L’habitat non basta – parte 2

febbraio 18, 2022 by

Dotôr, c’al cjali ce biele aghe! Parcé pò no son trutis?
(Dottore, guardi che bell’acqua! Perché mai non ci sono trote?)

Questa è una domanda che mi sono sentito rivolgere alcune centinaia di volte, all’anno, durante la mia carriera di idrobiologo. Anche ammesso che il concetto di acqua bella sia coincidente per l’umano e la trota, non è detto che questo basti. In effetti sono solito rispondere con una battuta ormai vecchia “Ancje te vascje di bagno di me mari e je biele aghe, ma no podin vivi trutis culì pò!” (Anche nella vasca da bagno di mia madre c’è della bell’acqua, ma non possono certo vivere delle trote lì).
In effetti perché un animale viva in un certo luogo è necessario che trovi habitat fisico adatto, condizioni ambientali adeguate (temperatura ad esempio), cibo, habitat adatto alla riproduzione e alla crescita dei piccoli, o per lo meno che ci sia un collegamento percorribile fra quel tipo di habitat e quello dove vivono gli adulti.

Un esempio di acqua “bella”, per l’occhio umano

Abbiamo visto l’esempio degli uccelli migratori. Se, per assurdo, in un anno per tutto il mese di febbraio scomparissero tutti gli insetti volanti in Africa, durante l’inverno morirebbero tutte le rondini e conseguentemente, pur in presenza di condizioni eccellenti per la loro riproduzione in Friuli, non avremmo più rondini. Avremmo habitat, ma non la specie.

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L’habitat non basta – parte 1

febbraio 4, 2022 by

Spesso mi sento chiedere: perché questa specie non c’è anche se l’ambiente è bellissimo?

Innanzitutto, chiariamo che “bellissimo” detto da un umano non descrive probabilmente un ambiente “bellissimo” per un francolino di monte, un ghiozzetto cenerino o una marmotta. Ma passiamo alla questione habitat. Delimitiamo: “habitat” in senso stretto è qualcosa di legato ad una specie. So bene che esiste una Direttiva per cui habitat è un certo ambiente spesso caratterizzato da una determinata vegetazione, ma in genere si intende con habitat una porzione di spazio le cui caratteristiche consentono la vita di una specie.

Esiste ad esempio l’habitat di Carex pendula (carice pendente), in cui possono vivere tranquillamente anche Bufo bufo (rospo comune), oppure Scolopax rusticola (beccaccia). In genere l’habitat di Carex pendula non è invece quello di Epeorus alpicola (un’effimera senza nome comune) o di Tichodroma muraria (picchio muraiolo). L’habitat di Chamelaea gallina (vongola lupino) non ha nulla a che vedere con quello di Rupicapra rupicapra (camoscio), ma viene frequentato da Sterna hirundo (rondine di mare) anche se non possiamo dire che ci viva.

Le due foto che vedete in questo articolo ritraggono due habitat diversi, in luoghi vicini fra loro dal punto di vista spaziale, quasi identici da quello climatico, ma uno è adatto a Caltha palustris, ospitava larve di Anfibi (probabilmente Rana temporaria) e un gran numero di larve di Trichoptera della famiglia Limnephilidae. L’altro habitat invece è adatto ad Anemone trifolia, ci vivevano adulti di Anfibi (Salamandra salamandra) e ho notato adulti di Coleoptera Staphylinidae.

A volte però l’habitat c’è, ma la specie no. Innanzitutto, prima di dire che l’habitat c’è bisogna interrogarsi su cosa sappiamo di quel luogo. Ci sono tutte le condizioni ambientali richieste dalla specie? Cosa accade se, per esempio, si verificano periodi più o meno lunghi in cui la temperatura dell’aria o dell’acqua non è adatta a una specie poco mobile? Quella specie, pur essendoci l’habitat “fisico” adatto, non vivrà nel luogo dove si verificano questi eventi. Potremmo invece trovare specie mobili, che magari si spostano quando le cose non vanno come a loro piace. Ad esempio, non osserviamo Hirundo rustica (rondine comune) volare fuori dalle nostre finestre a gennaio, ma la stessa specie è presente in luglio. Semplicemente, la rondine cattura insetti in volo, a gennaio pochissimi insetti volano e non tutti i giorni, ma fa freddo e gli uccelli hanno bisogno di energia. La rondine, come sappiamo, migra verso l’Africa, dove trova insetti in quantità adeguata e temperature più alte. Qualcosa di simile fa Anser anser (oca selvatica), specie in cui una gran parte degli individui sono migratori, nidifica nella parte settentrionale dell’Europa e sverna volentieri in Mediterraneo. Nota bene, qui al Sud abbiamo habitat idonei all’oca selvatica e la specie è perfettamente in grado di nidificare con successo, ma molti individui preferiscono salire a Nord, dove trovano spazio e cibo in abbondanza durante l’estate.

