Invasi

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Immagazzinare acqua per affrontare le future siccità?

La soluzione sembra semplice e geniale. In fondo è qualcosa di storico. Anni fa visitai il sito archeologico di al-Bitrā, che il 99,9% di noi chiama Petra, la famosissima città “nella pietra” in Giordania. A parte il fatto che la città non è per nulla nella pietra, quello che attirò molto la mia attenzione fu la presenza di alcune dighe, costruite con massi ciclopici, nelle gole laterali affluenti della gola che oggi chiamiamo Sîq. Quelle dighe avevano la funzione di trattenere l’acqua delle precipitazioni invernali e della primavera precoce, in modo da disporre di acqua durante la torrida estate successiva. La città era servita da due acquedotti paralleli, che percorrono il Sîq lungo le pareti, alimentati in parte da sorgenti poste a monte dell’area urbana, in parte da collegamenti con questi invasi. La soluzione quindi è consolidata, se consideriamo che i Nabatei costruirono quelle opere circa venti secoli fa.

Ma la situazione era totalmente differente rispetto a quella del versante meridionale delle Alpi e i Nabatei sapevano molte cose meno di noi, in merito a come funziona il mondo fisico.

Si parla con molta facilità di soluzioni apparentemente semplici come: costruiamo dighe! Accumuliamo l’acqua! A parte lo sforzo economico necessario per dare attuazione a idee di questo tipo, c’è da considerare che vanno fatte valutazioni molto serie su alcuni aspetti. Innanzitutto, quanta acqua viene fornita dalle precipitazioni, con che distribuzione stagionale e con che durata e intensità degli eventi. Non sono aspetti secondari, se non per l’inesperto. Ma non possiamo permetterci di fare pianificare e progettare degli inesperti.

La seconda cosa da considerare è: a cosa ci serve l’acqua?

Anche per questa domanda sembra ci siano risposte semplici, ma non è così. L’acqua ci serve per bere, lavarci, lavare i nostri beni, irrigare i campi. Va bene, questi sono alcuni degli usi dell’acqua. Ma l’acqua viene usata anche per la produzione di energia elettrica. Beh certo, le dighe si fanno anche per quello, ovvio! Si, ma l’acqua si usa anche come recettore degli scarichi dei nostri sistemi di raccolta (e trattamento) dei reflui urbani. Quando tiri lo sciacquone, quell’acqua è arrivata fino a casa tua attraverso in acquedotto, se ne va attraverso una fogna, arricchita delle tua urina e delle tue feci. L’acqua però ci serve anche a scopo ricreativo. Ad esempio, a me piace tenermi in forma nuotando. Dato che vivo in una città della pianura, devo andare in piscina. L’acqua contenuta nella piscina arriva attraverso un acquedotto, non è piovana; dopo un po’ viene sostituita, perché a tutti noi piace nuotare nell’acqua pulita, non è vero? Non c’è solo la piscina. Ieri mi sono divertito a giocare un po’ con il kayak su un fiume. L’acqua serve decisamente per fare una cosa del genere, se non c’è ti diverti assai poco a stare seduto dentro un kayak appoggiato sulla ghiaia. Svariate migliaia di persone nella mia regione si dilettano nella pesca in acqua dolce. Beh, per pescare serve l’acqua, perché è l’ambiente in cui vivono i pesci. Senza acqua non ci sono pesci e non c’è pesca. A parte questo, l’acqua ha anche una funzione paesaggistica, perché ci piace guardarla. Non per nulla nelle città ci sono le fontane monumentali, il cui scopo non è dissetare i piccioni, ma gratificare noi umani con la vista dell’acqua che zampilla. Questo perché l’acqua è essenziale per la nostra vita, vederla limpida e abbondante dice alla nostra mente “non morirai di sete”. Fate caso a quanti poi postano sui social foto di laghi, fiumi, cascate. Quanti postano foto di alvei asciutti?

So che il partito del cemento è quello più rappresentato in Parlamento e il più forte all’interno di ogni Governo della Repubblica, come fu nei governi del regno. Abbiamo testimonianze della forza del partito del caementum anche ai tempi del dominio dell’antica Roma. E so che gran parte di noi crede che valutare prima di agire sia una perdita di tempo, una grandissima stupidaggine da fanatici ambientalisti. Non c’è tempo da perdere, bisogna costruire subito!

Sarebbe una enorme stupidaggine!

