I arbui dai ciscjel

by

In questi giorni impazza a Udine la polemica sul programma di abbattimento di alberi nell’area verde annessa al castello. Gli alberi del castello (i arbui dal ciscjel) sono al centro del dibattito fra l’amministrazione comunale e diversi gruppi di cittadini. A me non piace lamentarmi, preferisco riflettere e fare proposte. Quando dico “no” è perché ho un’alternativa da proporre.

Sono nato a Udine e ho vissuto in Borc di Puarte Glemone (via Gemona)

per otto anni, prima di trasferirmi in periferia. Tutt’ora considero il “centro storico” come la mia casa. Il ciscjel di Udin si trova giusto a Sud del “mio” quartiere di nascita ed è un luogo a cui sono affezionato come tanti altri udinesi. O ce biel ciscjel a Udin è in fondo il nostro informale “inno nazionale”.

Di biel il castello ha poco, per i miei gusti. L’edificio medievale è andato distrutto col terremoto del 1511 ed è stato sostituito, ad opera della Serenissima Repubblica di Venezia, con un palazzone dalle forme squadrate che lascia poco spazio all’eleganza. E’ stato concepito come sede degli uffici del Luogotenente e del Parlamento della Patria, per un bizzarro concetto veneziano di controllo dei Domini de Tera, per cui l’organo consultivo patriarcale è rimasto in esercizio per lungo tempo dopo l’occupazione.

Ma tant’è, il grosso blocco uffici veneziano che continuiamo a chiamare “castello” è tutt’ora il cuore della città (e della Patrie?). Al momento le superfici non edificate sono occupate da prato (poco), alberi e arbusti, oltre alle consuete opere di accesso (stradine) più o meno pavimentate.

Esaminando il verde annesso al Castello si riconosce l’impronta dell’epoca in cui ogni giardino era concepito come una collezione di specie “belle” provenienti da ogni angolo del globo. Noi ecologi le definiremmo alloctone. Ovviamente il clima fresco e piovoso del Friuli restringe il numero di specie utilizzabili, ma non mancano certo alberi o arbusti adatti a questa regione. Le specie autoctone invece sembrano non trovare molto spazio nel nostro verde urbano.

Vedendo la cosa dal punto di vista del biologo impegnato nella conservazione della biodiversità e dell’identità biologica dei territori, trovo gran parte dei giardini altamente diseducativi. Ma è ovvio che, quando vennero realizzati, i nostri giardini dovevano essere una piacevole oasi dove non trovavano spazio le volgari e consuete specie autoctone, di cui potevano godere montanari e contadini. Di certo non era il caso di mettere sullo stesso piano i siôrs sorestans e i sotans.

Fioritura di Fraxinus ornus in un giardino alla periferia di Udine

Da quando il mondo “fuori dalle mura” è diventata una oligocoltura di mais, soya, colza e girasole con scarsissima presenza di siepi, per altro dominate da specie alloctone come la robinia, l’ailanto e l’amorfa, forse è venuto il tempo di rivedere il ruolo dei giardini. Quando ero bambino per me erano familiari i cipressi del Giardino della Rimembranza (vicino a casa). Se mio padre non avesse avuto il vizio di portarmi spesso in montagna e nelle campagne, per me l’esotico sarebbe stato rappresentato dalle ghiande di Quercus petraea non certo dalle “castagne matte” di Aesculus hippocastanum. Ancora oggi sono solito raccogliere queste ultime per conservarne una nella tasca della giacca fino a primavera, non perché creda che tenga lontano le malattie, ma perché mi ha sempre dato un inspiegabile soddisfazione girare fra le mani questo frutto dalla superficie liscissima. Confrontate con i famosi piccoli piaceri della vita di Amélie Poulain (dal film “Il favoloso mondo di Amélie”). Vedere molti ippocastani malati e soggetti a interventi pesanti di dendrochirurgia (a volte dendro amputazioni brutali) mi ha dato molto fastidio. Quindi lo ammetto, sono un amico degli alberi, anche se li poto e ne uso il legno per costruire oggetti o arrostire la carne.

Eppure, nel 2020, in piena pandemia da CoViD-19, non mi dispiacerebbe ripensare il verde urbano di Udine. Non per tagliare e “pulire” tutto, come è usanza di troppi miei compatrioti, ma per dare una nuova impronta ai nostri giardini. Ricordiamo che un giardino è un ecosistema, ma quasi completamente sotto controllo umano. I giardini vengono progettati, sono del tutto lontani da qualunque serie dinamica della vegetazione naturale. Si usano, come ho già detto, moltissime specie alloctone e addomesticate dalle origini più diverse.

Esistono i giardini botanici, è vero, ma facciamo attenzione, perché anche quelli vennero creati in un tempo in cui si desiderava mettere in mostra specie esotiche. A quel tempo pochissimi potevano contemplare quelle piante nel loro areale di distribuzione naturale e i giardini botanici erano dei musei all’aperto, includendo spesso delle serre per le specie meno adatte al clima locale. Come tali la loro funzione era quella di collezionare meraviglie, una sorta di wunderkammer, come tante altre collezioni nate fra la fine del ‘700 e l’800.

Oggi mi piacerebbe distinguere e implementare la funzione estetica e quella educativa, modificando però il paradigma dei 250 anni passati: cerchiamo di trovare il piacere nell’usare e mostrare quelle specie arboree e arbustive che, pur essendo autoctone del nostro territorio, sono sempre meno presenti nell’esperienza di chi ci vive.

Non metterei in secondo piano nemmeno un museo cittadino di varietà locali “storiche” di piante coltivate, in gran parte portate all’estinzione o quasi dall’imperativo di adottare nuove varietà più produttive. Ho già avuto modo di vedere impianti di varietà locali di melo e altri alberi da frutta, ad esempio. Sappiamo bene che il melo non è stato addomesticato in Europa, ma è arrivato qui talmente tanto tempo fa da permetterci di riconoscere varietà locali, la cui produttività è talmente più bassa rispetto a quella delle varietà utilizzate nelle colture attuali da renderle dei reperti viventi di archeologia agricola. Conosco decine di persone impegnate nella difesa delle specie animali e vegetali autoctone in ambiente naturale, molti meno sono impegnati a salvaguardare questi reperti viventi del nostro passato. Lo sono anche gli esotici cedri che svettano nei giardini di ogni villa o palazzo, ma stanno diventando più comuni delle piante che erano “del volgo” ai tempi dei nostri bisnonni.

E così, fortemente influenzato da un padre che aveva una grande passione per le piante autoctone, ho sempre desiderato un giardino in cui al posto del bosso ci fosse il Cornus sanguinea, o venisse favorita la presenza di Narcissus radiiflorus al posto del tulipano. Avete mai visto una distesa di Fraxinus ornus fioriti a primavera? E’ meravigliosa. E la fioritura dei Prunus selvatici locali? Ci sono alcuni angoli dove creano scenari molto graditi persino ai giapponesi (sperimentato) che pure sono dei cultori in questo campo. Comunque non disdegnerei, come ho già detto, la presenza di meli e peri, per non parlare dei ciliegi. Quanto bello sarebbe se il ciscjel di Udin fosse la rappresentazione del Friuli e non del gusto esotico degli esteti di un passato in cui naturale era brutto e locale era volgare.

Tag: , , , , , , , , , , , , , ,

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: