Prevedere per adattarsi al cambiamento climatico

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Tempo fa, grazie alla segnalazione della mia amica Sue, ho potuto leggere un report del US Geological Service, relativo a un progetto sulla modellazione degli effetti del cambiamento climatico in corso sulla piccola scala. Potete trovare in rete il report (scarica il PDF qui). Alcune delle scelte effettuate da chi ha svolto lo studio sono probabilmente non ideali, ma l’approccio e la motivazione del lavoro è straordinariamente importante.

Mentre infuria il dibattito sulle cause del cambiamento climatico, molto più in sordina migliaia di studiosi stanno lavorando per dare una risposta alla domanda cruciale: cosa accadrà quando il pianeta sarà più caldo?

Il tema di cui si è occupato lo studio del USGS può sembrare meno importante di altri, ma non è privo di interesse per chi gestisce una componente della “biodiversità” globale che costituisce anche risorsa naturale importante per la nostra specie. Come cambierà la fauna ittica? Sopravviveranno tutte le specie? Quale areale avranno quelle che rimarranno?

Vi faccio notare una cosa di non poco conto: il peso dei Salmonidae nell’industria alimentare è notevole e questi pesci sono più o meno tutti esigenti per quanto riguarda temperatura dell’acqua e concentrazione dell’ossigeno disciolto in essa. Non si pescano, né si allevano, salmoni nell’acqua calda. Le trote che siamo abituati ad acquistare al supermercato, appartenenti alla specie nordamericana Oncorhynchus mykiss, sono un po’ più tolleranti di molti salmoni, ma le temperature elevate sono comunque un problema per il loro allevamento.

Anche nella gestione delle popolazioni selvatiche gli effetti del cambiamento climatico ci interessano molto, perché vorremmo capire oggi se un dato tratto di fiume sarà idoneo a una certa specie di pesci fra venti o cento anni.

Che importanza ha cosa accadrà fra cento anni? Molta, considerato che non prevediamo di arrestare il cambiamento climatico, ma stiamo spendendo molto per conservare popolazioni di pesci che potrebbero essere già condannate. Che senso avrebbe conservare qualcosa che, comunque vada, sarà destinato a scomparire? Sarebbe invece importante concentrare gli sforzi per salvaguardare le popolazioni che hanno delle chances!

Qui entrano in gioco i modelli, perché se noi osserviamo oggi la distribuzione di una specie vivente, capiamo quali siano le condizioni in cui vive e poi prevediamo, attraverso un modello, dove ci saranno quelle condizioni fra un secolo, avremo la capacità di agire dove le probabilità di successo sono maggiori.

Ricordo che all’inizio della mia carriera mi trovai di fronte a un caso eclatante. In una zona del Friuli venivano immessi ogni anno molte migliaia di avannotti di Salmo trutta che, oltre a essere una specie alloctona in quel bacino idrografico, era del tutto inadatta all’ambiente in cui avvenivano le immissioni. Ricordo che quando osservai che non aveva senso immettere quegli avannotti in acque lente, con fondo fangoso e spesso coperto da vegetazione, uno dei responsabili della zona mi disse (indignato) “lo facciamo da trent’anni!”. Il punto è che trent’anni prima in quella zona i fondali erano ghiaiosi. Qualcosa era cambiato e una pratica che aveva avuto successo in passato, era divenuta del tutto inutile, un vero spreco.

I casi del genere sono molti e uno degli obiettivi di chi studia la situazione attuale e il suo cambiamento è proprio quello di capire per tempo dove ha senso operare in un certo modo e dove no.

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