Quindi, sono contrario alla costruzione di invasi? Non stupirò molti dicendo che ho iniziato a proporre la costruzione di invasi molti anni fa. Molto prima che gli esperti da social e i Ministri della Repubblica facessero dichiarazioni roboanti sull’argomento. Il punto è che la mia proposta è quella di creare un sistema per sostituire, in parte, l’accumulo di acqua che veniva garantito in passato dalla neve sui monti, ma farlo nel quadro di un aggiornamento complessivo del nostro modo di gestire il territorio e le attività umane. Se vogliamo semplicemente costruire dighe lasciando tutto il resto com’è oggi, falliremo. Perché non è possibile usare domani soluzioni adatte a una situazione come quella di mezzo secolo fa. In questo arco di tempo io sono passato dal latte materno al Chianti, ma nemmeno il resto del mondo è rimasto immobile.

Come consulente ambientale mi trovo spesso costretto a valutare progetti confezionati senza tenere conto della complessità del mondo reale. Progetti che mirano a risolvere un problema, senza considerare che potrebbero generarne altri. Per giustificare questo modo di agire degno di un neonato, ci si appella alla priorità, dove uno scopo vale 100 e gli altri valgono 0. Invariabilmente, i problemi aumentano.

So che al momento c’è il desiderio di “semplificare”, ovvero svuotare, le procedure autorizzative di progetti e piani per agevolare il così detto PNRR. Spendere una valanga di soldi rapidamente, realizzando a volte opere ideate trent’anni fa, che non servono a nulla oggi, oppure che sono dannose nell’attuale contesto. Proprio per questo forse una valutazione ben fatta è considerata un ostacolo. Ma cosa accadrebbe se lavorassimo invece in modo diverso?

La prima cosa da fare è cercare di capire in che scenario fisico ci muoveremo nei prossimi 50 anni. Non facile. Sia chiaro, sono abbastanza convinto del fatto che i modelli climatici globali non siano errati nel prevedere il riscaldamento dell’atmosfera e idrosfera terrestri, sulla scala di un secolo e dell’intero pianeta. Ben altro è cercare di capire cosa accadrà in aree ristrette e come questo processo globale si verificherà nel tempo in esse. I cambiamenti non saranno uguali in Friuli e in Puglia, non lo saranno in Piemonte e in Sardegna. Probabilmente non saranno uguali nemmeno in Sicilia e Calabria, perché ogni area ha caratteristiche proprie, si trova in fasce interessate in modo diverso dalla circolazione atmosferica, ci sono altimetrie differenti, caratteristiche geologiche non uniformi.

A noi interessa capire se sarà possibile coltivare grano, oppure soia, o girasoli, o mais, o viti qui. E per qui intendo ogni “qui” dell’Europa meridionale per lo meno. Un “qui” è una zona relativamente piccola e questo complica le cose da un lato, ma consente di progettare meglio dall’altro.

Una parte rilevante delle nostre colture importanti sono annuali. Il grano, l’orzo, la soia, il mais, il girasole, la colza, il sorgo, la barbabietola, i carciofi (ce li metto con riferimento a quelli sardi, che adoro). Altre colture sono pluriennali, anche su lungo periodo. Ad esempio mele, pere, pesche, albicocche, uva, kiwi, nespole, ciliegie. Un’annata “cattiva” ha effetti diversi su colture differenti. Se un anno si perde il raccolto del mais perché manca l’acqua, il problema principale riguarda l’alimentazione degli animali da allevamento e l’effetto potrebbe durare almeno un paio di anni. Ma se un anno muoiono metà degli alberi di pesco di una regione, la produzione crollerà per molto più tempo.

Usi plurimi dell’acqua. Non è solo qualcosa che è stato scritto nella famosa Direttiva Acque (2000/60/CE) ma un principio che molti di noi condividono. Per salvaguardare gli usi plurimi, dobbiamo ragionare sugli effetti di ogni nostra azione, prima di agire!

Se, ad esempio, nel 2022 avessimo avuto a disposizione decine di invasi grandi e piccoli distribuiti sulle Alpi e Prealpi qui in Friuli Venezia Giulia e se avessimo gestito gli invasi in modo da riempirli entro la fine di maggio, probabilmente avremmo dovuto sottrarre gran parte dell’acqua a fiumi e torrenti a valle. Questo ovviamente avrebbe creato condizioni in cui i nostri scarichi fognari non vengono diluiti e processati dal recettore (ho esperienza di puzza, volete provare?), avremmo perso la possibilità di andare a pescare o fare gite in canoa. Va bene, se l’alternativa è morire di fame e sete, chi se ne frega!

