Posts Tagged ‘Friuli’

Di Tagliamento, di macroinvertebrati e di fiumi vivi

gennaio 19, 2023

Una chiacchierata dell’idrobiologo chiacchierone

Sono stato coinvolto nella realizzazione di un podcast, realizzato da Legambiente FVG, nell’ambito di una serie che riguarda il fiume Tagliamento. Di questo fiume ho scritto diverse volte, ma in questo caso potete ascoltare cosa ho raccontato durante una intervista – chiacchierata con Elisa Baioni. Non potete ascoltare il dopo intervista che è stata un’interessantissima chiacchierata su scienza, divulgazione, epistemologia e percezione umana del “mondo”. Chi mi conosce sa cosa succede quando qualcuno mi accende. Poi tocca trovare il tasto “arresto di emergenza”.

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Iniziata la stagione della frega dei Salmonidae

novembre 30, 2022

Love is in the water. Anche se parlare di sentimento è un’umanizzazione inaccettabile per un biologo, il dato è che alla fine di questa annata siccitosa e calda Salmo marmoratus è in riproduzione. Non era scontato: nel 2003 rilevai una diminuzione drammatica nel numero di coppie attive.

Coppia di Salmo marmoratus in attività, sembra abbiamo scelto il punto dove deporre

Quest’anno non ho possibilità di fare una buona stima quantitativa, ma mi sembra di vdere più scavi di prova rispetto al passato;  probabilmente perché l’assenza di piene ha favorito una maggiore presenza di sedimento fini, intasamento gli spazi interstiziali fra i ciottoli.

Le trote hanno bisogno di garantire un adeguato flusso di acqua attraverso il nido, condizione necessaria per la sopravvivenza degli embrioni. Quello che a noi umani pare essere un substrato idoneo, viene spesso scartato dalle trote marmorate.

Quasi sempre questi scavi di prova vengono scambiati dagli inesperti per veri nodi di frega, portando a sovrastimare di molto l’effettivo numero di coppie attive. In passato misi a punto un metodo di monitoraggio dell’attività riproduttiva dei Salmonidae e tenni un ciclo di lezioni per formare osservatori, purtroppo senza esito, perché molto credono che gestire la fauna ittica sia “seminare”. La conoscenza della distribuzione e intensità della deposizione delle uova, così come il censimento ittico, sono invece essenziali per stabilire se sia necessario intervenire in modo attivo, come e dove farlo.

Una nuova realtà

luglio 23, 2022
Un tratto del Cjarò di Cialla, 22 luglio 2022

Quello che vedete è un esempio dello stato in cui si trova il torrente Cjarò di Cialla. Seguo questo piccolo corso d’acqua collinare del Friuli dai primi anni 2000, dopo avere scoperto che conservava una comunità di pesci “da manuale”. Gobione, lasca, cobite comune, alborella, cavedano, barbo italico. C’era anche Austropotamobius pallipes. Tutto quello che dovrebbe esserci in un corso d’acqua di questo tipo, c’era. Tant’è che iniziai da subito a proporre delle forme di tutela: in nessun altro torrente avevo trovato una comunità così. Un vero sito di riferimento.

Ora non so cosa succederà. È certo che poche pozze isolate, con acqua molto calda e piene di meteosat organico in decomposizione, non possano permettere la sopravvivenza di molti pesci e invertebrati. È possibile che fra i pesci sopravvivono gli avannotti dei Cyprinidae, ma non mi faccio molte illusioni riguardo agli adulti.

In Friuli Venezia Giulia è usanza recuperare i pesci in caso di asciutte, per “metterli in salvo”, ma l’estate 2022 è talmente siccitosa da rendere impossibile trovare un posto dove trasferire i pesci recuperato senza generare un sovraffollamento pericoloso. I fiumi e torrenti sono ridotti molto male. Per la prima volta in vita mia ho visto il Natisone privo di continuità a Orsaria. Dove un tempo andavo a pescare barbi in mezzo metro d’acqua veloce, c’era una distesa asciutta di ciottoli, fra due buche piene di acqua calda.

Nessuno di questi corsi d’acqua è derivato. Non c’è una presa da chiudere. Non c’è errore umano locale. È semplicemente la somma degli effetti di un cambiamento climatico e della riduzione della capacità di ritenzione dei bacini. Questi in effetti sono fenomeni cui l’umanità contribuisce in modo significativo.

E adesso? Dovremo scoprire che effetti ha avuto questa estate. Verificare le comunità di organismi che vivono in siti dove abbiamo acquisito dati negli anni scorsi. Capire cosa è successo, senza farci deviare dalle emozioni. Per me vedere asciutto quel torrente, dove speravo di conservare specie rare, è stato dove si dispiacere. Ma sono uno scienziato, devo osservare, capire, poi consigliare cosa fare a chi ha il compito di gestire il territorio. Non so cosa rimanga del tesoro che avevo scoperto. Ma se qualcosa è rimasto, ora vale dieci volte tanto. Dovremmo capire se quelle comunità sono in grado di superare non un’estate, ma una serie di estratti così, intervallate da anni più piovosi, perché questo è lo scenario che ci aspettiamo: maggiore frequenza degli eventi sfavorevoli.

La mediterraneizzazione dei corsi d’acqua friulani è molto avanzata. So vedendo cose che mi ricordano Calabria e Sardegna. Se l’ambiente cambia, cambierà la vita. È ciò che studia l’Ecologia. Sono addolorato, ma molto curioso.

Il colle di Udine monumento protostorico

aprile 7, 2022

La grande notizia rilanciata da un articolo comparso sul sito web de Corriere della Sera (leggi qui).

