Archive for the ‘Freshwater Biology’ Category

Risorgive

febbraio 15, 2020

Cosa crea la parte (molto) acquatica del Friuli

Le chiamiamo risultivis, in lingua friulana, per descrivere il fenomeno dell’emersione della falda freatica nella pianura fra le Prealpi e l’Adriatico.

Le risorgive non sono nient’altro che un insieme di punti in cui, nel bel mezzo della pianura, l’acqua esce copiosamente dal terreno, facendo nascere fiumi apparentenente dal nulla. In verità i geologi hanno svelato da molto tempo i segreti di questo fenomeno, che ha influenzato per decine di secoli la vita dei friulani; molto prima di sapere di potersi definire “friulani” oltre tutto.

Cosa si cela dietro l’emersione delle acque, lungo una fascia che si estende per decine di chilometri fra Polcenigo, ai piedi del Cansiglio, e Monfalcone, ai margini del Carso?

[NdA: culturalmente parlando Monfalcone non è in Friuli]

Idrografia della pianura friulana, viene indicata la linea superiore della fascia delle risorgive (clicca per una versione ingrandita)

Cansiglio e Carso sono due aree carsiche, ma in questo caso il fenomeno è in buona parte slegato dal destino delle acque carsiche. Ai piedi delle Prealpi Carniche e Giulie, allo sbocco delle valli, si aprono a ventaglio dei grandi conoidi alluvionali, creati con pazienza da Cellina, Meduna, Tagliamento, Torre, Natisone e Isonzo, oltre ad una serie di loro tributari.

Questi conoidi altro non sono che grandi mucchi di ghiaia e ciottoli, depositati dai corsi d’acqua nella zona in cui, a causa della diminuzione di pendenza, l’acqua rallenta. Più l’acqua è veloce, maggiore è la sua capacità di trascinare detriti, anche di grandi dimensioni. Viceversa, una corrente debole permette solamente il trasporto di sedimenti fini. Più ci si avvicina al mare, più lento è lo scorrimento e minore la dimensione dei granuli dei sedimenti trasportati.

Immaginate di essere di fronte a un mucchio di ghiaia su un piazzale asfaltato e di rovesciarvi sopra un bicchiere d’acqua. Che fine farà l’acqua? (more…)

Le estinzioni invisibili

dicembre 30, 2019

Occhio non vede, cuore non duole?

Qualche tempo fa stavo osservando con interesse (e un po’ di senso di colpa) un tricottero nello stadio imaginale, posato su una pianta di Arundo donax, lungo le rive di un corso d’acqua della Bassa Pianura Friulana (vedi foto).

Esemplari di Anguilla anguilla catturati in ambiente di risorgiva (Friuli Venezia Giulia)

Pur avendo studiato per molti anni l’ecologia dei corsi d’acqua, non ho mai imparato a riconoscere i Tricotteri in modo da attribuire gli individui osservati a una specie. Da qui il senso di colpa. Lavorando in acqua mi limitavo a una determinazione fino al livello di famiglia, talvolta di genere, ma mi fermavo lì perché non sono uno zoologo in senso classico. A me interessava poco conoscere il nome di un organismo, piuttosto era prezioso avere informazioni riguardo alle sue abitudini alimentari, o qualcosa relativo alla porzione dello spazio ecologico che occupa un organismo. In realtà ogni specie ha caratteristiche proprie e uniche localmente, cosa che ne giustifica l’esistenza. Tuttavia in letteratura non ho mai trovato le informazioni di dettaglio sull’autoecologia delle specie che avrei potuto avere di fronte a me, mentre queste informazioni erano disponibili a livello di genere o di famiglia. Da qui la parzialità del senso di colpa.

Il punto però ora è un altro. Centinaia di persone hanno raccolto invertebrati acquatici negli ultimi trent’anni, ma quasi tutti hanno spinto il riconoscimento fino al livello tassonomico richiesto dall’applicazione di diversi indici biotici, utilizzati per la valutazione della qualità dell’ecosistema acquatico. Pochissimi faunisti si sono spinti oltre, talmente pochi che è stato possibile solamente avere informazioni generiche sulla presenza di una specie in una data area, ma mai un quadro sistematico e approfondito di tutte le specie presenti in quella stessa zona.

La differenza non è irrilevante, perché i dati in nostro possesso riguardano solo le presenze rilevate, talvolta in modo non sistematico e con campionamenti non distribuiti in modo razionale sul territorio. Detto in parole povere, non sappiamo se siano state osservate tutte le specie di Tricotteri presenti in Friuli, né conosciamo la distribuzione dettagliata di quelle osservate. Questo ovviamente vale anche per molti altri organismi poco appariscenti. Dall’altro lato siamo immersi in un mare di dati riguardo agli Uccelli, ci sono abbastanza dati su molte famiglie di Mammiferi e abbiamo una discreta di sponibilità di dati sui Pesci.

