Posts Tagged ‘Ecologia’

Di Tagliamento, di macroinvertebrati e di fiumi vivi

gennaio 19, 2023

Una chiacchierata dell’idrobiologo chiacchierone

Sono stato coinvolto nella realizzazione di un podcast, realizzato da Legambiente FVG, nell’ambito di una serie che riguarda il fiume Tagliamento. Di questo fiume ho scritto diverse volte, ma in questo caso potete ascoltare cosa ho raccontato durante una intervista – chiacchierata con Elisa Baioni. Non potete ascoltare il dopo intervista che è stata un’interessantissima chiacchierata su scienza, divulgazione, epistemologia e percezione umana del “mondo”. Chi mi conosce sa cosa succede quando qualcuno mi accende. Poi tocca trovare il tasto “arresto di emergenza”.

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Bio

gennaio 5, 2023

Confesso che, avendo studiato Biologia, ho sempre provato un grande fastidio per l’uso comune e scriteriato delle parole che contengono bio- ed eco-. Ad esempio c’è l’agricoltura biologica. E cosa cavolo vuoi che sia? Ogni pianta è un vivente, è biologica per principio!

In realtà per biologico non si intende il prodotto, ma il processo produttivo. Uno a questo punto immagina che qualcosa di bio sia prodotto di processi esclusivamente biologici. Ma così non è, perché in base alla norma italiana ed europea, nel processo produttivo può entrare qualcosa che non è biologico. Ovvero? Esiste una limitazione nella lista di sostanze che possono essere usate in campo e fuori, ma questa lista limitata continua a comprendere sostanze di sintesi. Ne viene limitato il dosaggio, cosa molto importante, ma non azzerato.

Qual è la sfida? Dai che non sono agronomo, la metto in termini più consoni a un ecologo: creare condizioni che siano favorevoli alla specie coltivata ma sfavorevoli alle altre. In passato non si andava tanto per il sottile, se c’erano le “erbacce”, si irrorava con erbicidi. Si usavano insetticidi, anticrittogamici e via dicendo.

L’agricoltura “tradizionale” aveva come scopo la creazione di un sistema a biodiversità zero. Perché gli agricoltori credevamo che una specie, quella coltivata, potesse vivere da sola, sufficiente a sé stessa.

Nel corso del tempo la conoscenza della vita è aumentata e con essa la consapevolezza del fatto che nessun organismo di nostro interesse sia autosufficiente e che le condizioni migliori, per noi consumatori, si ottengono quando più specie concorrono a creare un sistema.

Sfortunatamente la mentalità antica è ancora fortemente radicata. Mi capita di incontrare agronomi più giovani di me che non accettano un punto di vista distante da quello dei loro nonni. A parole sembrano convinti di essere professori di modernità, ma parlando con loro emerge la mentalità di fondo che ha guidato l’umanità negli ultimi 10.000 anni circa. La stessa con cui mi confronto quando parlo con alcuni colleghi che si occupano di gestione della fauna.

Il punto è che fra l’inizio della domesticazione delle piante e il XIX secolo circa, non era possibile altro che un’agricoltura biologica, se non biodinamica. La vera agricoltura tradizionale, quella che ha almeno cento secoli di storia, è stata fatta con la zappa, aratro trainato da animali, letame e al massimo qualche insetticida ottenuto da altre piante. Non erano convinti bio-, semplicemente non avevano altro a disposizione. Sulle viti si usava solo tintura bordolese, perché non c’era altro! Appena furono disponibili prodotti di sintesi molto efficaci e mezzi per usarli (vedi atomizzatori) gli agricoltori presero a usarli con entusiasmo, convinti di potersi finalmente liberare dalla schiavitù dei processi naturali. Illusione che potevano avere perché non conoscevano molto della vita e di come funziona.