Quando ero bambino mio padre mi raccontò che, osservando uno scavo nel colle, suo padre aveva rilevato come fosse diverso da una collina naturale. Da allora avevo favoleggiato pensando che il colle del castello di Udine fosse in realtà un grandioso tumulo dell’età del Bronzo, costruito cavando terra e lasciando l’avvallamento che oggi è Piazza I Maggio. Immaginavo che quel tumulo fosse stato eretto per volontà di chi regnava al tempo sui centri abitati fortificati del Friuli, quelli che chiamiamo cjastilîrs.

Non so perché, ma mi ero fissato con l’idea che la struttura avesse scopo sacro e astronomico, ma contenesse anche la sepoltura di un personaggio di nome Uthen. Chiaramente questa era fantasia pura e nella mia fantasia era una “regina”.

I libri di storiografia italiani ci insegnavano che prima dei romani in Friuli c’erano quattro pastori disgraziati. Io non ero convinto. Semplicemente mi sembrava logico immaginare che, in mancanza di pietra, avessero costruito con terra e pali di legno. Quindi trovavamo l’aggere di un cjastilîr, trovavamo dei tumuli, ma non torri, case o altre strutture. Il colle di Udine a questo punto è una di queste strutture, ma grande, veramente grande. Pensate a quanta gente deve averci lavorato, quindi quanto importante doveva essere quel luogo e chi aveva deciso di erigere il monumento.

Beh, a quanto pare mio nonno e mio padre avevano visto giusto e le mie fantasie in parte ricalcano una realtà scientificamente dimostrabile. Ora resta da trovare se esista una cella funeraria da qualche parte, altrimenti il resto della (proto)storia rimarrà nella mia fantasia, il che comunque basta e avanza.

Fatto curioso: Antonio Taramelli, nato a Udine, finì a studiare i nuraghi sardi, ma non si avvide mai del fatto di avere avuto davanti al naso qualcosa di enormemente più grande. Un mucchio di terra, certo, ma grande!

Le trote coi pallini rossi

marzo 29, 2022

Piacciono a gran parte degli umani più di quelle che non li hanno. Perché?

Si sta combattendo da tempo una grande guerra mondiale per la conservazione della biodiversità e io sono da anni in trincea. Per fortuna non rischio pallottole come mio nonno sul Piave, dove vado solo a prendere freddo facendo rilievi di habitat. Eppure non riesco a prendermela con gli avversari. Forse perché iniziai a pescare molto prima di laurearmi in Scienze Biologiche.

Un esemplare adulto di Salmo trutta catturato durante un censimento ittico in un torrente della Carnia

Inizio a raccontarvi un po’ la storia dalla mia esperienza di pescatore, perché il cammino che si percorre è fatto di passi e non sono certo nato biologo.
All’inizio pescavo solo in mare e laguna, dove non era necessario essere titolari di una licenza. Quando iniziai a pescare in acqua dolce le mie catture erano trote iridee (Oncorhynchs mykiss), di origine americana. A Udine, nei canali irrigui e nei laghetti attorno c’erano quelle. Quando potei allontanarmi, grazie alla patente che mi permetteva di usare la FIAT 126 della mamma, iniziai a catturare quasi esclusivamente trote fario “atlantiche” (Salmo trutta) in torrenti come Cornappo e Chiarò. Lì c’era solo quello. La trota marmorata (Salmo marmoratus) era un mito, che popolava la mia fantasia e il Natisone.

Quando decisi di sfidare il mito, con la decisione e l’entusiasmo di Sanpei, impiegai moltissimo tempo a fare la prima cattura. La gran parte dei pesci che prendevo erano ancora iridee e fario.

La fario mi piaceva molto, tant’è che nel 1998 convinsi (facilmente) il professor Specchi a farmi avviare uno studio sulla sua alimentazione. Confesso che oltre a un interesse per i flussi di energia negli ecosistemi dei torrenti montani, mi muoveva il desiderio di capire come pescarne di più.

Per chi non pesca è utile ricordare questo: la pesca con la lenza consiste nell’offrire ai pesci del cibo o qualcosa che ci assomigli, con nascosto un gancio di acciaio (l’amo), che é legato a un filo di polimeri. Quando il pesce mangia ciò che gli offriamo, l’amo si conficca nei tessuti della bocca o della faringe; questo consente al pescatore di trascinare il pesce fino ad averlo letteralmente in mano.

Lo studio sull’alimentazione della fario venne affiancato da osservazioni sulle preferenze in fatto di habitat e sul comportamento. Poco dopo iniziai a fare la stessa cosa con la marmorata. Così capii.

Se percorro a ritroso il mio viaggio attraverso il mondo della pesca e unisco ai ricordi tutto ciò che ho imparato sugli ambienti acquatici e i pesci, capisco perfettamente perché la trota fario sia tanto amata dai pescatori dilettanti (includo quelli come me e i garisti). E di questo bisogna tenere conto per forza, perché la gestione di qualunque ecosistema, la conservazione degli habitat e delle specie, non possono essere fatte solo per decreto calando dall’alto divieti e obblighi, ma devono avvalersi del contributo di ogni cittadino. Se il cittadino non viene informato, se non si tiene conto dei suoi desideri, se non si propone qualcosa di alternativo in modo accettabile e ragionevole, non si può fare tutela. So che molti strenui difensori dell’ambiente non sono d’accordo con quanto ho appena scritto, ma la mia opinione è frutto di quasi tre decenni di studio e lavoro, posso garantirvi che non è una frase fatta buttata lì per giustificare qualunque uso scriteriato delle risorse naturali.

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