In un quadro del genere il mio pensiero va al tema delle estinzioni. Proprio in questi giorni sto lavorando su una specie ittica a forte rischio: l’anguilla europea.

L’anguilla è una specie “importante” per l’uomo, perché ha rappresentato una risorsa alimentare rilevante in passato. Gli individui in accrescimento occupano volentieri ambienti che sono poco (o per nulla) produttivi per l’uomo. Tant’è vero che abbiamo eliminato gran parte degli habitat idonei all’anguilla europea, trasformando aree palustri in agricole.

Ammesso che un ettaro di palude possa contenere fra 30 e 40 kg di anguille, un ettaro di campo generato da bonifica (prosciugamento) può produrre da 5000 a 6000 kg di grano od orzo.

Ci siamo accorti del crollo nel reclutamento di Anguilla anguilla perché è una specie che peschiamo e facciamo ingrassare in allevamento, ma non ci siamo accorti della diminuzione (o estinzione) di chissà quante specie di animali che vivevano nei medesimi ambienti.

Obietterete che lembi di aree palustri esistono ancora e, in essi, potrebbero sopravvivere le specie di cui ipotizzo l’estinzione inosservata. Ciò avrebbe reso possibile la loro osservazione e dunque annullerebbe il rischio di un’estinzione non registrata. Magra consolazione. Questo tuttavia si scontra con un problema: il nostro sforzo di osservazione non è uniforme, né per intensità, né per distribuzione spaziale.

Un biologo molto più esperto di me, il dott. Fabio Stoch, mi fece notare molti anni fa che la nostra conoscenza degli ecosistemi di acque “dolci” era negativamente correlata con la distanza dai ponti. Questa osservazione mi spinse a fare sempre “quattro passi in più” per allontanarmi dalla strada: non ero per nulla sicuro che il mio mondo fosse rappresentato efficacemente dalle zone vicine ai ponti.

In senso positivo mi viene in mente più di un caso in cui abbiamo scoperto la presenza di specie inattese, o una frequenza inattesa di specie la cui presenza era già nota.

Al primo tipo appartiene il caso di Barbus balcanicus nell’area del Collio. Per il Friuli avevamo segnalazioni di Barbus caninus e non ci passava nemmeno per la mente l’idea che quei piccoli barbi nei torrenti collinari potessero appartenere a un’altra specie. Presi in tutt’altro genere di studi, noi idrobiologi del Friuli Venezia Giulia avevamo frettolosamente assegnato a Barbus caninus quelle popolazioni, fino a quando non venne dalla Lombardia un collega, Luca Buonerba, che all’epoca stava raccogliendo campioni per la sua tesi di dottorato. Quando lo accompagnai a catturare i “nostri” canini, li guardò e mi disse chiaramente che non sapeva cosa fossero, ma certamente non erano barbi canini. Le sue analisi sui marcatori genetici confermarono che non si trattava di Barbus caninus, ma bensì di Barbus balcanicus.

I nostri predecessori avevano sbagliato identificazione e noi, fedeli alla letteratura, avevamo accettato senza discutere le loro indicazioni. Oggi, grazie a questo fortunato caso, abbiamo preso coscienza della presenza di una specie che, per quanto ne sappiamo, era lì da ben prima che Linneo si sognasse di dare un nome a ogni taxon. Così potete leggere un lavoro scritto dai ricercatori dell’Ubiversità di Trieste (Bertoli et Al., 2019) su questa specie.

Per me, dato che mi occupo ora di gestione e conservazione più che di ricerca, è nata la necessità di tenere in considerazione questa specie, che nel 2005 consideravo assente dai torrenti dove oggi ritengo necessario tutelarla.

Immaginate quante altre specie potrebbero essere sfuggite alla nostra attenzione, in particolare se legate ad ambienti la cui contrazione o alterazione è stata più forte nell’ultimo secolo. Probabilmente ci sono state molte estinzioni locali non registrate, ma in certi gruppi di animali e piante non sono improbabili estinzioni globali, se consideriamo che alcune specie hanno areali di distribuzione molto piccoli e frammentati a causa di eventi naturali del passato (ad esempio le glaciazioni).

Da un punto di vista antropocentrico classico, l’estinzione di una specie sconosciuta all’uomo potrebbe essere considerata irrilevante, tuttavia ogni estinzione implica qualche cambiamento (che ne è causa o conseguenza) e questo sposta la biosfera dallo stato in cui ha consentito l’espansione della nostra specie. Anche senza chiamare in causa la morale, nessuna estinzione è una buona notizia, ma quelle che avvengono senza che ce ne accorgiamo sono le peggiori (per noi).

