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Crisi idrica?

giugno 21, 2022

Non è un’emergenza ma una nuova normalità

Si sta gridando da giorni all’emergenza “crisi idrica”, ovvero siccità, ma se non scrivi la parola crisi nessuno ti dà retta. Ci fai due like dagli amici, ma forse non te lo mette nemmeno il tuo cane (cit.).

Detto in termini più tecnici, stiamo vivendo un’annata idrologica con afflussi inferiori alla media degli ultimi decenni nel periodo fra l’autunno 2021 e la primavera 2022. A pesare molto, qui ai piedi delle Alpi (versante meridionale), è la scarsità di neve cumulata nello scorso inverno.

Se andate sul sito dell’OsMeR FVG alla pagina dedicata ai dati climatici, potete scaricare la tabella aggiornata delle precipitazioni cumulate su base decadale per diverse stazioni meteorologiche. Fra queste la celebre stazione di Musi, dove la piovosità media degli ultimi due decenni è sopra i 3000 mm/anno. Ebbene, la media del periodo viene indicata 2001 – 2022, ma dato che ci sono i valori per le decadi 2022 è relativamente facile stabilire la media 2001 – 2021 per ogni decade dalla prima di gennaio a oggi. Il risultato è piuttosto sconfortante.

Nello scorso ventennio, durante le prime 15 decadi dell’anno a Musi sono caduti in media 1260 mm di pioggia. Nel 2022 sono caduti 689 mm.

In questi sei mesi del 2022 mancano all’appello 571 mm rispetto al primo semestre di un anno “medio”. Tradotto in qualcosa di più digeribile, significa che su un chilometro quadrato quest’anno sono caduti 571.000 metri cubi di acqua in meno.

Per me, che sono un idrobiologo e non un opinionista da social, è presto per fare un bilancio. Non ho ancora in mano i dati, ma posso intuire un’estate diversa dal solito: mi aspetto portata dei corsi d’acqua inferiore alle estati scorse, livelli delle falde più bassi. Per chi resta ai margini dei fiumi colpisce soprattutto il fatto che, a fronte di temperature elevate, ci sia scarsa disponibilità di acqua per l’irrigazione delle colture.

Gran parte delle piante coltivate nella nostra pianura hanno esigenze idriche molto superiori alle attuali condizioni e l’estate astronomica inizia solo oggi. Sembra probabile che molte colture non daranno raccolto, in particolare il mais nell’alta pianura friulana, ovvero quella naturalmente arida.

Ho già scritto molte volte delle caratteristiche di questa porzione di pianura e del perché la coltivazione del mais sia stata marginale fino al secondo dopoguerra, quando entrarono in esercizio a pieno regime tutti gli attuali grandi canali della rete irrigua. Quelli che prelevano acqua da Meduna e Tagliamento, affiancati da altri prelievi da Cellina, Colvera, Cosa, Ledra, Torre. Anche l’Isonzo fa la sua parte, ovviamente.

Dato che professionalmente devo valutare lo stato degli ecosistemi acquatici e individuare le misure di gestione a salvaguardia del patrimonio naturale che ospitano, ho iniziato da molti anni a rendermi conto che le cose non stavano andando “come dice il libro”, né come le ricordavo dalla mia infanzia, mentre che meno come se le ricorda mia madre! La verità è che abbiamo assistito a un’evoluzione del clima e a mutamenti molto estesi su tutto il territorio a partire dagli anni 1980′.

Alcuni miei colleghi e molti esperti dell’ultim’ora danno degli idioti a mezzo mondo, io sono più comprensivo. Sto esaminando dati da quando iniziai la tesi di laurea nel 1995, ma quanti possono dire lo stesso? Certo, abbiamo tutti ascoltato le notizie e le grandi dichiarazioni (a vuoto) di politici e ambientalisti, ma la gran parte di noi non ha toccato con mano. Siamo un po’ tutti dei San Tommaso.

Quello che sta accadendo è ormai abbastanza chiaro, almeno dal punto di vista qualitativo: sta cambiando il clima. Ovviamente lo fa come ogni fenomeno naturale, con oscillazioni. Quindi a questa estate calda e secca potrà fare seguito una piovosa e fresca, che ci farà sbuffare perché non potremo andare al mare, poi una “così così”. Ma quelle molto calde e molto secche diventeranno sempre più calde e sempre più secche, inoltre saranno più frequenti rispetto al passato.

