Terza dose

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Non ho un’esperienza in fatto di vaccini, a parte quella derivante dall’averne assunti molti: la mia generazione è stata vaccinata per molte malattie, io ho aggiunto volontariamente il vaccino contro il virus della TBE. In nessuno dei casi durante la mia vita, a parte quello del vaccino anti SARS-CoV-2, ho ricevuto due dosi ravvicinate a distanza di un mese l’una dall’altra.

Rileggendo i miei vecchi appunti riguardo al funzionamento del sistema immunitario adattativo umano, penso di capire perché sia meglio somministrare due o tre dosi distanziate nel tempo (molti mesi) piuttosto che avere fretta di inoculare due dosi in poco più di un mese. Provo a spiegarmi e a fare qualche ipotesi. Sia chiaro agli incompetenti complottari che queste sono ipotesi di buonsenso basate sulle conoscenze che un biologo non specializzato ha riguardo al funzionamento del sistema immunitario umano.

Quando qualcosa di estraneo viene riconosciuto dal nostro sistema immunitario, una delle cose che succede è l’attivazione delle cellule dette Linfociti B che portano l’anticorpo capace di effettuare quel riconoscimento. I Linfociti B hanno alcune funzioni essenziali, fra cui produrre anticorpi da mettere in circolo e presentare la “cosa estranea” ai Linfociti T. Quando la battaglia contro l’invasore, sia esso batterio, virus o un altro parassita più grosso, viene vinta, alcuni fra i Linfociti B che sono capaci di riconoscere quel nemico assumono il compito di vigilare contro un suo eventuale ritorno. Questi Linfociti B vengono definiti “di memoria“.

Il problema è che i linfociti sono cellule e le cellule non vivono in eterno. Muoiono per senescenza, o per vari “incidenti”. Quindi, se subito dopo la fine di un’infezione abbiamo molti Linfociti B specializzati nel riconoscimento di quel patogeno, col passare del tempo il loro numero tende a diminuire, fino a divenire talmente esiguo da non consentire un tempestivo rilevamento di un nuovo attacco. L’unico modo per avere un numero adeguato di Linfociti B memoria capaci di riconoscere qualcosa è costringerli ad attivarsi ogni tanto, generare un allarme, una sorta di esercitazione.

E’ un po’ come quando non nevica per dieci anni di fila e nessuno si ricorda di fare manutenzione agli spazzaneve, o di comprare il sale per prevenire la formazione di ghiaccio al suolo. Perché darsi da fare? Tanto non nevica! Poi arriva la nevicata e ci troviamo bloccati in casa perché bastano pochi centimetri a rendere pericoloso circolare in auto su strade non pulite. O meglio, è pericoloso circolare su strade non pulite quando guidi sulla neve una volta ogni 10 anni, ma fa lo stesso.

Il nostro organismo ha tanto da fare. Le sue risorse sono limitate, il sistema immunitario ha delle preoccupazioni continue e tende a trascurare un po’ i nemici che non si fanno vivi da un pezzo. Finita l’infezione, festeggiamo e pensiamo ad altro.

I così detti “richiami” servono a tenere in allerta il sistema immunitario. Ogni volta i Linfociti B memoria vengono chiamati in causa, mettono in moto tutti i meccanismi di difesa e la “linea” a cui appartengono viene rafforzata numericamente dalla loro moltiplicazione.

Per come la vedo io, ma ovviamente potrei sbagliarmi, due esercitazioni anti SARS-CoV-2 nel giro di poco più di un mese rischiano di dare un risultato molto buono sul momento, ma cosa succede se dopo sei mesi i Linfociti B memoria non hanno mai dovuto dare l’allarme? Lentamente diminuiscono, si sentono inutili poveretti, e quando arriva un nuovo attacco sono troppo poco numerosi per organizzare immediatamente una difesa efficace. Ecco che può verificarsi un’infezione. Probabilmente sarà meno diffusa e intensa rispetto a quella che si sarebbe verificata in assenza di vaccinazione, ma il patogeno riesce a moltiplicarsi nel suo ospite (noi) per un po’, garantendosi un futuro e facendo forse danni.

L’idea è quella di fare esercitare il sistema immunitario più volte nel tempo, a distanza di molti mesi o di anni. Lo abbiamo fatto con i vaccini contro il vaiolo, abbiamo tutti familiarità con il “richiamo” per l’antitetanica. Perché mai il vaccino anti SARS-CoV-2 dovrebbe essere differente?

C’è una cosa che mi lascia perplesso da anni, al riguardo dei richiami. Se io vengo spesso in contatto con il patogeno, sostengo la mia popolazione di Linfociti B memoria specializzati nel suo riconoscimento. Il grosso problema si verifica quando per molto tempo non incontro quel nemico. Ora, in questa teoria c’è un punto debole riguardo al SARS-CoV-2, dato che circolano notizie di infezioni a carico di sanitari cui sono state somministrate due dosi nella prima fase della vaccinazione e si parla dunque di necessità di una terza dose, sebbene i sanitari siano professionalmente esposti. L’idea che mi sono fatto è che probabilmente le varianti attuali abbiano antigeni leggermente diversi da quelli delle prime osservate e si stiano diffondendo, com’è ovvio, quelle che sono più abili nello scatenare un’infezione con basse cariche iniziali e nel minor tempo possibile. E’ naturale, la selezione porta a favorire i virus più veloci ed efficienti. Quindi è possibile che mentre il nostro sistema immunitario si riattiva, migliora la sua risposta contro la nuova variante e respinge il virus, questo sia riuscito a moltiplicarsi un po’ nei nostri tessuti. Quello che bisogna capire ora, ed è fondamentale, è se queste infezioni portino a sintomi gravi e con quale incidenza. Tutto sta lì. Ci sarà sempre un umano sfortunato che subirà danni gravi causati dal virus, ma è molto diverso se c’è 1 sfortunato su 1.000.000 o se ce ne sono 1000 su 1.000.000!

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