Archive for the ‘Management’ Category

Flussi

aprile 7, 2020

Le condizioni per una rapida diffusione del virus SARS-CoV-2 sono state create durante gli ultimi decenni, in modo inconsapevole ma con accuratezza. Come è possibile, infatti, che un virus la cui presenza viene rilevata per la prima volta a fine dicembre del 2019 raggiunga l’Italia in poche settimane, generando un focolaio epidemico come quello che abbiamo osservato in Lombardia?

Lo so, girano tante voci sui complotti, il fatto che la malattia non sia provocata dal virus ma da radiazioni elettromagnetiche, untori che girano il mondo, potenze straniere maldestre che lanciano virus devastanti.

La realtà è deludente invece, più semplice, meno affascinante, ordinaria e terrificante. Vi invito a visitare due siti web: FlightRadar24 e MarineTraffic. Cliccate e andate a guardare le mappe. Questa sotto è una mappa copiata da FlightRadar24 nel pomeriggio del 7 aprile 2020, in piena pandemia, con traffico aereo ridotto.

Traffico aereo mappato sul sito FlightRadar24 il 7 aprile 2020.

Ciò che vedete è una mappa che rappresenta la posizione sul pianeta di un grande numero di veicoli, (more…)

Le estinzioni invisibili

dicembre 30, 2019

Occhio non vede, cuore non duole?

Qualche tempo fa stavo osservando con interesse (e un po’ di senso di colpa) un tricottero nello stadio imaginale, posato su una pianta di Arundo donax, lungo le rive di un corso d’acqua della Bassa Pianura Friulana (vedi foto).

Esemplari di Anguilla anguilla catturati in ambiente di risorgiva (Friuli Venezia Giulia)

Pur avendo studiato per molti anni l’ecologia dei corsi d’acqua, non ho mai imparato a riconoscere i Tricotteri in modo da attribuire gli individui osservati a una specie. Da qui il senso di colpa. Lavorando in acqua mi limitavo a una determinazione fino al livello di famiglia, talvolta di genere, ma mi fermavo lì perché non sono uno zoologo in senso classico. A me interessava poco conoscere il nome di un organismo, piuttosto era prezioso avere informazioni riguardo alle sue abitudini alimentari, o qualcosa relativo alla porzione dello spazio ecologico che occupa un organismo. In realtà ogni specie ha caratteristiche proprie e uniche localmente, cosa che ne giustifica l’esistenza. Tuttavia in letteratura non ho mai trovato le informazioni di dettaglio sull’autoecologia delle specie che avrei potuto avere di fronte a me, mentre queste informazioni erano disponibili a livello di genere o di famiglia. Da qui la parzialità del senso di colpa.

Il punto però ora è un altro. Centinaia di persone hanno raccolto invertebrati acquatici negli ultimi trent’anni, ma quasi tutti hanno spinto il riconoscimento fino al livello tassonomico richiesto dall’applicazione di diversi indici biotici, utilizzati per la valutazione della qualità dell’ecosistema acquatico. Pochissimi faunisti si sono spinti oltre, talmente pochi che è stato possibile solamente avere informazioni generiche sulla presenza di una specie in una data area, ma mai un quadro sistematico e approfondito di tutte le specie presenti in quella stessa zona.

La differenza non è irrilevante, perché i dati in nostro possesso riguardano solo le presenze rilevate, talvolta in modo non sistematico e con campionamenti non distribuiti in modo razionale sul territorio. Detto in parole povere, non sappiamo se siano state osservate tutte le specie di Tricotteri presenti in Friuli, né conosciamo la distribuzione dettagliata di quelle osservate. Questo ovviamente vale anche per molti altri organismi poco appariscenti. Dall’altro lato siamo immersi in un mare di dati riguardo agli Uccelli, ci sono abbastanza dati su molte famiglie di Mammiferi e abbiamo una discreta di sponibilità di dati sui Pesci.

In un quadro del genere il mio pensiero va al tema delle estinzioni. Proprio in questi giorni sto lavorando su una specie ittica a forte rischio: l’anguilla europea.

L’anguilla è una specie “importante” per l’uomo, perché ha rappresentato una risorsa alimentare rilevante in passato. Gli individui in accrescimento occupano volentieri ambienti che sono poco (o per nulla) produttivi per l’uomo. Tant’è vero che abbiamo eliminato gran parte degli habitat idonei all’anguilla europea, trasformando aree palustri in agricole.

Ammesso che un ettaro di palude possa contenere fra 30 e 40 kg di anguille, un ettaro di campo generato da bonifica (prosciugamento) può produrre da 5000 a 6000 kg di grano od orzo.