A noi cosa importa? Ci importa parecchio. Ad esempio significa non potere prevedere la produzione agricola del prossimo anno. Perché entro certi limiti è possibile compensare la siccità prelevando acqua dai fiumi e irrigando, ma quando questi portano meno acqua di quanta sia necessaria per le colture, il raccolto è perso. E quanta acqua è necessaria non è una costante. Dipende da quanto piove, con quale frequenza e distribuzione dei volumi, oltre che dalla temperatura e dall’irraggiamento solare. Non possiamo prevedere le condizioni meteorologiche per il 2023. Quindi?

Quindi, la cosa più intelligente da fare sarebbe comportarci, in modo moderno, ma come quando i nostri vecchi facevano legna o fieno per l’inverno. Seà par fa fen e fa lens sono attività faticose, che venivano svolte a mano. Non si pensava certo a raccogliere più di quanto fosse necessario, ma raccoglierne meno sarebbe stato tragico. Immaginate di restare senza legna da ardere a marzo. Certo, potete andare a tagliare qualche pianta, ma di solito è legna che brucia male. Peggio ancora, se non aveste raccolto abbastanza fieno, gli animali sarebbero morti di fame. Non c’era mica un bonus salva famiglie con le bestie morte!

Prendendo l’esempio dai nostri vecchi dovremmo pianificare in modo pessimista. Nell’incertezza, ma sapendo che frequentemente ci saranno annate cattive o molto cattive, dovremmo evitare di continuare a comportarci come se tutto fosse rimasto immutato rispetto agli anni ’70 e ’80 del secolo scorso. Questo vale per la scelta delle colture e delle pratiche agronomiche, vale per la gestione dei corpi idrici superficiali e sotterranei.

La nostra attuale gestione dei corpi idrici non è volta a rallentare i deflussi, a trattenere l’acqua che c’è, ma ad accelerare quelli delle acque superficiali, mentre continuiamo l’emungimento delle falde senza tenere conto degli afflussi. Si torna a parlare di costruire dighe e creare invasi in montagna. A parte che una diga richiede alcuni anni di progettazione e costruzione prima di entrare in esercizio, per creare un invaso bisogna scegliere un’area da trasformare in lago temporaneo, sottraendola ad altri usi. La richiesta di creare invasi viene quasi sempre dagli abitanti della pianura asciutta, ma quelli che vivono dove bisognerebbe allagare le valli alpine non sono molto d’accordo. Forse si potrebbe iniziare con l’invertire la tendenza dell’ultimo secolo all’accelerazione dei deflussi.

So bene che qualunque esperto da osteria o social network ritiene che la sicurezza dipenda dalla “pulizia” degli alvei, in modo che l’acqua scorra via veloce senza allagare nulla. Nella frase “scorra via veloce” c’è chiaramente il problema. Scorrere via veloce significa che l’acqua va al mare rapidamente, i fiumi passano dalla piena alla magra in giorni invece che in settimane. Ma significa anche conservare l’energia dell’acqua, ovvero consegnarla a valle con una capacità “distruttiva” che non dovrebbe avere.

Sono quasi due secoli che gestiamo territorio e acqua in un modo che si rivela ogni giorno più inadeguato. In futuro sarà completamente errato e sarà causa di guai sempre più grandi. Credo sia opportuno ripensare alla pianificazione, cercando di portare a casa più fieno possibile, perché del domani non c’è certezza, ma non tornerà tutto per miracolo com’era quarant’anni fa.

L’habitat non basta – parte 1

febbraio 4, 2022

Spesso mi sento chiedere: perché questa specie non c’è anche se l’ambiente è bellissimo?

Innanzitutto, chiariamo che “bellissimo” detto da un umano non descrive probabilmente un ambiente “bellissimo” per un francolino di monte, un ghiozzetto cenerino o una marmotta. Ma passiamo alla questione habitat. Delimitiamo: “habitat” in senso stretto è qualcosa di legato ad una specie. So bene che esiste una Direttiva per cui habitat è un certo ambiente spesso caratterizzato da una determinata vegetazione, ma in genere si intende con habitat una porzione di spazio le cui caratteristiche consentono la vita di una specie.

