Archive for the ‘Ecology’ Category

Divieti e protezione della natura

luglio 7, 2020

I divieti a volte sono necessari, ma alcuni rappresentano una sconfitta della ragione, sono figli dell’ignoranza: vietare tutto è facile, lo sa fare chiunque.

No humans allowed

Ho iniziato a osservare gli uccelli da quando ho ricevuto un binocolo in regalo, a otto anni; erano gli albori della mia passione per l’osservazione della natura. Dai diciotto e fino a qualche anno fa, praticavo l’arrampicata “sportiva”. Virgolettato perché il mio livello era talmente infimo da non meritare la definizione di climber.

Mi è capitato in diverse occasioni di trovare divieti di arrampicata permanenti su pareti chiodate a uso sportivo (falesie), con lo scopo di difendere la nidificazione di qualche specie di uccelli. In genere parliamo di predatori che nidificano su rupi, per un motivo essenziale: più grosso è un predatore, meno è numeroso naturalmente, più è stato cacciato in passato.

Ho visto un simpatico video sul canale Instagram del Yosemite National Park, lo potete vedere qui: Birding with an Ecologist. Buona notizia noi che non siamo native speakers: ci sono i sottotitoli!

A 3’18” la Ecologist che si occupa del monitoraggio dell’avifauna inizia a parlare della nidificazione del Peregrine Falcon sulla parete di fronte a cui è appostata. In particolare a 3’47” spiega chiaramente che, nell’ambito dell’attività di monitoraggio, i nidi di Peregrin Falcon vengono localizzati e si verifica la presenza di vie di arrampicata sulla parete; qualora queste fossero vicine a un nido, il Parco provvede a una chiusura temporanea di quelle vie.

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Archeoecologia vegetale

maggio 10, 2020

Fra passato e futuro

Dopo l’abbandono di fienagione e pascolo, molte specie di prateria montana oggi si trovano nella boscaglia rada, che rappresenta uno degli stadi della sindinamica che porterà, forse, a un bosco vero e proprio. Sono queste specie, per gli ecologi, reperti di archeologia degli ecosistemi, ma descrivono anche una civiltà rurale ormai scomparsa.

Narcissus radiiflorus

La lettura della vegetazione è qualcosa che ho appreso, fra il 1993 e il 1997, seguendo gli insegnamenti di docenti come il prof. Nimis, il prof. Poldini e la prof.ssa Wikus Pignatti (e bastò passare due ore col suo consorte in Dolomiti per imparare altre cose straordinarie). Pur essendo diventato un ecologo delle acque interne, quasi zoologo, i loro corsi furono per me molto più di un passaggio obbligato per ottenere la laurea in Scienze Biologiche.

Asphodelus albus

Era per me un gioco, quando mi capitava di accompagnare mio padre nella sua attività di documentazione dell’uso antropico delle terre alte. Lui, da architetto, esaminava gli edifici o i loro resti, io la vegetazione.

Dopo alcuni anni di pratica, riuscivo a individuare (in Carnia) l’estensione dei pascoli e la loro porzione fertirrigata, talvolta persino la posizione di stalle i cui resti erano ormai invisibili. Spesso, lanciandomi in scommesse sull’epoca di abbandono delle strutture, ci azzeccavo.

I processi evolutivi degli ecosistemi sono straordinari. Quando compare, o scompare, un determinante l’ecosistema può mutare. Dipende molto dalla sua resistenza e resilienza, ma nel caso di perturbazioni molto intense e durature, l’evoluzione c’è sempre.

Alcuni aspetti di questo cambiamento sono macroscopici, attirano la nostra attenzione. Ad esempio l’aumento di copertura delle specie arbustive in un pascolo abbandonato. In Carnia alle quote più elevate e su substrato acido, ad esempio, è frequente che un pascolo abbandonato venga colonizzato da Alnus viridis. Ma esaminando le alnete ci si può accorgere della presenza, ormai residuale, di specie di Poaceae che non convivono volentieri con quegli arbusti e nelle loro formazioni molto chiuse.

Uno degli aspetti più interessanti di questo tipo di analisi, accanto alla capacità di ricostruire un paesaggio scomparso a seguito del cambiamento dei determinanti (sfalcio, pascolo, fertilizzazione ecc), è quello di permetterci di trasferire l’esperienza acquisita migliorando la nostra capacità predittiva. Possiamo cioè diventare più capaci nel prevedere cosa cambierà in una data porzione di territorio in seguito al mutare di determinate condizioni.

Resilienza

gennaio 13, 2020

Un termine divenuto di moda, ma sappiamo cosa significhi?