Ci siamo accorti del crollo nel reclutamento di Anguilla anguilla perché è una specie che peschiamo e facciamo ingrassare in allevamento, ma non ci siamo accorti della diminuzione (o estinzione) di chissà quante specie di animali che vivevano nei medesimi ambienti.

Obietterete che lembi di aree palustri esistono ancora e, in essi, potrebbero sopravvivere le specie di cui ipotizzo l’estinzione inosservata. Ciò avrebbe reso possibile la loro osservazione e dunque annullerebbe il rischio di un’estinzione non registrata. Magra consolazione. Questo tuttavia si scontra con un problema: il nostro sforzo di osservazione non è uniforme, né per intensità, né per distribuzione spaziale.

Un biologo molto più esperto di me, il dott. Fabio Stoch, mi fece notare molti anni fa che la nostra conoscenza degli ecosistemi di acque “dolci” era negativamente correlata con la distanza dai ponti. Questa osservazione mi spinse a fare sempre “quattro passi in più” per allontanarmi dalla strada: non ero per nulla sicuro che il mio mondo fosse rappresentato efficacemente dalle zone vicine ai ponti.

In senso positivo mi viene in mente più di un caso in cui abbiamo scoperto la presenza di specie inattese, o una frequenza inattesa di specie la cui presenza era già nota.

Al primo tipo appartiene il caso di Barbus balcanicus nell’area del Collio. Per il Friuli avevamo segnalazioni di Barbus caninus e non ci passava nemmeno per la mente l’idea che quei piccoli barbi nei torrenti collinari potessero appartenere a un’altra specie. Presi in tutt’altro genere di studi, noi idrobiologi del Friuli Venezia Giulia avevamo frettolosamente assegnato a Barbus caninus quelle popolazioni, fino a quando non venne dalla Lombardia un collega, Luca Buonerba, che all’epoca stava raccogliendo campioni per la sua tesi di dottorato. Quando lo accompagnai a catturare i “nostri” canini, li guardò e mi disse chiaramente che non sapeva cosa fossero, ma certamente non erano barbi canini. Le sue analisi sui marcatori genetici confermarono che non si trattava di Barbus caninus, ma bensì di Barbus balcanicus.

I nostri predecessori avevano sbagliato identificazione e noi, fedeli alla letteratura, avevamo accettato senza discutere le loro indicazioni. Oggi, grazie a questo fortunato caso, abbiamo preso coscienza della presenza di una specie che, per quanto ne sappiamo, era lì da ben prima che Linneo si sognasse di dare un nome a ogni taxon. Così potete leggere un lavoro scritto dai ricercatori dell’Ubiversità di Trieste (Bertoli et Al., 2019) su questa specie.

Per me, dato che mi occupo ora di gestione e conservazione più che di ricerca, è nata la necessità di tenere in considerazione questa specie, che nel 2005 consideravo assente dai torrenti dove oggi ritengo necessario tutelarla.

Immaginate quante altre specie potrebbero essere sfuggite alla nostra attenzione, in particolare se legate ad ambienti la cui contrazione o alterazione è stata più forte nell’ultimo secolo. Probabilmente ci sono state molte estinzioni locali non registrate, ma in certi gruppi di animali e piante non sono improbabili estinzioni globali, se consideriamo che alcune specie hanno areali di distribuzione molto piccoli e frammentati a causa di eventi naturali del passato (ad esempio le glaciazioni).

Da un punto di vista antropocentrico classico, l’estinzione di una specie sconosciuta all’uomo potrebbe essere considerata irrilevante, tuttavia ogni estinzione implica qualche cambiamento (che ne è causa o conseguenza) e questo sposta la biosfera dallo stato in cui ha consentito l’espansione della nostra specie. Anche senza chiamare in causa la morale, nessuna estinzione è una buona notizia, ma quelle che avvengono senza che ce ne accorgiamo sono le peggiori (per noi).

A tempo e luogo debiti

settembre 3, 2019

I concerti fuori dagli stadi  Jovanotti sulla spiaggia

Infiamma da qualche tempo la polemica sui concerti nell’ambito del così detto Jova Beach Party, ovvero una tournee di concerti tenuti da Lorenzo Cherubini, in arte Jovanotti, su diverse spiagge italiane.

Questo tipo di iniziativa si inserisce nel quadro di una moda, in costante crescita durante l’ultimo decennio. Molti artisti e organizzatori di eventi cercano di aggiungere “qualcosa in più” utilizzando il contesto. Uno stadio, un palazzetto, un teatro sono “roba vecchia”, già vista. Figuratevi che certe cose si fanno nei teatri da tremila anni, come fate a non essere annoiati? Invece vuoi mettere fare un bel concerto di musica pop nel contesto di un altopiano dolomitico, sulle rive di un lago alpino, o su una spiaggia?

