Archive for the ‘Fauna’ Category

Nomi scientifici

maggio 3, 2021

Perché si usano e come si scrivono

A ogni oggetto o essere vivente riconosciuto da noi umani, abbiamo assegnato un nome. Ad esempio sedia, quercia, cavallo, sono nomi comuni in lingua italiana. Molto comodi, se parliamo fra persone con una buona conoscenza di questa lingua. Tuttavia nella mia madrelingua si usano cjadree, rôl e cjaval. A pochi chilometri a est di casa mia si dice stol, hrast, konj. Se invece guido per un’ora verso nord trovo gente che usa stuhl, eiche e roß.

È evidente che il problema si ponga solo per chi viva in un crocevia linguistico, come il Friuli, oppure per chi debba comunicare con persone provenienti da paesi lontani. Se dovessi fare capire a un collega cinese che sto parlando del pesce chiamato in italiano carpa, dovrei usare la parola 鯉魚 che non so nemmeno come si pronunci!

La soluzione al problema è stata individuata più di due secoli fa dal naturalista svedese Carl Nilsson Linnaeus, noto in Italia come Linneo. L’idea è piuttosto semplice: attribuire a ogni essere vivente un nome convenzionale che possa essere usato in tutto il mondo.

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Pesci con la valigia

novembre 19, 2020

La migrazione riproduttiva di Anguilla anguilla e Salmo marmoratus

L’autunno è tempo di viaggi nuziali, almeno per alcune specie. Chi sicuramente si sta mettendo in viaggio per raggiungere i siti riproduttivi sono due specie di pesci, un tempo piuttosto comuni nelle acque interne continentali del Friuli: l’anguilla e la trota marmorata.

Femmina adulta di Anguilla anguilla in via di trasformazione in argentina migratrice, il diametro dell’occhio è più del doppio rispetto a quello degli individui immaturi di pari taglia

Si tratta di due specie che vengono definite migratrici, ovvero che svolgono diverse fasi del loro ciclo biologico in ambienti del tutto differenti, anche se per la trota marmorata questa migrazione è decisamente di poco conto rispetto a quella che affronta l’anguilla. (more…)

Divieti e protezione della natura

luglio 7, 2020

I divieti a volte sono necessari, ma alcuni rappresentano una sconfitta della ragione, sono figli dell’ignoranza: vietare tutto è facile, lo sa fare chiunque.

No humans allowed

Ho iniziato a osservare gli uccelli da quando ho ricevuto un binocolo in regalo, a otto anni; erano gli albori della mia passione per l’osservazione della natura. Dai diciotto e fino a qualche anno fa, praticavo l’arrampicata “sportiva”. Virgolettato perché il mio livello era talmente infimo da non meritare la definizione di climber.

Mi è capitato in diverse occasioni di trovare divieti di arrampicata permanenti su pareti chiodate a uso sportivo (falesie), con lo scopo di difendere la nidificazione di qualche specie di uccelli. In genere parliamo di predatori che nidificano su rupi, per un motivo essenziale: più grosso è un predatore, meno è numeroso naturalmente, più è stato cacciato in passato.

Ho visto un simpatico video sul canale Instagram del Yosemite National Park, lo potete vedere qui: Birding with an Ecologist. Buona notizia noi che non siamo native speakers: ci sono i sottotitoli!

A 3’18” la Ecologist che si occupa del monitoraggio dell’avifauna inizia a parlare della nidificazione del Peregrine Falcon sulla parete di fronte a cui è appostata. In particolare a 3’47” spiega chiaramente che, nell’ambito dell’attività di monitoraggio, i nidi di Peregrin Falcon vengono localizzati e si verifica la presenza di vie di arrampicata sulla parete; qualora queste fossero vicine a un nido, il Parco provvede a una chiusura temporanea di quelle vie.

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Le estinzioni invisibili

dicembre 30, 2019

Occhio non vede, cuore non duole?

Qualche tempo fa stavo osservando con interesse (e un po’ di senso di colpa) un tricottero nello stadio imaginale, posato su una pianta di Arundo donax, lungo le rive di un corso d’acqua della Bassa Pianura Friulana (vedi foto).