Oggi? Abbiamo molte più conoscenze, collettivamente. L’umanità ha a disposizione conoscenze che non lo erano nei cento secoli di agricoltura passati, ma non sono conoscenze diffuse. Notate bene, non è questione limitata a una categoria: ci sono migliaia di biologi che sono preparatissimi se si parla di enzimi o di DNA, ma non hanno ben chiaro come funzioni un ecosistema. Questo fa sì che, nella realtà, gran parte degli imprenditori agricoli e dei consumatori abbia in mente molti miti, si lasci trasportare dalle illusioni, ma nella sostanza continui a ragionare come hanno fatto i nostri antenati per decine di secoli.

Ad ogni modo, caro abitante di Vega, qualunque campo, pure quello condotto con metodi biodinamici, è molto lontano dalla foresta che avrebbe dovuto essere lì.

Alvei fortemente dinamici

ottobre 6, 2022

Dove la Geologia viene in soccorso all’Ecologia e tante situazioni apparentemente “assurde” diventano comprensibili

Molti secoli or sono un filosofo greco disse “πάντα ῥεῖ”, panta rhei: tutto scorre. Senza entrare nel merito dell’attribuzione di questo aforisma a Eraclito di Efeso (mancano prove oggettive) ci accodiamo volentieri al pensiero relativo al divenire, il continuo accadere di mutamenti, che per noi ecologi dovrebbe essere più che ovvio, a maggior ragione quando di occupiamo di ecosistemi acquatici lotici, dove l’acqua scorre sul serio in continuazione.

Esiste un concetto fortemente errato nella cultura attuale degli europei occidentali e dei nordamericani: l’immutabilità delle cose. Non parlo del ristretto novero degli scienziati ma della cultura dei popoli. Ci si aspetta che nulla cambi, che tutto resti esattamente come “una volta”, al limite che cambi perché lo abbiamo deciso noi, intervenendo con azioni e opere sul territorio. Ma le cose cambiano continuamente, a piccola e grande scala e sul breve e lungo periodo.

Un alveo con forte trasporto solido di fondo, quasi del tutto inabitabile per gli organismi acquatici macroscopici

Mi occupo di macroinvertebrati bentonici dal 1995, organismi molto diffusi in tutti gli ambienti acquatici, compresi quelli lotici. Le comunità costituite da questi animali sono piuttosto ricche in termini di taxa, il loro ciclo biologico è sufficientemente lungo e la loro mobilità relativamente bassa, quindi sono stati scelti come buoni indicatori dello stato dell’ambiente. Il loro ruolo come bioindicatori è stato sancito in Italia con l’applicazione della Direttiva 2000/60/CE (Direttiva Quadro sulle Acque). Bello, per noi idrobiologi, ma questo ha creato un grosso problema!

Alcuni di voi sapranno che per classificare un corpo idrico, o meglio per definire il suo Stato ecologico, si confrontano le biocenosi osservate con quelle considerate caratteristiche, tipiche di quell’ambiente. Ovviamente le biocenosi caratteristiche devono essere individuate per ogni tipo di ambiente, perché non troveremo le stesse biocenosi in un piccolo ruscello a 2000 m di quota e in un grande fiume a 2 m di quota sul livello del mare.

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Giornate

aprile 22, 2022

Si celebra nel mondo la “Giornata della Terra“, una delle giornate che hanno lo scopo di contribuire a informare e sensibilizzare i cittadini di molti paesi su determinati temi. Nel caso della Giornata Mondiale della Terra il tema generale è la difesa del nostro pianeta come luogo abitabile per la nostra e altre specie.

Per anni ho partecipato a eventi che si svolgono nelle giornate nazionali o internazionali dedicate a qualcosa. In particolare ho preso parte e contribuito a organizzare eventi nell’ambito delle giornate della Terra e dell’Acqua. Mi sono stancato dopo una quindicina di anni, perché ho iniziato ad avere dei dubbi sull’efficacia delle “giornate”. Sono un po’ la versione laica del Natale o della Pasqua. In quei giorni sono tutti più buoni. Il giorno prima e quello dopo sono degli infamoni come sempre?

