vive gente capace di tirare fuori soldi da acqua, pietre e alberi, senza spostarli da dove sono. Sono scemi? Non direi.

Altra gente lavora accogliendo i pescatori a mosca, che arrivano da tutto il mondo, attratti dalla bellezza del Soča e dai pesci speciali che ci potete pescare. Se chiedete in giro tutti vi diranno che solo lì si pesca la mitica marble trout, detta in sloveno soška postrv. Non conta il fatto che io abbia pescato questo pesce, chiamandolo trute marmorade, in tutto il bacino del Tagliamento: per i turisti c’è solo lì, sul mitico Soča. Sapete quanto costa un permesso di pesca giornaliero sul Soča, rilasciato dalla Ribiška Družina Tolmin? Il loro sito dice che si pagano 64€ al giorno per potere praticare la pesca catch and release. Ovvero, migliaia di persone pagano 64€ al giorno per il piacere di catturare un pesce e liberarlo subito dopo.

Anche queste persone devono dormire in qualche struttura, mangiare tre volte al giorno e magari portano con sé i familiari che non pescano, ma dormono, mangiano e bevono dando denaro alla gente del posto.

Continuate a pensare che io sia scemo?

Si, continuate a pensarlo, perché il Tagliamento mica è figo come il Soča, dai.

Ammetto che trovare dei tratti in cui ci sia una portata sufficiente per fare del kayak decente fra giugno e settembre sia piuttosto difficile, perché in stagione irrigua preleviamo una grossa quantità di acqua, ed ammetto anche che i tratti belli e cattivi del fiume sono pochi e lontani dalla pianura. In effetti mi viene in mente un solo tratto di Tagliamento che potrebbe competere in bellezza e selvaticità col Soča, ma ci sono andato a piedi e non ho esperienza per stabilire se sia appetibile per chi fa kayak sul serio.

Tuttavia, credete che la maggior parte delle persone sul Soča vada a scendere il tratto di IV e V grado di difficoltà, oppure che la maggior parte dei turisti facciano quello di I e II grado come noi? Dai, la risposta è facile. Pensate alle Tre Cime di Lavaredo. Quanti sono saliti in cima alla Cima Grande per la via normale? Molte migliaia di persone. Quanti per la Cassin alla parete Nord? Centinaia di persone. Quanti sono arrivati in auto al parcheggio del rifugio Auronzo, poi sono andati a piedi a Focella Lavaredo e al rifugio Locatelli (dislivello quasi zero) per farsi una foto con le tre celebri vele di roccia alle spalle? Milioni di persone!

Cosa succederebbe se facesse figo farsi i selfie dal belvedere sul Monte di Ragogna con la flood plain del Tagliamento alle spalle? Per qualche centinaio di idrobiologi e geomorfologi è già figo, ma non facciamo mercato. Siamo poche centinaia di nerd svalvolati. Pochi meno di quelli che salgono la parete Nord. Se il Comune di Auronzo facesse pagare il dazio solo a quelli, le sue casse sarebbero tristemente vuote.

Il Tagliamento, lasciato così com’è e venduto in modo adeguato a milioni di amanti dello sport e della natura, vale molto più di quanto renderebbe se lo devastassimo. Però ogni cosa ha un valore se si usa, perché il valore intrinseco non sposta un decimale nel bilancio delle nostre famiglie. Io ad esempio dai fiumi cavo un reddito aiutando gli industriali e i pescatori a cavarci un reddito.

Collaboro con chi deriva acqua, con chi estrae ghiaia, ma anche con chi protegge specie e habitat, perché le competenze di un ecologo servono a usare e tutelare in modo efficace l’ambiente complesso del fiume. Per questo motivo, ho una visione completamente diversa da quella di gran parte dei cittadini del Friuli Venezia Giulia, ma non penso che la mia sia sbagliata. Forse è un po’ troppo razionale? Serve fare pianificazione, avere capacità di comunicare e “vendere” l’ambiente, non è banale ma può essere un ottimo affare. Pensateci.

Una Risposta to “Una difesa del Tagliamento”

  1. Un fiume tratteggiato | Osservazioni Says:

    […] caratteri di grande valore, possibilità enormi di usi plurimi, come ho scritto nell’articolo Una difesa del Tagliamento.Quando iniziai a occuparmi professionalmente di fiumi, era sotto gli occhi di tutti che […]

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