Alvei fortemente dinamici

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Dove la Geologia viene in soccorso all’Ecologia e tante situazioni apparentemente “assurde” diventano comprensibili

Molti secoli or sono un filosofo greco disse “πάντα ῥεῖ”, panta rhei: tutto scorre. Senza entrare nel merito dell’attribuzione di questo aforisma a Eraclito di Efeso (mancano prove oggettive) ci accodiamo volentieri al pensiero relativo al divenire, il continuo accadere di mutamenti, che per noi ecologi dovrebbe essere più che ovvio, a maggior ragione quando di occupiamo di ecosistemi acquatici lotici, dove l’acqua scorre sul serio in continuazione.

Esiste un concetto fortemente errato nella cultura attuale degli europei occidentali e dei nordamericani: l’immutabilità delle cose. Non parlo del ristretto novero degli scienziati ma della cultura dei popoli. Ci si aspetta che nulla cambi, che tutto resti esattamente come “una volta”, al limite che cambi perché lo abbiamo deciso noi, intervenendo con azioni e opere sul territorio. Ma le cose cambiano continuamente, a piccola e grande scala e sul breve e lungo periodo.

Un alveo con forte trasporto solido di fondo, quasi del tutto inabitabile per gli organismi acquatici macroscopici

Mi occupo di macroinvertebrati bentonici dal 1995, organismi molto diffusi in tutti gli ambienti acquatici, compresi quelli lotici. Le comunità costituite da questi animali sono piuttosto ricche in termini di taxa, il loro ciclo biologico è sufficientemente lungo e la loro mobilità relativamente bassa, quindi sono stati scelti come buoni indicatori dello stato dell’ambiente. Il loro ruolo come bioindicatori è stato sancito in Italia con l’applicazione della Direttiva 2000/60/CE (Direttiva Quadro sulle Acque). Bello, per noi idrobiologi, ma questo ha creato un grosso problema!

Alcuni di voi sapranno che per classificare un corpo idrico, o meglio per definire il suo Stato ecologico, si confrontano le biocenosi osservate con quelle considerate caratteristiche, tipiche di quell’ambiente. Ovviamente le biocenosi caratteristiche devono essere individuate per ogni tipo di ambiente, perché non troveremo le stesse biocenosi in un piccolo ruscello a 2000 m di quota e in un grande fiume a 2 m di quota sul livello del mare.

Nel mio lavoro come biologo ambientale svolgo molta attività di monitoraggio usando gli Elementi di Qualità Biologica, fra cui proprio i macroinvertebrati, che in Italia vengono osservati per calcolare un indice, lo STAR_ICMi, il cui valore rappresenta una sorta di punteggio per il corpo idrico di acque correnti. Se il valore di questo indice è molto vicino a 1,00 si dice che lo Stato è Elevato, perché abbiamo osservato una biocenosi che è indistinguibile da quella caratteristica di riferimento. Analogamente usiamo le diatomee bentoniche per calcolare l’indice ICMi, le macrofite acquatiche per l’indice IBMR e i pesci per l’indice NISECI.

In molti casi mi capita di ottenere valori degli indici che determinano una valutazione molto diversa da quella che avrei fatto a giudizio esperto. Ovviamente il giudizio esperto è soggettivo e nel mio caso si basa su appena alcune centinaia di casi nell’arco di soli 27 anni di campionamenti, ma parlando con i colleghi e scambiandosi informazioni scopriamo che molto spesso “i conti non tornano”.

Questo accade in particolare nel caso di alvei fortemente dinamici. Ci aspettiamo in genere di osservare comunità molto diverse dall’atteso quando delle pressioni generano impatti significativi. Il problema è che le pressioni non sono sempre prodotte da determinanti umani. Se ciò che abbiamo davanti agli occhi è il prodotto di processi naturali, evidentemente quell’ecosistema si trova nello stato in cui si troverebbe anche se Homo sapiens sapiens non avesse mai colonizzato quei luoghi. Il paradosso è che ambienti in cui l’uomo non ha messo mano risultano spesso in Stato ecologico Sufficiente o addirittura Scarso, ovvero si trovano in condizioni significativamente distanti da quelle di riferimento. Il problema forse è il riferimento? Molti di noi ne sono convinti.

Il rio Mas, un torrente con intenso trasporto solido di fondo

Negli anni scorsi ho osservato un tratto di un piccolo torrente di versante delle Alpi Giulie, il rio Mas, nella Val Dogna. In quel torrente ho effettuato campionamenti di macroinvertebrati e i miei collaboratori hanno esaminato le macrofite e le diatomee bentoniche. Gli esiti delle nostre indagini sono stati sconcertanti, dal punto di vista della classificazione del corpo idrico: alterato in modo significativo (Stato Sufficiente). Nel nostro punto di monitoraggio non c’era nessuna opera umana, né ce ne sono a monte. Non ci sono scarichi, non ci sono dighe, briglie, derivazioni. A monte di quel punto c’è solo una bella gola, scavata nella dolomia, circondata da boschi misti con un’elevata copertura di Fagus sylvatica. L’acqua è sempre limpida, fresca. Verrebbe voglia di tuffarsi e di berla, se non fosse che più di una volta abbiamo osservato le carcasse di animali morti sulle rive, precipitati dalle pareti della gola o predati. Se c’è un luogo che possiamo definire “naturale” è certamente la gola del rio Mas. Eppure sul fondo di quel torrente ho osservato una comunità di macroinvertebrati esigua, in termini di numero di taxa e di individui. Se in un torrentello montano è raro trovare meno di 500 macroinvertebrati per metro quadrato di fondo, nel caso del rio Mas ne ho trovati al massimo 247, nel maggio del 2021. Posso confrontare due campionamenti invernali e dire che nell’inverno del 2021 ho catturato 175 macroinvertebrati per metro quadrato, ma nell’inverno 2015 ne avevo osservati appena 55! Per farvi capire la situazione, nell’inverno del 2017 in un altro piccolo torrente di versante privo di pressioni, il rio Sgolvais (o Collalto), avevo osservato 572 macroinvertebrati per metro quadrato.

Insomma, è vero che un torrente è per sua natura un ambiente fortemente dinamico, è pur sempre vero che gli organismi che vivono in ambienti lotici hanno evoluto strategie per fare sopravvivere le popolazioni (ma non sempre gli individui). Ma gli ambienti ancora più dinamici, creati da certe condizioni geologiche, sono particolarmente inadatti a ospitare animali acquatici o anfibi. Purtroppo i dati di cui dispongo mi consentono di arrivare fino a qui, ovvero affermare che dal punto di vista qualitativo ci sono differenze marcate fra torrenti privi di pressioni antropiche ma soggetti a diverse pressioni naturali. I fattori che entrano in ballo sono quasi sempre geologici, in particolare nei bacini che includono rilievi calcarei e dolomitici nelle Alpi Orientali. Sappiamo bene che anche le componenti biotiche degli ecosistemi terrestri hanno una grande influenza su quella degli ecosistemi acquatici, ma in molti casi sono convinto della prevalenza netta dei fattori abiotici geologici (e idrologici).

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