Giara

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L’altopiano dei cavalli

La prima volta in cui l’aereo con cui stavo raggiungendo Cagliari fece l’avvicinamento dal lato del Campidano, notai diversi elementi morfologici che non sono comuni nel mio Friuli. Fra questi degli altopiani tavolari, perfettamente piatti, con i bordi costituiti da una bassa parete che sovrasta pendii molto regolari. Avevo visto cose simili in Giordania e foto di morfologie analoghe presenti in Spagna e nelle Americhe, ma qui erano a portata di mano. Gli spagnoli le chiamano mesas (tavole), i sardi jaras, tradotto in “giare”.

Paesaggio della Giara all’inizio dell’inverno

Ce ne sono diverse di jaras, ma quella più famosa è quella detta “di Gesturi” (vedi mappa), poiché è il nome del Comune che occupa la maggior parte della sua superficie. Questo altopiano è famoso anche fuori dalla Sardegna, perché ospita piccoli gruppi di cavalli selvaggi, i celebri Cavalli della Giara per l’appunto.Dopo avere guardato per troppe volte dal cielo le jaras, ho deciso di andarci, col pretesto di vedere i cavalli.In realtà dei cavalli ho visto solo impronte e sterco, ma il motivo è semplicemente dovuto a questioni geologiche, climatiche ed ecologiche.

Dovete sapere che una jara esiste e ha il suo aspetto tabulare per un paio di buone ragioni geologiche. Alcuni milioni di anni fa, alla fine del Miocene, del magma uscì da un paio di punti creando uno strato continuo di basalto sui sottostanti strati marnosi e arenacei. Come tutti i fluidi il magma tende a formare una superficie piana orizzontale, inoltre come lo stucco su una superficie alterata riduce le asperità. Dopo quegli eventi effusivi non accadde nulla di eclatante dal punto di vista tettonico, perché la Sardegna è parte di un cratone, una specie di zattera che galleggia sul mantello della Terra, senza scossoni generati da collisioni (terremoti). La glassa di basalto rimase dunque indisturbata sulla torta di rocce più tenere. Solo sugli orli, dove acqua e vento possono scavare queste ultime, lo strato di basalto perde il loro sostegno e finisce per crollare, generando massi preziosi per chi volesse costruire una solida fortezza. Se volete vedere un esempio di buon utilizzo del basalto, vi consiglio di visitare il complesso nuragico di Barumini.

Lo strato di basalto poco fratturato (poco rispetto alle rocce in zone tettonicamente attive) risulta quasi impermeabile. La sua alterazione superficiale inoltre produce sedimenti molto fini, fra cui argille, che ostruiscono efficacemente le vie di deflusso dell’acqua piovana nel sottosuolo. Sui pianori basaltici di tutta la Sardegna c’è molta più acqua che nelle vallate, per non parlare delle zone carsiche (vedi l’articolo Supramonte). Le piogge non sono particolarmente abbondanti e risultano per lo più invernali, ma la morfologia della jara e le caratteristiche del basalto fanno sì che l’acqua possa difficilmente lasciare questi altopiani, salvo che evaporando.Anche un altopiano molto piatto non è perfettamente tabulare e questo fa sì che l’acqua possa scorrere lentamente e il ruscellamento alimenti l’accumulo in alcune zone leggermente depresse. Sulla jara queste zone vengono definite paùlis (sing. paùli), termine che ricorda “paludi” (e per me palût o paût). I paùis più grandi riescono ad accumulare abbastanza acqua da garantirne la presenza per un lungo periodo, dopo le ultime piogge di primavera.

Uno dei paùli colmo d’acqua dopo un periodo piovoso

In estate un paùli è un’attrazione irresistibile per chiunque abbia sete: uomini, bestiame e cavalli selvatici compresi. A dicembre, quando ha smesso di piovere da pochi giorni, l’acqua è disponibile ovunque, l’erba è verde e i cavalli possono starsene in santa pace, senza passare per forza dove può attenderli un turista continentale. La jara comunque merita una visita, perché è un ambiente molto diverso da quelli che solitamente attraggono il turista. Se si è naturalisti o appassionati di archeologia, si trova certamente qualcosa di interessante da vedere. Non aspettatevi un panorama mozzafiato: la jara è talmente pianeggiante e alta, rispetto ai colli che la circondano, che solo dall’orlo dell’altopiano lo sguardo si può spingere più lontano di poche decine di metri. E in quel caso la vista è molto piacevole.Questa ridotta ampiezza dell’orizzonte determina un problema per gli escursionisti abituati all’ambiente montano: non ci sono punti di riferimento. Le tracce, come nel resto della Sardegna, non sono marcate da segnali e quindi vi rimarranno due possibili alternative: orientarvi col Sole o usare un ricevitore GPS. Noi abbiamo optato per la app OruxMaps su smartphone: le mappe disponibili da OSM riportano un numero sufficiente di sentieri reali. Le varie tracce che si trovano nel mezzo, create dagli animali, vi potrebbero interessare solo se, come noi, aveste l’esigenza di abbandonare il sentiero, trasformato in ruscello dalle piogge. Un grosso vantaggio della jara, rispetto ad altre zone della Sardegna, è che l’unico ostacolo serio che incontrerete fuori dai sentieri sono alcuni cespugli dai rami particolarmente rigidi e spinosi. Di certo non avrete il passo sbarrato da un canyon.