Esemplari di Anguilla anguilla catturati in ambiente di risorgiva (Friuli Venezia Giulia)

Pur avendo studiato per molti anni l’ecologia dei corsi d’acqua, non ho mai imparato a riconoscere i Tricotteri in modo da attribuire gli individui osservati a una specie. Da qui il senso di colpa. Lavorando in acqua mi limitavo a una determinazione fino al livello di famiglia, talvolta di genere, ma mi fermavo lì perché non sono uno zoologo in senso classico. A me interessava poco conoscere il nome di un organismo, piuttosto era prezioso avere informazioni riguardo alle sue abitudini alimentari, o qualcosa relativo alla porzione dello spazio ecologico che occupa un organismo. In realtà ogni specie ha caratteristiche proprie e uniche localmente, cosa che ne giustifica l’esistenza. Tuttavia in letteratura non ho mai trovato le informazioni di dettaglio sull’autoecologia delle specie che avrei potuto avere di fronte a me, mentre queste informazioni erano disponibili a livello di genere o di famiglia. Da qui la parzialità del senso di colpa.

Il punto però ora è un altro. Centinaia di persone hanno raccolto invertebrati acquatici negli ultimi trent’anni, ma quasi tutti hanno spinto il riconoscimento fino al livello tassonomico richiesto dall’applicazione di diversi indici biotici, utilizzati per la valutazione della qualità dell’ecosistema acquatico. Pochissimi faunisti si sono spinti oltre, talmente pochi che è stato possibile solamente avere informazioni generiche sulla presenza di una specie in una data area, ma mai un quadro sistematico e approfondito di tutte le specie presenti in quella stessa zona.

La differenza non è irrilevante, perché i dati in nostro possesso riguardano solo le presenze rilevate, talvolta in modo non sistematico e con campionamenti non distribuiti in modo razionale sul territorio. Detto in parole povere, non sappiamo se siano state osservate tutte le specie di Tricotteri presenti in Friuli, né conosciamo la distribuzione dettagliata di quelle osservate. Questo ovviamente vale anche per molti altri organismi poco appariscenti. Dall’altro lato siamo immersi in un mare di dati riguardo agli Uccelli, ci sono abbastanza dati su molte famiglie di Mammiferi e abbiamo una discreta di sponibilità di dati sui Pesci.

In un quadro del genere il mio pensiero va al tema delle estinzioni. Proprio in questi giorni sto lavorando su una specie ittica a forte rischio: l’anguilla europea.

L’anguilla è una specie “importante” per l’uomo, perché ha rappresentato una risorsa alimentare rilevante in passato. Gli individui in accrescimento occupano volentieri ambienti che sono poco (o per nulla) produttivi per l’uomo. Tant’è vero che abbiamo eliminato gran parte degli habitat idonei all’anguilla europea, trasformando aree palustri in agricole.

Ammesso che un ettaro di palude possa contenere fra 30 e 40 kg di anguille, un ettaro di campo generato da bonifica (prosciugamento) può produrre da 5000 a 6000 kg di grano od orzo.

Ci siamo accorti del crollo nel reclutamento di Anguilla anguilla perché è una specie che peschiamo e facciamo ingrassare in allevamento, ma non ci siamo accorti della diminuzione (o estinzione) di chissà quante specie di animali che vivevano nei medesimi ambienti.

Obietterete che lembi di aree palustri esistono ancora e, in essi, potrebbero sopravvivere le specie di cui ipotizzo l’estinzione inosservata. Ciò avrebbe reso possibile la loro osservazione e dunque annullerebbe il rischio di un’estinzione non registrata. Magra consolazione. Questo tuttavia si scontra con un problema: il nostro sforzo di osservazione non è uniforme, né per intensità, né per distribuzione spaziale.

Un biologo molto più esperto di me, il dott. Fabio Stoch, mi fece notare molti anni fa che la nostra conoscenza degli ecosistemi di acque “dolci” era negativamente correlata con la distanza dai ponti. Questa osservazione mi spinse a fare sempre “quattro passi in più” per allontanarmi dalla strada: non ero per nulla sicuro che il mio mondo fosse rappresentato efficacemente dalle zone vicine ai ponti.

In senso positivo mi viene in mente più di un caso in cui abbiamo scoperto la presenza di specie inattese, o una frequenza inattesa di specie la cui presenza era già nota.