Nella teoria, per noi ecologi, la resilienza è una proprietà dei sistemi, una di quelle “magiche”, che la semplice somma delle proprietà delle parti (del sistema) non permetterebbe di ottenere.

Una delle cose straordinarie dei sistemi è che

1+1+1+1

non fa per forza 4!

La resilienza è la capacità di un sistema di tornare a uno stato di equilibrio dopo una perturbazione.

Diversamente la resistenza del sistema è la sua capacità di opporsi al cambiamento, ovvero di evitare o ridurre una perturbazione.

La faccenda però non è così semplice e, se proseguiamo oltre, saremo costretti a usare qualche concetto fisico.

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Non è solo la media

gennaio 8, 2020

Il cambiamento climatico visto localmente

È in fondo ciò che percepiamo meglio. Quando parliamo di clima, in generale, tendiamo a fare confusione col concetto di “condizioni meteorologiche” e dunque fatichiamo a fare osservazioni nella corretta scala spaziale e temporale.

Innanzitutto dobbiamo capire che il “clima” è una complessa sequenza di eventi a cui diamo nomi precisi, tanta è la loro importanza. Pioggia, tempo asciutto, freddo, caldo. Nessuno di questi nomi designa un clima, ma un evento, o meglio una categoria di eventi.

In Friuli piove molto, in termini quantitativi, rispetto a molte altre zone dell’Europa meridionale. Tuttavia le precipitazioni totali che cadono in un anno sulla pianura attorno a Udine sono quasi le stesse di altre zone del mondo, ma la loro distribuzione nel tempo è diversa. Si parla spesso di “regime” delle precipitazioni e questa distribuzione nel tempo delle piogge influenza moltissimo una serie di altri fenomeni naturali. Ad esempio la fioritura delle piante o la migrazione di certi animali.

Precipitazioni annue medie globali e dati mensili di tre punti con media annua simile. Clicca sull’immagine per una versione ingrandita. (elaborazione di dati 1970 – 2000 da www.worldclim.org)

A volte mi confronto con persone, prive di formazione scientifica, che usano il concetto di media con una disinvoltura disarmante. Ad esempio (more…)

Le estinzioni invisibili

dicembre 30, 2019

Occhio non vede, cuore non duole?

Qualche tempo fa stavo osservando con interesse (e un po’ di senso di colpa) un tricottero nello stadio imaginale, posato su una pianta di Arundo donax, lungo le rive di un corso d’acqua della Bassa Pianura Friulana (vedi foto).

Esemplari di Anguilla anguilla catturati in ambiente di risorgiva (Friuli Venezia Giulia)

Pur avendo studiato per molti anni l’ecologia dei corsi d’acqua, non ho mai imparato a riconoscere i Tricotteri in modo da attribuire gli individui osservati a una specie. Da qui il senso di colpa. Lavorando in acqua mi limitavo a una determinazione fino al livello di famiglia, talvolta di genere, ma mi fermavo lì perché non sono uno zoologo in senso classico. A me interessava poco conoscere il nome di un organismo, piuttosto era prezioso avere informazioni riguardo alle sue abitudini alimentari, o qualcosa relativo alla porzione dello spazio ecologico che occupa un organismo. In realtà ogni specie ha caratteristiche proprie e uniche localmente, cosa che ne giustifica l’esistenza. Tuttavia in letteratura non ho mai trovato le informazioni di dettaglio sull’autoecologia delle specie che avrei potuto avere di fronte a me, mentre queste informazioni erano disponibili a livello di genere o di famiglia. Da qui la parzialità del senso di colpa.

Il punto però ora è un altro. Centinaia di persone hanno raccolto invertebrati acquatici negli ultimi trent’anni, ma quasi tutti hanno spinto il riconoscimento fino al livello tassonomico richiesto dall’applicazione di diversi indici biotici, utilizzati per la valutazione della qualità dell’ecosistema acquatico. Pochissimi faunisti si sono spinti oltre, talmente pochi che è stato possibile solamente avere informazioni generiche sulla presenza di una specie in una data area, ma mai un quadro sistematico e approfondito di tutte le specie presenti in quella stessa zona.

La differenza non è irrilevante, perché i dati in nostro possesso riguardano solo le presenze rilevate, talvolta in modo non sistematico e con campionamenti non distribuiti in modo razionale sul territorio. Detto in parole povere, non sappiamo se siano state osservate tutte le specie di Tricotteri presenti in Friuli, né conosciamo la distribuzione dettagliata di quelle osservate. Questo ovviamente vale anche per molti altri organismi poco appariscenti. Dall’altro lato siamo immersi in un mare di dati riguardo agli Uccelli, ci sono abbastanza dati su molte famiglie di Mammiferi e abbiamo una discreta di sponibilità di dati sui Pesci.