Chi se ne frega? Attenzione, non è così semplice. Ho usato un trucco molto comune fra politici e affaristi, ho usato degli esempi che sembrano riguardare la totalità degli usi dell’acqua, ma che siano abbastanza secondari rispetto alle esigenze di base di noi umani. Ho volutamente ignorato altri aspetti.

Ad esempio, se io avessi bloccato milioni di metri cubi di acqua in montagna fra l’inverno e la primavera 2022, non mi sarei limitato a togliere il giocattolo ai pescatori, ma avrei ridotto la ricarica delle falde della pianura. Considerate che queste sono basse ora, con una capacità di invaso montano ridicola. Voi mi direte: quando cadeva neve tutto l’inverno cosa succedeva? Innanzitutto nevicava in montagna e pioveva sull’alta pianura ghiaiosa, quindi le falde si caricavano in parte grazie a questi afflussi. Se piove pochissimo sull’alta pianura e blocchiamo l’acqua che potrebbe scendere dai monti, l’afflusso alle falde diminuisce. Non ho fatto calcoli, per cui faccio un discorso generale, ma fondato sulla conoscenza del sistema di cui parlo. Se le falde si abbassano cosa succede? Beh, direte voi, manderemo più giù le pompe per sollevare l’acqua. Si, ma non è così. Perché la bassa pianura friulana è percorsa da un reticolo molto esteso di rogge, fiumi e canali, alimentati dall’emersione delle acque di falda. Se il livello di questa è basso, l’emersione avviene più a valle del solito e comunque esce meno acqua. Il che implica che il reticolo idrografico della bassa pianura sia impoverito. Problema solo di pesci? No, anche agricolo. Quando inizia a fare caldo sul serio e non piove, le nostre colture hanno bisogno di irrigazione. Anche nella bassa pianura. Per irrigare si preleva l’acqua, spesso con pompe mobili, dal reticolo idrografico superficiale, talvolta direttamente dalla falda attraverso pozzi. Se la falda è più povera, gli agricoltori hanno meno acqua a disposizione, oppure devono spendere molto di più per pomparla. Dato che al momento l’energia costa molto più che in passato, questo potrebbe incidere non poco sulle aziende agricole. Forse si salverebbe il raccolto, ma il costo di produzione sarebbe decisamente maggiore. Lo sarebbe anche il prezzo? Forse, ma non è detto. Va bene, ma abbiamo gli invasi! Si, ma gli invasi servono a fornire acqua per irrigare l’alta pianura, dove fiumi perenni non ci sono. Se dobbiamo aggiungere la bassa, innanzitutto tocca rivedere la rete di distribuzione (canali), in secondo luogo dobbiamo accumulare volumi di acqua più grandi: è un gatto che si morde la coda.

Quindi? Non facciamo niente? Eh no, dobbiamo fare, c’è tanto da fare. Ma prima di agire dobbiamo pensare. Sederci a un tavolo, scrivere su un foglio cosa vogliamo ottenere, quali gli usi dell’acqua che ci interessa salvaguardare, quindi iniziare a esaminare tante ipotesi diverse, fino a quando avremo trovato la migliore, o comunque quella che crea meno problemi, considerando tutto ciò che sappiamo, senza scorciatoie e trucchetti patetici come fingere di dimenticarsi di analizzare qualcosa “tanto nessuno se ne accorge”.

No, non ditemi che ci sono già dei Piani che se ne occupano. Lo so e li conosco molto bene: non sono adeguati alle sfide che ci aspettano. Sono nati vecchi, spesso solo per soddisfare formalmente le previsioni di una Legge dello Stato, fingendo di recepire una Direttiva comunitaria. Non voglio essere ipocrita, molti dei piani che abbiamo sono inadeguati.

Ci sono molte persone in grado di contribuire a questo processo. Non nego che penso di essere una di quelle persone, ma ne conosco molte altre, così come conosco chi vorrebbe evitare un processo del genere, perché ha come obiettivo prioritario la tutela dei propri interessi individuali, che a causa di una drammatica ignoranza vengono considerati perseguibili anche in un sistema danneggiato e mal gestito. Non sto cercando di tirare acqua al mio mulino, ma dicendo che se vogliamo fare il pane è bene fare funzionare il mulino e per farlo non possiamo agire a casaccio seguendo impulsi emotivi.

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