Lavori in ambiente naturale

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Nel corso della mia carriera come consulente ambientale ho avuto spesso a che fare con progetti di opere e cantieri.

Noi biologi, più in generale i naturalisti, abbiamo scarsa dimestichezza con le opere, la loro progettazione, i cantieri. Non c’è motivo per averne, d’altro canto. Così come un bravo perforatore non ha dimestichezza con la dinamica di popolazione delle sardine.

Quello del cantiere è un ambiente visivamente molto lontano dalla naturalità

Mi sono avvicinato all’osservazione della natura grazie a un padre architetto, che mi portava a fare birdwatching in laguna da bambino, ma anche sui cantieri. Ho visto costruire la casa in cui ci siamo trasferiti, fin dallo scavo per le fondamenta, così come molti altri edifici. I miei studi sono stati pagati grazie a quel mestiere: progettazione e direzione lavori. Non condivido dunque il disagio di molti colleghi di fronte al mondo delle opere edilizie e degli impianti.

Oggi, mi trovo nella condizione di aiutare ingegneri, architetti, impresari e capi cantiere a interfacciarsi con un modo di vedere le cose molto diverso dal loro. In questo frangente mi sento privilegiato per avere alle spalle una storia personale in cui la passione per la “natura” si è trasformata in conoscenza scientifica durante un costante confronto con l’esigenza di costruire, ristrutturare, lavorare con mezzi rumorosi, ingombranti e potentissimi.

Il compito di chi fornisce prestazioni di tipo tecnico scientifico è quasi sempre quello di effettuare le valutazioni ambientali. Mestiere molto difficile, se fatto bene. Ma quando si valuta, i progetti sono già stati predisposti, indiscutibili: c’è solo da fare una valutazione.

Questo metodo di lavoro è sbagliato per una serie di motivi, fra cui quello che i valutatori dell’autorità ambientale non sono disposti ad accettare qualunque cosa. Molti progetti non superano la fase di valutazione, con grandi perdite di tempo, denaro e salute da parte dei committenti.

Fin dalla mia prima valutazione di impatto ambientale ho cercato di interagire coi progettisti, per individuare subito i punti critici e modificare i progetti in modo tale da eliminarli o ridurli al minimo. Non sempre ci riesco e non sempre i valutatori finali condividono le mie conclusioni, ma devo dire che la frequenza di procedimenti conclusi con successo è elevata. Chi crede che sia sufficiente avere un biologo ambientale nel team per essere “a posto” si sbaglia di grosso.

Se entrare nella progettazione è difficile, fino a poco tempo fa mettere piede in cantiere era quasi impossibile. Ciò nonostante si stanno verificando diverse occasioni per farlo e mi sento decisamente a mio agio.

Spesso mi capita di discutere, con i direttori dei lavori e con le maestranze, sulle modalità operative. Si scopre così che agire in un certo modo, oltre a produrre effetti ambientali indesiderati, non è per nulla necessario: semplicemente si è sempre fatto così.

Le consuetudini, in ogni campo, creano una confortevole sicurezza, ma impediscono l’innovazione, ovvero l’autentico progresso dell’umanità.

Progresso non è realizzare opere alterando il pianeta oltre quanto strettamente necessario, ma essere semmai talmente bravi da intervenire in modo da ottenere risultati con bassi costi di ogni tipo, compreso quello “ambientale”, ovvero senza fare perdere capacità all’ambiente in cui operiamo.

Il ruolo del biologo ambientale in questo lavoro è quello di fornire l’apporto di conoscenze che chi progetta ed esegue opere non può avere, né è tenuto ad avere. Nessuno di noi è onnisciente, siamo più o meno specializzati e la chiave del successo non risiede nel concentrare in una persona tutto lo scibile umano; sta piuttosto nella capacità di fare interagire professionalità diverse, per creare un sistema più capace, adattabile e “forte”.

Sono tutte caratteristiche che siamo soliti attribuire agli ecosistemi, ma calzano perfettamente per qualunque struttura edile. Pensate all’ovvietà del calcestruzzo armato. E’ solo con la sapiente combinazione di ghiaia, sabbia, cemento, acqua e ferro che si possono creare elementi strutturali dalle proprietà inimmaginabili usando altri tipi di tecniche. Non so quanti di voi conoscano la celebre Casa sulla Cascata, progettata dall’architetto Frank Lloyd Wright. Quelle terrazze aggettanti possono sembrare banali oggi, ma il progetto risale al 1935 e l’uso del calcestruzzo armato fu decisamente pionieristico, necessario per creare qualcosa che nessuno aveva mai osato prima, divenendo un’icona sia per la composizione che per la tecnica costruttiva. Quel progetto ci suggerisce la possibilità di immaginare un’opera, decisamente artificiale, in un contesto senza alterarlo. La famiglia Kaufmann (i committenti) non desideravano possedere una villa in mezzo a una spianata di ghiaia e asfalto. Wright seppe incastonare la sua opera in mezzo ad alberi, strati di roccia, acqua che scorre.

Tornando coi piedi per terra e alla mia professione di biologo ambientale, c’è molto più dell’inserimento paesaggistico delle opere.

Gli interventi che vengono attuati continuamente e in modo diffuso sul territorio hanno degli effetti che derivano sia dalla presenza (ex post) di nuove opere, sia dall’attività di cantiere necessaria per realizzarle. Chiunque abbia visto un cantiere sa che è necessario ed inevitabile creare accessi, preparare l’area, avere zone di parcheggio per i mezzi, stoccaggio del materiale, deposito temporaneo dei rifiuti, e poi scavare, spostare, deviare acque. Un cantiere è un luogo rumoroso, dove macchine e personale devono muoversi continuamente e spostare grandi quantità di ghiaia, massi, strutture.

Un cantiere di sistemazione spondale (da un mio articolo del 2008 su Pesca e Ambiente)

In molte autorizzazioni viene prevista una serie di prescrizioni, volte a ridurre gli effetti dell’attività di cantiere e a indirizzare il ripristino delle aree annesse all’opera. Molto spesso queste indicazioni sono state disattese, non per una scelta precisa degli esecutori, ma semplicemente perché ciò che è ovvio per me non lo è per un ingegnere, o per l’operatore che manovra la ruspa. E’ vero anche il caso opposto.

Molto spesso noi scienziati dell’ambiente veniamo considerati dei romantici che vorrebbero bloccare l’umanità per salvaguardare i fiorellini. Parole testuali; ne ho ascoltate di meno gentili a dire il vero. Questo è vero in alcuni casi, ma assolutamente falso la maggior parte delle volte. Uno dei compiti più ardui di chi progetta e di chi fornisce supporto ambientale è capirsi. Linguaggi diversi, passioni personali differenti, portano inevitabilmente a un problema nella comunicazione. C’è il rischio di dare per scontate cose che non lo sono, pensare che tutti condividano il nostro bagaglio di conoscenze ed esperienze. Ma nessuno di noi è uno psicologo o un mediatore.

Trovo tuttavia che la difficoltà, che si incontra nell’interazione fra professionalità tanto diverse, meriti di essere affrontata. Nessun progettista o esecutore vorrebbe trasformare il pianeta in una squallida distesa di cemento, così come nessuno scienziato della natura vorrebbe che l’umanità tornasse a vivere come Homo ergaster. Almeno non ce ne sono fra quelli con un decente equilibrio psicologico. Sono convinto del fatto che il contributo di chi ha una formazione scientifica in campo naturalistico sia essenziale per ridurre progressivamente gli effetti negativi inutili ed evitabili dei progetti che, certamente, verranno elaborati e messi in atto nel futuro.

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