In un quadro del genere il mio pensiero va al tema delle estinzioni. Proprio in questi giorni sto lavorando su una specie ittica a forte rischio: l’anguilla europea.

L’anguilla è una specie “importante” per l’uomo, perché ha rappresentato una risorsa alimentare rilevante in passato. Gli individui in accrescimento occupano volentieri ambienti che sono poco (o per nulla) produttivi per l’uomo. Tant’è vero che abbiamo eliminato gran parte degli habitat idonei all’anguilla europea, trasformando aree palustri in agricole.

Ammesso che un ettaro di palude possa contenere fra 30 e 40 kg di anguille, un ettaro di campo generato da bonifica (prosciugamento) può produrre da 5000 a 6000 kg di grano od orzo.

Ci siamo accorti del crollo nel reclutamento di Anguilla anguilla perché è una specie che peschiamo e facciamo ingrassare in allevamento, ma non ci siamo accorti della diminuzione (o estinzione) di chissà quante specie di animali che vivevano nei medesimi ambienti.

Obietterete che lembi di aree palustri esistono ancora e, in essi, potrebbero sopravvivere le specie di cui ipotizzo l’estinzione inosservata. Ciò avrebbe reso possibile la loro osservazione e dunque annullerebbe il rischio di un’estinzione non registrata. Magra consolazione. Questo tuttavia si scontra con un problema: il nostro sforzo di osservazione non è uniforme, né per intensità, né per distribuzione spaziale.

Un biologo molto più esperto di me, il dott. Fabio Stoch, mi fece notare molti anni fa che la nostra conoscenza degli ecosistemi di acque “dolci” era negativamente correlata con la distanza dai ponti. Questa osservazione mi spinse a fare sempre “quattro passi in più” per allontanarmi dalla strada: non ero per nulla sicuro che il mio mondo fosse rappresentato efficacemente dalle zone vicine ai ponti.

In senso positivo mi viene in mente più di un caso in cui abbiamo scoperto la presenza di specie inattese, o una frequenza inattesa di specie la cui presenza era già nota.

Al primo tipo appartiene il caso di Barbus balcanicus nell’area del Collio. Per il Friuli avevamo segnalazioni di Barbus caninus e non ci passava nemmeno per la mente l’idea che quei piccoli barbi nei torrenti collinari potessero appartenere a un’altra specie. Presi in tutt’altro genere di studi, noi idrobiologi del Friuli Venezia Giulia avevamo frettolosamente assegnato a Barbus caninus quelle popolazioni, fino a quando non venne dalla Lombardia un collega, Luca Buonerba, che all’epoca stava raccogliendo campioni per la sua tesi di dottorato. Quando lo accompagnai a catturare i “nostri” canini, li guardò e mi disse chiaramente che non sapeva cosa fossero, ma certamente non erano barbi canini. Le sue analisi sui marcatori genetici confermarono che non si trattava di Barbus caninus, ma bensì di Barbus balcanicus.

I nostri predecessori avevano sbagliato identificazione e noi, fedeli alla letteratura, avevamo accettato senza discutere le loro indicazioni. Oggi, grazie a questo fortunato caso, abbiamo preso coscienza della presenza di una specie che, per quanto ne sappiamo, era lì da ben prima che Linneo si sognasse di dare un nome a ogni taxon. Così potete leggere un lavoro scritto dai ricercatori dell’Ubiversità di Trieste (Bertoli et Al., 2019) su questa specie.

Per me, dato che mi occupo ora di gestione e conservazione più che di ricerca, è nata la necessità di tenere in considerazione questa specie, che nel 2005 consideravo assente dai torrenti dove oggi ritengo necessario tutelarla.

Immaginate quante altre specie potrebbero essere sfuggite alla nostra attenzione, in particolare se legate ad ambienti la cui contrazione o alterazione è stata più forte nell’ultimo secolo. Probabilmente ci sono state molte estinzioni locali non registrate, ma in certi gruppi di animali e piante non sono improbabili estinzioni globali, se consideriamo che alcune specie hanno areali di distribuzione molto piccoli e frammentati a causa di eventi naturali del passato (ad esempio le glaciazioni).

Da un punto di vista antropocentrico classico, l’estinzione di una specie sconosciuta all’uomo potrebbe essere considerata irrilevante, tuttavia ogni estinzione implica qualche cambiamento (che ne è causa o conseguenza) e questo sposta la biosfera dallo stato in cui ha consentito l’espansione della nostra specie. Anche senza chiamare in causa la morale, nessuna estinzione è una buona notizia, ma quelle che avvengono senza che ce ne accorgiamo sono le peggiori (per noi).