Al primo tipo appartiene il caso di Barbus balcanicus nell’area del Collio. Per il Friuli avevamo segnalazioni di Barbus caninus e non ci passava nemmeno per la mente l’idea che quei piccoli barbi nei torrenti collinari potessero appartenere a un’altra specie. Presi in tutt’altro genere di studi, noi idrobiologi del Friuli Venezia Giulia avevamo frettolosamente assegnato a Barbus caninus quelle popolazioni, fino a quando non venne dalla Lombardia un collega, Luca Buonerba, che all’epoca stava raccogliendo campioni per la sua tesi di dottorato. Quando lo accompagnai a catturare i “nostri” canini, li guardò e mi disse chiaramente che non sapeva cosa fossero, ma certamente non erano barbi canini. Le sue analisi sui marcatori genetici confermarono che non si trattava di Barbus caninus, ma bensì di Barbus balcanicus.

I nostri predecessori avevano sbagliato identificazione e noi, fedeli alla letteratura, avevamo accettato senza discutere le loro indicazioni. Oggi, grazie a questo fortunato caso, abbiamo preso coscienza della presenza di una specie che, per quanto ne sappiamo, era lì da ben prima che Linneo si sognasse di dare un nome a ogni taxon. Così potete leggere un lavoro scritto dai ricercatori dell’Ubiversità di Trieste (Bertoli et Al., 2019) su questa specie.

Per me, dato che mi occupo ora di gestione e conservazione più che di ricerca, è nata la necessità di tenere in considerazione questa specie, che nel 2005 consideravo assente dai torrenti dove oggi ritengo necessario tutelarla.

Immaginate quante altre specie potrebbero essere sfuggite alla nostra attenzione, in particolare se legate ad ambienti la cui contrazione o alterazione è stata più forte nell’ultimo secolo. Probabilmente ci sono state molte estinzioni locali non registrate, ma in certi gruppi di animali e piante non sono improbabili estinzioni globali, se consideriamo che alcune specie hanno areali di distribuzione molto piccoli e frammentati a causa di eventi naturali del passato (ad esempio le glaciazioni).

Da un punto di vista antropocentrico classico, l’estinzione di una specie sconosciuta all’uomo potrebbe essere considerata irrilevante, tuttavia ogni estinzione implica qualche cambiamento (che ne è causa o conseguenza) e questo sposta la biosfera dallo stato in cui ha consentito l’espansione della nostra specie. Anche senza chiamare in causa la morale, nessuna estinzione è una buona notizia, ma quelle che avvengono senza che ce ne accorgiamo sono le peggiori (per noi).

Acque senza pesci

febbraio 2, 2019

Non tutti gli ambienti acquatici sono popolati da pesci, né possono esserlo.

Questa affermazione può sembrare banale, ma fino a qualche tempo fa sarebbe sembrata rivoluzionaria. Quando mi laureai in Scienze Biologiche (1997) ci trovavamo in una fase di transizione fra due modelli culturali, in relazione alla gestione della fauna ittica delle acque interne continentali.
Per oltre un secolo l’uomo aveva messo in atto sforzi immensi per incrementare la consistenza delle popolazioni ittiche e la loro diffusione nel territorio. Mentre stavo terminando il mio corso di studi, abbiamo iniziato a renderci conto che questi sforzi non solo erano frustrati, a fronte di una generalizzata diminuzione della numerosità delle popolazioni ittiche in molti ambienti a Sud delle Alpi, ma erano anche discutibili su un piano etico, dato che si stava alterando in modo significativo la distribuzione naturale di moltissime specie di pesci (e non solo) per scopi tutto sommato velleitari, generando un enorme e inutile rischio per la conservazione delle stesse specie che ci interessavano.
Stavano finendo i tempi in cui gli enti gestori e i concessionari di molte regioni italiane organizzavano addirittura immissioni di pesci in ambiente montano trasportandoli anche con l’uso di un elicottero.

Un piccolo torrente alpino, in Friuli definito spesso col termine “rio”.

Esaminando la distribuzione della fauna ittica del Friuli Venezia Giulia alla fine del XX secolo ci accorgeremmo che una specie era talmente diffusa da risultare la più frequente: Salmo trutta. Si tratta ovviamente di una specie introdotta, quella che fu oggetto di tanti sforzi nel passato. La trovavamo dovunque e solo recentemente la sua frequenza negli ambienti di pianura è scemata, grazie all’interruzione della sua immissione (more…)