L’equazione del fiume

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Quando iniziai a occuparmi di qualità degli ecosistemi acquatici (nel 1995) vivevo nell’illusione comune di potere descrivere esattamente ciò che avrei osservato, giustificando ogni cosa, scovando le leggi della Natura.

Anni dopo cominciai a confrontarmi col tema della valutazione di impatto ambientale e dell’incidenza ambientale di progetti. Dopo avere raccolto dati per oltre un decennio mi ero reso conto che i sistemi di cui mi occupavo sono talmente complessi da non permettermi di comprendere realmente le leggi che li governano. Per lo meno, non osservando certe grandezze variabili con le frequenze e i metodi che devo utilizzare in attuazione alle norme ambientali italiane e unionali.

Un giorno, mentre dialogavo con un ingegnere riguardo alla valutazione dell’impatto ambientale di un’opera che stava progettando, mi disse: insomma Giuseppe, dammi un numero! E io dovetti rispondere in modo onesto: non posso farlo, perché non esiste l’equazione del fiume.

Chi conosce i piani di gestione delle acque e i decreti ministeriali penserà che abbia detto una gran cavolata: in quei piani i numeri ci sono, eccome! Il problema è come sono stati individuati, quei numeri.

Siamo spesso portati a una semplificazione, perché la realtà è talmente complessa da disorientarci. Alcune approssimazioni sono perfettamente logiche. Ad esempio ci aspettiamo di osservare qualcosa di diverso se siamo su un torrente a 1200 m di quota o in laguna. Possiamo intuire che esistano delle regole universali, che governano il funzionamento del mondo fisico, inclusi i viventi. Ma al momento l’Ecologia teorica è molto lontana dal conseguire i risultati della Fisica teorica, quindi dobbiamo per forza accontentarci di ipotizzare quali leggi regolino il funzionamento di un determinato ecosistema, senza nemmeno la capacità di azzeccarci sempre.

Questa esigenza di approssimazione è ben rappresentata dal fatto che, ogni anno, ci troviamo costretti a valutare lo stato di un ecosistema confrontando le nostre osservazioni, relative a un ridotto numero di grandezze variabili, con un riferimento. Quest’ultimo non è reale, ma una costruzione derivante da approssimazioni, generalizzazioni, stime più o meno robuste. Si fa quel che si può, anche se le norme statali e unionali hanno la pretesa di indurci a valutazioni puntuali, come se sapessimo già tutto dei sistemi che osserviamo. Usiamo spesso degli indici, ovvero dei sistemi che ci permettono di assegnare un valore allo scostamento fra ciò che dovremmo osservare in teoria e ciò che osserviamo davvero. La cosa brutta degli indici è che sono auto referenziali. L’indice descrive l’indice, non la realtà, perché ci manca un modello tale da definire esattamente quale sia il riferimento per l’oggetto che stiamo osservando.

Ho già parlato nell’articolo Alvei fortemente dinamici di come la realtà si discosti spesso da ciò che ci aspettiamo, se le nostre attese sono relative a un’uniformità che non esiste. In questi giorni ho terminato l’attività di censimento della fauna ittica in alcuni punti dei bacini montani delle Alpi Carniche e Giulie, non ho un gran set di dati, considerato che l’attività si è svolta solamente in 17 tratti campione, di cui gran parte alterati da prelievo di acque da parte dell’uomo. In ogni caso, quello che ho osservato quest’anno, pur non essendo cambiate le pressioni antropiche, sono comunità ittiche caratterizzate da un’esplosione di individui giovani per le specie presenti. Nel 2022, l’anno orribile dal punto di vista climatico, alcune specie di pesci che abitano preferibilmente ambienti con acque fresche e ben ossigenate hanno avuto un successo riproduttivo maggiore rispetto a quanto osservato negli anni “buoni”. È evidente che qualcosa abbia sparigliato le carte: la nostra capacità predittiva è stata pessima, dato che ci aspettavamo un crollo nella presenza di pesci a fronte di portate più basse e temperature più elevate. No, il sistema è complesso, la mia esperienza di 27 anni non è stata sufficiente per prevedere quello che sarebbe accaduto. Analogamente, abbiamo osservato una diversità e densità superiori al passato nell’analizzare le comunità di macroinvertebrati bentonici. In questo caso ho riscontrato, per la prima volta, un numero di taxa prossimo a quello “di riferimento” nel calcolo dell’indice STAR_ICMi. In pratica, il riferimento è talmente sbagliato che i punteggi ottenuti nell’anno climaticamente sfavorevole sono più vicini a quelli di riferimento rispetto a quanto è accaduto negli anni più favorevoli.

I casi sono due, o non abbiamo capito cosa sia favorevole e cosa non lo sia, oppure abbiamo individuato dei riferimenti inadeguati, perché il nostro modello si basa sulla conoscenza di leggi che non sono quelle reali. Oppure il nostro modello considera fattori che non sono quelli realmente determinanti.

Sia chiaro, alla fine un numero deve saltar fuori,  ma come scienziato che ha scelto di adottare il metodo galileiano non sono soddisfatto. È un grosso guaio? È sbagliato usare un metodo induttivo? Credo di no,  ma quello che ci frega è la fretta. Nel mio campo professionale ci siano trovato costretti ad attuare la Direttiva 2000/60/CE senza essere pronti. Molti di noi stavano studiando le biocenosi acquatiche da tempo, ma nella realtà non avevamo potuto acquisire dati sufficienti per fare buone ipotesi. Non conoscevamo l’equazione del fiume e l’attuale quadro normativo ha indotto ad accontentarsi, anche se ogni anno noi professionisti e i colleghi che lavorano nelle ARPA ci troviamo di fronte a molti casi che evidentemente dimostrano l’inadeguatezza del metodo adottato nel nostro Paese.

Purtroppo non sono un ricercatore, quindi non posso dare alcun contributo allo sviluppo di modelli ecologici migliori,  ma posso sperare che qualcuno continui sulla strada che abbiamo intrapreso molti anni fa. Serve ricerca di base, così come un grande sforzo per progredire nell’Ecologia teorica, puntando a modelli che non vengano smentiti facilmente dalle osservazioni.

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