Nella prossima puntata approfondiremo ancora l’argomento.

Ricordi

febbraio 3, 2022 by

Ormai lontani: anno 1995. Mi trovavo in un prato, da qualche parte nei pressi di Moos (Sexten, Sudtirol). Questa immagine è tratta da una diapositiva, scattata con Olympus OM2 su pellicola ISO200. L’ho acquisita ieri col mio scanner.

Per tutti sono Bepo quello dei Pesci e dei Macroinvertebrati. Pochissimi sanno che mi sono occupato molto anche di avifauna e di vegetazione. All’epoca in cui scattai questa foto avevo un eccellente rapporto con la botanica. Poi la botanica mi mollò e iniziai a interessarmi alla Botanica. Sempre da ecologo con un approccio olistico. Mi piaceva, e mi piace tutt’ora, leggere gli ambienti attraverso l’osservazione della vegetazione. Le piante non possono scappare, non passano per caso, sono sempre indizi che raccontano le caratteristiche di un luogo. Allo stesso tempo, le piante modificano quel luogo, cambiando in modo evidente il flusso dell’energia, il ciclo dell’acqua a diverse scale, modificano anche il clima locale che però influenza la loro distribuzione, esattamente come la composizione del terreno. Le piante possono contribuire in modo notevole ai processi che generano determinate forme morfologiche, ma la loro presenza è fortemente influenzata dalla geologia dei luoghi.

Le foto che scattai nella prima metà degli anni ’90 costituirono l’embrione del mio erbario fotografico, o meglio erbario elettronico, dato che a partire da quell’anno mi ero messo a compilare pagine web in html (su Geocities). Poco più tardi feci il mio primo rilievo fitosociologico.

Martellata planetaria

gennaio 17, 2022 by

Penso che tutti abbiate letto o ascoltato la notizia dell’eruzione esplosiva del vulcano marino Hunga-Tonga Hunga-Ha’apai nell’area delle isole Tonga. Non è certo la prima eruzione esplosiva cui assiste l’umanità, sicuramente non ha avuto effetti paragonabili a quella di Thira (Santorini) nella protostoria o del Vesuvio nel 79 d.C., ma questa volta siamo ben connessi per scambiarci informazioni, abbiamo disseminato il pianeta di sensori e abbiamo addirittura degli apparati per riprese fotografiche e video in orbita attorno al pianeta.

Dati di pressione atmosferica da quattro stazioni meteorologiche OsMeR ARPA FVG (scostamento dalla media)

Mi sono divertito a compilare il grafico che vedete qui sopra a partire dai dati delle stazioni meteorologiche dell’OsMeR ARPA FVG di Udine, Cattinara (Trieste), Monte Lussari (Tarvisio) e Monte Zoncolan (Ravascletto). Dato che le stazioni si trovano a quote molto diverse, i valori assoluti di pressione atmosferica misurati erano difficilmente confrontabili fra loro. Ho quindi deciso di sottrarre a ogni valore puntuale la media dei valori nell’intervallo di osservazione. Nota bene, non è certo una standardizzazione, che non avrebbe senso dato che non stiamo misurando ripetutamente il valore di una variabile che riteniamo essere immutato nel tempo per ottenerne una stima, ma stiamo misurando il valore di una variabile che sicuramente varia nel tempo. Lo scopo dell’operazione che ho fatto è semplicemente quello di permettermi di avere un grafico leggibile. Come potete vedere, in tutte quattro le stazioni, la pressione atmosferica è aumentata rapidamente, poi è calata rapidamente scendendo sotto il valore medio dell’intervallo di osservazione e quindi è tornata a salire, oscillando ancora un po’. Non ho avuto tempo di elaborare i dati su un intervallo maggiore per dimostrare matematicamente che questa oscillazione è un’onda di pressione determinata da un “colpo”, ma intuitivamente si capisce il fenomeno.