Credo che la consapevolezza necessaria a permetterci di ridurre la nostra folle corsa verso l’autodistruzione debba venire da un’opera costante. Le giornate sono diventate troppe, a mio avviso. C’è una giornata per tutto, basta che ci sia un movimento di persone che chiede attenzione per un certo tema e si impegna per promuovere una giornata. Va benissimo, è importante avere tutto in mente, ma la moltiplicazione delle giornate tende a suddividere l’interesse in particelle sempre più piccole, compartimentando un mondo che invece è unico. Il concetto della Giornata Mondiale della Terra è proprio quello di unità: siamo tutti sullo stesso pianeta. Se questo pianeta diventa inabitabile per un lombrico, probabilmente sta già diventando inabitabile per l’uomo.

Mi avete sentito parlare raramente di ambientalismo e probabilmente non l’ho fatto in modo positivo. Probabilmente sono un ambientalista, ma non approvo quasi nulla di ciò che viene fatto dai movimenti ambientalisti, non vado d’accordo con gli “ambientalisti” dichiarati. Semplice “contrario rompiscatole”? No, è profonda convinzione che deriva dallo studio della vita. Sono un biologo e mi occupo di Ecologia, con una visione olistica che contrasta fortemente con quella riduzionistica di chi si impegna per la salvezza di questo o quell’elemento di un sistema, che funziona solo se tutte le sue parti sono presenti e nel posto giusto. L’impegno di chi promuove giornate mondiali, di chi si adopera per tentare di conservare le parti del sistema, nasce da un’intenzione lodevole e ammirevole, che condivido. Il punto è che la prima consapevolezza che dovremmo avere per salvare il pianeta e noi stessi è proprio la non individualità, la complessità, l’interconnessione fra le parti del sistema, che è unico. Se la nostra specie è comparsa e ha prosperato in certe condizioni, modificarle è abbastanza stupido. Ma non si tratta solo del lupo o della farfalla rara, che hanno pari dignità rispetto a un nematode o a un batterio. Si tratta dell’insieme, della complessità, di una visione integrata e olistica del “mondo”. Ci devono essere 365 giornate della Terra all’anno, o saremo fritti, o meglio arrostiti probabilmente.

L’habitat non basta – parte 2

febbraio 18, 2022

Dotôr, c’al cjali ce biele aghe! Parcé pò no son trutis?
(Dottore, guardi che bell’acqua! Perché mai non ci sono trote?)

Questa è una domanda che mi sono sentito rivolgere alcune centinaia di volte, all’anno, durante la mia carriera di idrobiologo. Anche ammesso che il concetto di acqua bella sia coincidente per l’umano e la trota, non è detto che questo basti. In effetti sono solito rispondere con una battuta ormai vecchia “Ancje te vascje di bagno di me mari e je biele aghe, ma no podin vivi trutis culì pò!” (Anche nella vasca da bagno di mia madre c’è della bell’acqua, ma non possono certo vivere delle trote lì).
In effetti perché un animale viva in un certo luogo è necessario che trovi habitat fisico adatto, condizioni ambientali adeguate (temperatura ad esempio), cibo, habitat adatto alla riproduzione e alla crescita dei piccoli, o per lo meno che ci sia un collegamento percorribile fra quel tipo di habitat e quello dove vivono gli adulti.

Un esempio di acqua “bella”, per l’occhio umano

Abbiamo visto l’esempio degli uccelli migratori. Se, per assurdo, in un anno per tutto il mese di febbraio scomparissero tutti gli insetti volanti in Africa, durante l’inverno morirebbero tutte le rondini e conseguentemente, pur in presenza di condizioni eccellenti per la loro riproduzione in Friuli, non avremmo più rondini. Avremmo habitat, ma non la specie.

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