Lasciamo da parte il punto di vista personale di coloro che, come me, vorrebbero lasciare almeno le montagne fuori dalla contaminazione di tutto ciò che vediamo in città ogni giorno. Parliamo di questioni oggettive. Gli ambientalisti hanno contestato a Jovanotti (sottolineo a Jovanotti) di avere organizzato degli eventi su spiagge, senza tenere conto del fatto che sono ecosistemi delicati, che portarci migliaia di persone avrebbe creato disturbo alla fauna, danneggiato la flora e la morfologia dei litorali. Si è parlato in modo particolare di un probabile massacro di pulli (pulcini) di fratino, un simpatico uccello limicolo che non sta proprio bene, nel senso che la sua numerosità è decisamente molto bassa a detta degli ornitologi.

Recentemente Jovanotti ha risposto in maniera decisamente incazzata alle contestazioni, affermando (così leggo sul web)

il mondo ambientalista è più inquinato delle fogne.

Nientemeno!

Dato che sono, come molti sanno, un rompipalle che non accetta di farsi trascinare dalla corrente, ho fatto alcune considerazioni in merito e ho concluso che in questa storia si è perso di vista il problema reale e si è individuato un colpevole che in realtà non lo è. A me di Jovanotti come artista non importa e le sue opere non mi hanno mai interessato, nonostante debba ammettere che alcuni brani abbiano una ritmica che riesce a farti muovere i piedi.  Ma mi importa la verità e mi interessa che (more…)

Il depuratore c’è ma …

luglio 20, 2019

La presenza degli sfioratori è tipica nelle reti fognarie italiane e i fiumi mostrano evidentemente i segni di questa situazione.

Ti dicono “c’è il depuratore” con aria soddisfatta. Ma quando hai un po’ di anni d’esperienza alle spalle (nel mio caso 24 anni) non ti coglie un entusiasmo incondizionato.

Allora vai nel fiume e scopri che il fondo è coperto di alghe, qua e là formano festoni lunghi mezzo metro. Risali un po’ e trovi un tubo, a monte del quale ci sono molte meno alghe.

Dal tubo spesso scende a filo un po’ di acqua, che puzza come l’inferno. Quasi sempre è

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Cambiamento climatico e benessere

marzo 29, 2019

Indipendentemente dalle cause o dalla possibilità di arrestarlo, il cambiamento climatico è in corso e sta modificando le condizioni in cui viviamo. Dunque nei prossimi decenni vedremo cambiare la nostra capacità di produrre cibo, le condizioni meteorologiche dei luoghi dove viviamo, la frequenza e intensità di eventi negativi intensi.

Senza entrare nel merito riguardo alla figura di Greta Thunberg e al suo impegno per sensibilizzare il mondo riguardo al climate change e alla possibilità di arrestarlo, dobbiamo ammettere che negare il cambiamento sia diventato molto difficile.

Gran parte di noi non ha studiato fisica del clima, non sappiamo nulla di oceani e venti, non capiamo un accidente quando ci parlano di energie in gioco, temperatura. Addirittura gran parte di noi non ha nemmeno le idee chiare su cosa significhi “temperatura media”, confondendola spesso con ma moda delle temperature massime o minime a seconda che si discuta di “caldo” o di “freddo”. Diventa difficile alla luce di questo valutare i dati che ci vengono forniti, anche perché sono spesso sintetici. Per sapere “come stanno le cose” bisognerebbe disporre dei dati disaggregati, conoscere il metodo con cui sono stati acquisiti ed elaborati, avere competenze in fatto di fisica dell’atmosfera e degli oceani. In mancanza di questo io mi limito a leggere le sintesi disponibili.

Penso che tutti noi abbiamo visto almeno una volta il famosissimo grafico detto hockey stick graph, ovvero “grafico a mazza da hockey”, pubblicato per la prima volta nel 1999 da Mann, Bradley e Hughes. Il grafico prese questo nome popolare perché l’andamento della temperatura media dell’aria nell’emisfero boreale (quello dove vivo io e, penso, anche voi) ricorda tantissimo la forma di una mazza da hockey. Va via più o meno dritto per secoli, poi improvvisamente fa una curva netta e punta verso l’alto.

Hockey stick graph (Mann, Bradley & Hughes, 1999) – immagine da Wikipedia (vedi articolo cliccando sull’immagine)

Quello che questo grafico dice è che dai dati disponibili la temperatura media dell’aria dell’emisfero boreale è in rapida crescita. Se sia a causa di azioni (more…)