Esiste ad esempio l’habitat di Carex pendula (carice pendente), in cui possono vivere tranquillamente anche Bufo bufo (rospo comune), oppure Scolopax rusticola (beccaccia). In genere l’habitat di Carex pendula non è invece quello di Epeorus alpicola (un’effimera senza nome comune) o di Tichodroma muraria (picchio muraiolo). L’habitat di Chamelaea gallina (vongola lupino) non ha nulla a che vedere con quello di Rupicapra rupicapra (camoscio), ma viene frequentato da Sterna hirundo (rondine di mare) anche se non possiamo dire che ci viva.

Le due foto che vedete in questo articolo ritraggono due habitat diversi, in luoghi vicini fra loro dal punto di vista spaziale, quasi identici da quello climatico, ma uno è adatto a Caltha palustris, ospitava larve di Anfibi (probabilmente Rana temporaria) e un gran numero di larve di Trichoptera della famiglia Limnephilidae. L’altro habitat invece è adatto ad Anemone trifolia, ci vivevano adulti di Anfibi (Salamandra salamandra) e ho notato adulti di Coleoptera Staphylinidae.

A volte però l’habitat c’è, ma la specie no. Innanzitutto, prima di dire che l’habitat c’è bisogna interrogarsi su cosa sappiamo di quel luogo. Ci sono tutte le condizioni ambientali richieste dalla specie? Cosa accade se, per esempio, si verificano periodi più o meno lunghi in cui la temperatura dell’aria o dell’acqua non è adatta a una specie poco mobile? Quella specie, pur essendoci l’habitat “fisico” adatto, non vivrà nel luogo dove si verificano questi eventi. Potremmo invece trovare specie mobili, che magari si spostano quando le cose non vanno come a loro piace. Ad esempio, non osserviamo Hirundo rustica (rondine comune) volare fuori dalle nostre finestre a gennaio, ma la stessa specie è presente in luglio. Semplicemente, la rondine cattura insetti in volo, a gennaio pochissimi insetti volano e non tutti i giorni, ma fa freddo e gli uccelli hanno bisogno di energia. La rondine, come sappiamo, migra verso l’Africa, dove trova insetti in quantità adeguata e temperature più alte. Qualcosa di simile fa Anser anser (oca selvatica), specie in cui una gran parte degli individui sono migratori, nidifica nella parte settentrionale dell’Europa e sverna volentieri in Mediterraneo. Nota bene, qui al Sud abbiamo habitat idonei all’oca selvatica e la specie è perfettamente in grado di nidificare con successo, ma molti individui preferiscono salire a Nord, dove trovano spazio e cibo in abbondanza durante l’estate.

Nella prossima puntata approfondiremo ancora l’argomento.

Rio Alba (Moggio Udinese)

giugno 26, 2021

Alla fine del mese di maggio 2021 ho visitato la parte inferiore della gola che il Rio Alba scava fra i monti del margine meridionale delle Alpi Carniche. L’alba è un affluente di destra del fiume Fella e la sua valle delimita a Ovest il massiccio dello Zuc dal Boor.

Il bacino del Rio Alba si trova nella zona evidenziata
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Giara

gennaio 6, 2020

L’altopiano dei cavalli

La prima volta in cui l’aereo con cui stavo raggiungendo Cagliari fece l’avvicinamento dal lato del Campidano, notai diversi elementi morfologici che non sono comuni nel mio Friuli. Fra questi degli altopiani tavolari, perfettamente piatti, con i bordi costituiti da una bassa parete che sovrasta pendii molto regolari. Avevo visto cose simili in Giordania e foto di morfologie analoghe presenti in Spagna e nelle Americhe, ma qui erano a portata di mano. Gli spagnoli le chiamano mesas (tavole), i sardi jaras, tradotto in “giare”.

Paesaggio della Giara all’inizio dell’inverno

Ce ne sono diverse di jaras, ma quella più famosa è quella detta “di Gesturi” (vedi mappa), poiché è il nome del Comune che occupa la maggior parte della sua superficie. Questo altopiano è famoso anche fuori dalla Sardegna, perché ospita piccoli gruppi di cavalli selvaggi, i celebri Cavalli della Giara per l’appunto.Dopo avere guardato per troppe volte dal cielo le jaras, ho deciso di andarci, col pretesto di vedere i cavalli.In realtà dei cavalli ho visto solo impronte e sterco, ma il motivo è semplicemente dovuto a questioni geologiche, climatiche ed ecologiche.

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