In inverno l’acqua può coprire ampie superfici

La vegetazione, a scapito di un suolo non molto spesso, è piuttosto ricca. In alcune zone crescono molte sughere (Quercus suber), mentre ampie aree sono coperte prevalentemente da arbusti, fra cui si riconoscono facilmente il lentisco (Pistacia lentiscus), il ginepro turbinato (Juniperus turbinata), il corbezzolo (Arbutus unedo). Molto abbondanti, nelle zone aperte, sono i cisti (Cistus sp.) che invitano a una visita primavirile.

Tronco di Quercus suber da cui è stato asportato il sughero

La disponibilità di acqua e la morfologia della jara hanno attratto gli uomini nel corso dei millenni. La difficoltà di accesso all’altopiano rappresentava un grande vantaggio in passato: la jara era un territorio naturalmente fortificato. I punti di accesso, identificabili con crolli lungo il gradino che delimita l’altopiano, possono essere facilmente presidiati e, non a caso, si trovano a loro guardia le torri nuragiche. Sull’altopiano le testimonianze della presenza umana, sia antica che recente, si mescolano. È così che i resti di tombe dell’età del bronzo sono oggi affiancati da recinti per il bestiame e rifugi dei pastori usati fino all’avvento delle auto private.

Resti di strutture funerarie di età nuragica

Quando non era possibile salire in 10 minuti dai paesi di valle all’altopiano, chi lavorava nel bosco o conduceva il bestiame doveva passare molto tempo lontano dalle case, in cui risiedevano le famiglie. Questa esigenza ha spinto l’uomo, in tutte le aree montane del mondo, a creare ripari temporanei più o meno complessi. Nella Sardegna interna questi ripari sono chiamati pinneddu o pinnettu (con le solite 12.735 varianti locali, per cui noi istranzos non riusciremo mai a usare il termine corretto nella parlata del posto). In italiano in genere viene usato il termine “pinnetto”, che sembra mettere d’accordo (o scontentare) tutti.

Pinnetto in eccellente stato di manutenzione

Si tratta di edifici spartani, a pianta circolare, costituiti da un muro a secco che racchiude un unico vano, su cui poggia un tetto conico, in genere creato coprendo di ramaglie un telaio di rami robusti o pali. A un occhio inesperto risulta pressoché impossibile distinguere i ruderi di un pinnetto abbandonato da un secolo da quelli di una capanna di età nuragica: medesimo uso, stessi materiali, uguale soluzione strutturale. Se questo tipo di edifici ha avuto successo per almeno trenta secoli, evidentemente assolvono bene al loro compito.


Visita: noi abbiamo visitato una piccola porzione della jara accedendo da Tuili, attraverso una comoda strada asfaltata che raggiunge l’orlo dell’altopiano. Qui si trova un piazzale per il parcheggio dei mezzi (vedi questa mappa). Accanto a esso un centro informazioni, che non abbiamo visitato ma sembrava chiuso, in considerazione del fatto che durante l’inverno ci sono pochissimi turisti. Dal parcheggio si imbocca una comoda carrareccia che permette di addentrarsi nell’altopiano. Noi abbiamo seguito le carrarecce fino allo stagno detto Paùli Maiori, dopo di che abbiamo optato per il rientro con un ampio giro lungo tracce, complicato da frequenti deviazioni per evitare i punti più allagati e fangosi. Dalla primavera in poi dovreste trovare tutto asciutto. Nella fase di rientro abbiamo proceduto un po’ “a naso” ma senza perdere d’occhio la posizione rilevata da GPS sullo smartphone. A tal proposito è essenziale disporre di applicazioni che consentano di usare mappe offline, perché allontanandosi dall’orlo della jara il segnale della rete mobile si affievolisce rapidamente, fino a scomparire.

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