Isonzo – da Pieris all’Isola della Cona

agosto 13, 2019

Lo scorso 6 agosto ho sceso, con la mia canoa gonfiabile, il tratto di fiume Isonzo fra il ponte “di Pieris” (SR 14) e l’Isola della Cona. Lo scopo della gita era puramente scientifico, dato che era mia intenzione raccogliere campioni di eDNA per scoprire la presenza di alcune specie ittiche difficilmente osservabili, ma è stata l’occasione per esplorare alcuni tratti di fiume dove non ero mai stato, né a nuoto né a piedi.

La preparazione della canoa e dell’attrezzatura, sotto il ponte “di Pieris”.

Sono partito alle 8 del mattino, per evitare la calura estiva, dalla riva occidentale dell’Isonzo (o riva destra, o friulana). Ho lasciato l’auto all’Isola della Cona e sono stato portato a monte dal mio collega Matteo, che era in zona per altri impegni. L’accesso è molto facile imboccando una strada sterrata che si diparte dalla “statale” (ora regionale) poco prima del ponte (venendo da Fiumicello) ed è molto nota, in particolare fra coloro che vanno a fare il bagno o a prendere il sole sulla grande barra laterale destra a valle del ponte. Un sentiero conduce rapidamente sotto le arcate del ponte stradale fendendo una fitta vegetazione composta quasi esclusivamente da specie alloctone invasive.

Qui ho gonfiato la canoa e preparato tutta l’attrezzatura necessaria alla discesa e al campionamento dell’acqua (filtri, connettori, siringhe, borsa frigo ecc). Ho preferito imbarcarmi nella pozza (acqua immobile) immediatamente a valle della bassa soglia artificiale che protegge il piede dei piloni, dato che non mi fidavo di affrontare la brevissima rapida centrale con un gonfiabile: ci sono alcuni massi e rami incastrati che potrebbero essere letali per il gonfiabile. Con un kayak rigido da torrente mi sarei buttato direttamente in acqua.

Uscire dalla buca è stato piuttosto facile, passando su una soglia ghiaiosa con battente sufficiente. Entrare nella corrente è banale, anche con la mia canoa gonfiabile, che di certo non è agile. Dopo pochi metri mi sono fermato in una morta a sinistra per iniziare a lavorare.

Il tratto con corrente percepibile e minuscole onde termina subito e il filone attivo (more…)

Passaggi per i pesci: perché e a cosa servono?

gennaio 13, 2019

Strutture importanti ma spesso mal congegnate

Molte specie di pesci, fra cui alcune di rilevante interesse commerciale, si spostano di molti chilometri nel corso della propria vita per svolgere attività differenti in ambienti diversi fra loro. Credo che tutti abbiano in mente la famosa migrazione dei salmoni (qui l’articolo di Wikipedia che riguarda il salmone atlantico), che risalgono dall’oceano lungo i fiumi per raggiungere piccoli corsi d’acqua montani dove depongono le uova. Ovviamente i loro giovani devono compiere il percorso inverso, raggiungere il mare, alimentarsi fino a crescere e diventare adulti, quindi tornare a risalire il fiume per deporre le uova.

Una briglia che costituisce un ostacolo insormontabile per la migrazione dei pesci.

Questo meccanismo era ben noto fin dalla notte dei tempi, tant’è che l’uomo, analogamente agli orsi che vediamo in certi documentari, si appostava in passaggi obbligati lungo la via di migrazione, per intercettare i grossi salmoni diretti verso le zone di riproduzione. Un tipo di pesca che, per quanto ridimensionato dall’allevamento intensivo di varie specie di salmone, continua a essere esercitato in molte aree del mondo, dando reddito a diverse migliaia di famiglie.

Capirete che se lungo il percorso del salmone piazziamo un ostacolo insuperabile, questo non potrà raggiungere il luogo in cui si riproduce e dunque morirà senza figli, ovvero senza generare quella prole che non solo serve a perpetrare l’esistenza della popolazione, ma anche a sostenere l’attività di pesca da parte dell’uomo. Di questo furono consci diversi governi (more…)

Prevedere per adattarsi al cambiamento climatico

marzo 29, 2018

Tempo fa, grazie alla segnalazione della mia amica Sue, ho potuto leggere un report del US Geological Service, relativo a un progetto sulla modellazione degli effetti del cambiamento climatico in corso sulla piccola scala. Potete trovare in rete il report (scarica il PDF qui). Alcune delle scelte effettuate da chi ha svolto lo studio sono probabilmente non ideali, ma l’approccio e la motivazione del lavoro è straordinariamente importante.

Mentre infuria il dibattito sulle cause del cambiamento climatico, molto più in sordina migliaia di studiosi stanno lavorando per dare una risposta alla domanda cruciale: cosa accadrà quando il pianeta sarà più caldo?

Il tema di cui si è occupato lo studio del USGS (more…)